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venerdì 18 Settembre 2020
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    Insicurezza globale, violenza locale

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    Cosa hanno in comune tra loro la morte di un contractor civile della NATO in Afghanistan, la nomina di Al Qaeda del nuovo leader nel Maghreb islamico e la crisi delle banche a Cipro? Gli avvenimenti di questa primavera sono tutti collegati ai tre nuovi marchi che ha recentemente assunto la privatizzazione della violenza: società militari private, terrorismo internazionale e criminalità organizzata.

     

     

    L’INDUSTRIA DELLA SICUREZZA – La graduale erosione del monopolio della violenza da parte dello Stato, la cui esclusività ha costituito un momento fondamentale nella formazione del mondo moderno, si è fortemente accentuata a partire dalla fine della Guerra Fredda. Il crollo del sistema bipolare, la vittoria del capitalismo e l’incalzante globalizzazione hanno contribuito ad accelerare il processo di privatizzazione della politica e il conseguente intreccio di Stato e mercato.

    La cessione d’appalto di servizi pubblici, anche in materia di guerra, fino ad oggi considerati di esclusiva competenza dello Stato a società private militari e di sicurezza, è forse la manifestazione più rappresentativa di questo fitto intreccio.

    Mentre le spese degli Stati, che devono fare i conti con i tagli nel settore della difesa, si riducono, le casse di questi organismi aziendali specializzati nella fornitura di servizi militari si vanno ad ingrossare. Per avere una dimensione dell’industria della sicurezza, basti pensare che nell’ultimo anno le 100 maggiori compagnie private del mondo, secondo dati SIPRI, hanno incassato più di 400 miliardi di dollari, cifra pari al PIL di uno stato come il Belgio.

     

    Croce Rossa
    Anche le organizzazioni umanitarie hanno necessità di scorta armata, diventando spesso bersagli

    PERCHE’ SI SPARA SULLA CROCE ROSSA – La tendenza verso un ridimensionamento generale delle forze armate non sta coinvolgendo solo gli Stati. Il ricorso sempre più frequente ai servizi delle società militari private da parte di imprese multinazionali, ONG e addirittura agenzie umanitarie ha privato queste ultime dei principi generali di neutralità su cui si basavano in passato, contribuendo a trasformare gli operatori umanitari sempre più spesso in bersagli e vittime.

    Negli ultimi anni, almeno il 40% delle maggiori organizzazioni umanitarie ha usufruito di forme di servizi di protezione armata (sorveglianti, scorte o guardie del corpo) per una o più delle loro operazioni. Accade così che il contractor civile NATO deceduto lo scorso marzo nel distretto di Tagab in Afghanistan o i due contractor civili americani morti lo scorso aprile nella provincia di Zabul, sono solo gli ultimi nomi della lunga lista di caduti dei nuovi conflitti mondiali, in cui si stima che il 90% delle vittime siano civili.

     

    IL BRAND “AL QAEDA” – Un altro marchio che la privatizzazione della violenza ha assunto ai nostri giorni è il terrorismo internazionale, ancor più redditizio delle società militari private. Le organizzazioni del terrore alimentano a tal punto il mercato della sicurezza da costituire un vero e proprio sistema economico, formato da una rete internazionale che collega tra loro i sistemi logistici e di supporto dei vari gruppi armati.

    La rete terroristica di Al Qaeda è sicuramente l’esempio più rappresentativo del terrorismo dei nostri giorni. Un tempo caratterizzata dalla centralizzazione delle decisioni fondamentali e da una fitta rete di esecutori periferici reclutati in ogni parte del mondo, dal ritiro dalle scene di Osama Bin Laden, la leadership si è geograficamente isolata, concedendo “in franchising” il marchio di Al Qaeda a varie cellule locali per la conduzione delle azioni terroristiche. Tra queste spicca l’AQIM (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), un gruppo terrorista islamista nato negli anni Novanta come “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento” e affiliato ad Al Qaeda dal 2005, il cui nuovo leader, Djamel Okacha, è stato recentemente nominato in seguito alla morte del suo predecessore, Abu Zeid, durante gli scontri con l’esercito francese in Mali.

     

    IL PADRINO. PARTE II – Allo stesso modo del terrorismo, anche il crimine organizzato è riuscito a reinventare se stesso negli ultimi vent’anni. In seguito all’aumento della repressione statale e alla rivoluzione delle tecnologie di comunicazione, l’influenza dei grandi gruppi mafiosi è diminuita in favore di una rete di piccole cellule che cooperano in base a una divisione funzionale del lavoro. Gli effetti della globalizzazione hanno contribuito notevolmente ad incrementare il giro d’affari della criminalità organizzata, che attraverso l’esercizio della violenza accumula risorse a livello locale che vengono poi investite sul mercato globale.

    Sebbene le attività criminali si sviluppino in uno svariato numero di settori, il core business resta sempre il riciclaggio di denaro. L’importanza economica internazionale di questa forma di violenza privatizzata è impressionante, se si considera che solo l’entità del riciclaggio di denaro, attraverso società off shore e paradisi fiscali è stimata a circa 1000 miliardi di dollari. E’ proprio con la recente caduta di uno di questi paradisi fiscali, Cipro, che sono riemerse le accuse che vedono l’isola al centro di una sofisticato schema di riciclaggio dei proventi della mafia russa dalle vendite di armi in Medio Oriente.

     

    Martina Dominici

    Martina Dominici
    Martina Dominici
    Instancabilmente idealista e curiosa per natura, il suo desiderio di scoprire il mondo l’ha spinta a studiare lingue straniere presso l’Università Cattolica di Milano e relazioni internazionali tra l’Università di Torino e la Zhejiang University di Hangzhou. Le esperienze lavorative presso l’Ambasciata d’Italia a Washington DC e Confindustria Romania a Bucarest hanno contribuito a forgiare il suo spirito girovago e ad affinare la sua arte nel preparare la valigia perfetta. Dopo quasi due anni di analisi strategica, si è occupata di ricerca per l’Asia Program dell’ISPI, prima di partire per la Thailandia come Casco Bianco per Caritas italiana in un programma di supporto ai migranti birmani. Continua ad essere impegnata nell’umanitario in campo di migrazioni.

     

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    2 Commenti

    1. Esatto. E innegabile è la stima per il lavoro del Professor Armao, che nello studio delle relazioni internazionali spinge i propri studenti ad andare oltre l’analisi dei più classici attori statali.

    2. Ci avrei scommesso: l’autrice si è laureata a Torino, nell’unica facoltà di scienze politiche (quella diretta dall’acutissimo prof. Armao) in cui si studiano questi temi!

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