utenti ip tracking
lunedì 18 Ottobre 2021

America Latina, la regione più pericolosa per chi difende l’ambiente

In breve

  • Nel 2020 in America Latina si sono verificati tre quarti degli attacchi complessivi ad attivisti ambientali. Un terzo delle persone assassinate appartiene a comunità indigene.
  • Nello stesso anno la Colombia è stata il primo Paese per numero di attivisti ambientali uccisi.
  • Lo scorso 22 aprile si è accesa una speranza grazie all’entrata in vigore dell’accordo di Escazú.

Dove si trova

Ascolta l'articolo

In 3 sorsiTre quarti degli attivisti ambientali uccisi nel mondo lo scorso anno vivevano in America Latina. Le comunità indigene sono le più colpite e la Colombia è il Paese più letale. L’accordo di Escazú accende una speranza, ma la strada è ancora lunga.

1. SUD GLOBALE E POPOLAZIONI INDIGENE NEL MIRINO

Nel 2020 sono stati uccisi 227 attivisti ambientali in tutto il mondo. Dal rapporto di Global Witness emerge che il costo per la difesa dell’ambiente, in termini di vite umane, è distribuito in modo diseguale nel pianeta. Tutti gli omicidi registrati lo scorso anno, eccetto uno, sono avvenuti nel Sud globale. L’area più colpita è stata l’America Latina, dove si sono verificati tre quarti degli attacchi complessivi. Nella classifica dei 10 Paesi con il più alto numero di uccisioni, 7 appartengono alla regione. Colombia, Messico, Brasile e Honduras sono tra i primi cinque, mentre il Nicaragua è primo per decessi in proporzione ai suoi abitanti. Disuguale è anche la concentrazione degli attacchi. Un terzo delle persone uccise appartiene a comunità indigene, nonostante queste costituiscano solo il 5% della popolazione mondiale. Dietro numerosi omicidi ci sono le lotte per impedire lo sfruttamento delle risorse naturali da parte dei settori estrattivo, agroindustriale, idroelettrico e infrastrutturale. Nel mirino molti degli attivisti contrari alla deforestazione: ci sono state decine di casi nelle regioni amazzoniche tra Brasile e Perù, e il numero di morti legati al disboscamento è aumentato in Nicaragua e special modo in Messico.

Fig. 1 – Elaborazione propria su dati Global Witness

2. LA ‘MALA HORA’ IN COLOMBIA

Per il secondo anno consecutivo la Colombia è stata il primo Paese per numero di attivisti ambientali uccisi: 65 persone solo nel 2020. Nello stesso periodo ha totalizzato il 53% degli omicidi mondiali perpetrati nei confronti degli attivisti per i diritti umani. La maggior parte delle 177 persone assassinate era coinvolta nel Programma nazionale di sostituzione delle colture illegali (PNIS), uno dei punti cardine del processo di pace. Il vuoto lasciato dalla smobilitazione delle FARC è stato colmato in parte da nuovi e vecchi gruppi armati che lottano per il controllo del territorio e il mantenimento dei traffici illegali. Il Governo colombiano ha risposto con la militarizzazione delle zone rurali e lo sradicamento forzato delle piantagioni illecite. Il prezzo più alto lo pagano le comunità rurali e i loro leader e attivisti per la terra, intrappolati tra due fuochi. In meno di quattro anni dalla firma dell’accordo di pace, 75 persone impegnate nel PNIS sono state uccise. L’epidemia di Covid-19 ha aggravato ulteriormente la situazione. Lasciati senza protezione da parte del Governo e obbligati a rimanere nello stesso luogo, gli attivisti sono diventati un bersaglio facile. Durante i primi sei mesi del 2020 gli omicidi sono aumentati del 61% rispetto all’anno precedente, e circa la metà dei delitti è avvenuta in periodi di quarantena.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Manifestazione per l’ambiente, El Salvador

3. IL LEGAME TRA DIRITTI UMANI E AMBIENTE

Secondo il Relatore Speciale ONU sulla situazione dei difensori dei diritti umani, gli attivisti ambientali sono “persone o gruppi di persone che, a titolo personale o professionale e in modo pacifico, si sforzano di proteggere i diritti umani correlati con l’ambiente”, convinti che un ambiente deteriorato impedisca il pieno godimento dei diritti fondamentali quali vita, salute, cibo, acqua, casa. Diverse Costituzioni latinoamericane stabiliscono il dovere dello Stato di proteggere l’ambiente e il diritto della popolazione a un territorio sano e non inquinato, ma senza riconoscere l’ambiente sano come un diritto umano. Lo scorso 22 aprile si è accesa una speranza grazie all’entrata in vigore dell’accordo di Escazú. Trattasi del primo trattato ambientale regionale, che oltre a garantire l’accesso e la partecipazione pubblica ai processi decisionali in materia ambientale, contiene disposizioni specifiche a sostegno e protezione dei difensori dei diritti umani ambientali. A oggi mancano ancora le ratifiche importanti di Brasile, Colombia, Guatemala e Perù e le adesioni di Cile, Venezuela e Cuba. L’accordo segna un punto d’inizio per una regione il cui equilibrio ecologico è minacciato dal cambiamento climatico e dall’acuirsi della competizione nazionale e internazionale per le risorse naturali.

Alberto Mazzuca

illegal logging on Pirititi indigenous amazon lands with a repository of round logs on May 8, 2018 (Felipe Werneck/Ibama via flickr via AP)” by quapan is licensed under CC BY

Alberto Mazzuca

Alberto Mazzuca è laureato in Storia e in Scienze politiche presso l’Università di Roma Tre e si è specializzato sui temi del commercio internazionale e dello sviluppo all’Università di Tor Vergata (Roma) e presso l’Universidad de Chile (Santiago). Per Il Caffè Geopolitico scrive di America Indo-Latina.

Ti potrebbe interessare
Letture suggerite