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domenica 25 Settembre 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

La guerra in tempo reale: il ruolo dei social media nel conflitto in Ucraina

In breve

  • Le Autorità russe usano media tradizionali e social per promuovere una narrazione di eroica liberazione antifascista dell’Ucraina e di un’operazione militare limitata e moralmente giustificata.
  • Dall’altro lato la leadership e i cittadini ucraini diffondono una visione di un conflitto disumano a cui stanno resistendo stoicamente e con coraggio, puntando a influenzare l’opinione pubblica mondiale.
  • La frammentazione delle notizie e delle fonti tipica dell’informazione sui social fornisce nuove prospettive alla infowar. Tra potenzialità e rischi dei nuovi media, le ragioni di Kiev sembrano avere la meglio su quelle di Mosca.

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Analisi – Il conflitto in Ucraina ci illustra come la guerra dell’informazione non sia più una componente aggiuntiva della strategia militare, ma una vera e propria nuova dimensione del conflitto. In particolare, l’utilizzo dei media moderni fornisce nuove armi alle parti in guerra e “costringe” l’opinione pubblica globale a schierarsi e agire nel suo piccolo.

1. RUSSIA: TRA DISINFORMAZIONE E CENSURA

La guerra in Ucraina non è che l’ennesimo tassello di un quadro in evoluzione ormai da anni che vede i nuovi media sempre più coinvolti nel documentare quello che accade nel mondo. Si pensi per esempio alle Primavere Arabe del 2011, definite per certi versi “Facebook Revolutions”. Il modello di comunicazione è cambiato e i giornalisti che commentano dal campo con formati predeterminati stanno lasciando spazio alla molteplicità di voci dei civili coinvolti in prima persona.  Le informazioni sul conflitto diventano contenuti da postare e commentare, che si diffondono rapidamente online e che a loro volta forniscono prove a sostegno di diverse narrative. Così, la guerra diventa sempre più ibrida e strumenti per il marketing online si affiancano a tecniche di propaganda militare. La disinformazione è da sempre un cavallo di battaglia del Cremlino e fa parte della dottrina militare della “maskirovka”, orientata all’inganno in dinamiche di guerra ibrida. Anche per il conflitto in Ucraina viene raccontata una specifica versione, ovvero la ormai nota retorica della denazificazione del Paese. I fatti vengono spesso e volentieri distorti (per esempio, i bombardamenti su Kharkiv a inizio marzo sono attribuiti all’esercito ucraino e non a quello russo) e il messaggio veicolato è che gli ucraini si stanno facendo del male da soli. Questa campagna di disinformazione non è rivolta solo ai cittadini russi, ma anche verso l’esterno, all’opinione pubblica mondiale. Non a caso la Commissione Europea ha deciso di bloccare i contenuti delle emittenti filogovernative Sputnik e Russia Today. Va sottolineato anche che i media indipendenti (come Novaya Gazeta del Premio Nobel Muratov), già bollati come agenti stranieri, sono stati di fatto costretti a chiudere in seguito all’introduzione di una nuova legge contro le fake news per cui si rischia fino a 15 anni di carcere se si diffondono versioni alternative a quella della ”operazione militare speciale”. Anche l’utilizzo di parole come guerra (voina) e invasione (vtorzhenie) può portare all’arresto. Cosa che per altro rende praticamente impossibile il lavoro dei corrispondenti stranieri, molti dei quali si sono visti costretti a lasciare la Russia. A livello di nuovi media l’azione di Mosca si è orientata in due direzioni: bloccare l’accesso a social come Instagram e Facebook (anche se di fatto molti russi aggirano la censura utilizzando software VPN) e diffondere la propria versione all’estero sfruttando questi canali. Già dal 2014 account russi diramavano notizie false sul ruolo della Russia nella regione di Donetsk.  La strategia del Cremlino in questa infowar sembra suggerire un approccio centralizzato top-down, basato sulla soppressione e sull’intimidazione di ogni dissenso.

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Fig. 1 – La clamorosa protesta anti-guerra della giornalista Marina Ovsyannikova sulla TV pubblica russa. Un caso che ha dimostrato le debolezze della strategia comunicativa del Cremlino sul conflitto in Ucraina

2. UCRAINA: UNA MOLTEPLICITÀ DI VOCI DAL CAMPO

Dal lato ucraino vediamo come storie ed esperienze personali di guerra vengano diffuse dai cittadini principalmente attraverso Twitter, Instagram, TikTok, Telegram e altre piattaforme social. Queste testimonianze dirette dal campo spesso smentiscono la propaganda del Cremlino e contribuiscono a un’azione di fact checking. Per di più in svariate occasioni i civili hanno condiviso notizie ancora prima che i media potessero arrivare sul posto, fornendo una trasmissione immediata dei fatti. Esempio lampante di queste dinamiche è l’utilizzo dei social network da parte del Presidente ucraino Zelensky. Emblematico è il video del 25 febbraio dopo i primi bombardamenti a Kiev, nel quale ripete “We are still here” per smentire i media russi che lo davano in fuga dal Paese. I destinatari della sua comunicazione sono i cittadini ucraini, ai quali vuole dare un messaggio di speranza e orgoglio, ma anche le persone nel resto del mondo. Infatti l’obiettivo è compattare l’opinione pubblica internazionale a sostegno dell’Ucraina e contro la Russia, cosa che finora sembra essergli riuscita molto bene. I fattori che determinano l’efficacia del suo stile comunicativo sono principalmente tre: l’autenticità del messaggio (spesso vengono fornite prove del giorno, dell’ora e del luogo per dimostrare che non si tratta di fake news), la connessione con l’audience (resa possibile dall’utilizzo delle piattaforme social), e l’immediatezza (grazie al tono di urgenza nel chiedere aiuti per il suo popolo). Le parole di Zelensky, infatti, si focalizzano sul senso di solidarietà, “umanizzando il conflitto” e riuscendo a guadagnarsi il supporto di una vasta fetta di audience internazionale, che grazie alle condivisioni dei contenuti ha amplificato la visibilità, trasformando milioni di utenti social in sostenitori della causa ucraina. Il Presidente ucraino ha saputo sfruttare al meglio le dinamiche di engagement sui social (si pensi anche agli interventi nei vari Parlamenti nazionali o ai Grammy Awards diventati virali). Il suo profilo Twitter è utilizzato come strumento per informare gli ucraini sull’invasione, sui negoziati e sui colloqui in corso con altri leader, spesso con venature di humor, come dimostra il noto tweet rivolto a Draghi dopo una mancata telefonata. Zelensky è sicuramente un abile comunicatore, e i cittadini ucraini non sono da meno, come dimostrano le numerose storie di coraggio che hanno fatto il giro del mondo. A differenza dell’approccio di Mosca alla infowar, quello di Kiev è orizzontale e vede una cooperazione tra le varie componenti – Autorità, cittadini, organizzazioni della società civile – per combattere la disinformazione grazie a un fact checking sul campo e accertarsi che il mondo intero stia guardando…e ripostando.

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Fig. 2 – Discorso del Presidente ucraino Zelensky durante la cerimonia dei Grammy Awards. Ormai Zelensky è diventato una superstar mediatica e sta giocando un ruolo chiave nel generare supporto internazionale per il suo Paese

3. IL RUOLO DEI SOCIAL MEDIA NELLA GUERRA DELL’INFORMAZIONE

Quello che emerge dalle dinamiche comunicative del conflitto in Ucraina è un ruolo decisivo dei nuovi media: se da un lato contribuiscono a modellare la nostra percezione dei fatti grazie alla molteplicità dei punti di vista forniti, dall’altro le dinamiche di coinvolgimento emotivo che li caratterizzano sono funzionali alla solidarietà con una causa. In tal senso emblematico è il caso della calda accoglienza europea riservata ai profughi ucraini, molto diversa dall’atteggiamento ostile nei confronti di altri rifugiati. Anche in questo caso i social hanno giocato un ruolo: la condivisione di storie spesso raccontate in prima persona è stata essenziale per generare empatia e solidarietà nei cittadini europei. I social network si stanno quindi convertendo in uno strumento molto diffuso di informazione sull’attualità internazionale, grazie al costante flusso di aggiornamenti in tempo reale e alla possibilità di fare sentire la propria voce. Le persone comuni si trovano di fatto a giocare un ruolo sempre più importante nella guerra dell’informazione. Ma abbondanza e immediatezza delle notizie possono essere un’arma a doppio taglio, aumentando potenzialmente il rischio di narrazioni divergenti e manipolazioni. E non dimentichiamo anche il ruolo che hanno nell’alimentare la retorica di odio tra le parti in conflitto. Le tecnologie dell’informazione e la guerra sono da sempre legati a doppio filo, ma oggi questa dinamica viene più che mai rafforzata dall’utilizzo di internet e dei social network. Infatti le informazioni, sia vere che false, vengono diffuse più velocemente e gli eventi vengono documentati in tempo reale in maniera estesa. Questo determina l’integrazione della comunicazione in tutti gli aspetti della guerra. In riferimento a questo conflitto la Russia è sempre stata uno dei player più attivi nell’utilizzo della infowar attraverso l’impiego di vecchi e nuovi media sostenuti dallo Stato volti a indebolire i propri nemici. Il Governo e i cittadini ucraini stanno però iniziando a battere il Cremlino al suo stesso gioco, sfruttando il potenziale della comunicazione per smascherare Mosca e fomentare una resistenza digitale.

Simona Ricci

Photo by Alek S. is licensed under CC BY-ND

Simona Ricci
Simona Ricci

Ho conseguito la Laurea Magistrale in Lingue Straniere per le Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e sto terminando il Master in Comunicazione per le Relazioni Internazionali dell’Università IULM. Da quando ho iniziato a studiare russo mi sono appassionata alla Russia e allo spazio postsovietico, cercando di tenermi sempre aggiornata sugli sviluppi politici, economici e culturali. Nei miei lavori di tesi ho approfondito la competizione geopolitica tra le grandi potenze in Asia Centrale, il modello della democrazia sovrana russa, e la comunicazione del Cremlino durante la pandemia. Ho inoltre svolto una breve esperienza lavorativa a Mosca che mi ha permesso di immergermi in prima persona nell’Est europeo.

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