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martedì 29 Novembre 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Il voto in Svezia, visto dai danesi

In breve

  • La destra sovranista vince in tutta Europa, arrivando persino a far traballare le storiche fondamenta socialdemocratiche della Svezia.
  • La parabola del Partito Popolare Danese può essere utile per capire come e perché la stessa storia politica si stia ora ripetendo nel maggiore Paese scandinavo a distanza di 20 anni.
  • Il successo degli Sverigedemokraterna di Jimmie Åkesson potrebbe infatti essere legato a doppio filo alle vicende degli ultimi decenni del partito danese speculare al suo.

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Analisi – All’indomani dell’11 Settembre 2022, gli umori del popolo svedese sembrano chiari: le forze “antisistema” sovraniste rappresentano oggi il 20% dell’elettorato. Ma come si è arrivati a questo risultato nella storica roccaforte europea della socialdemocrazia? Le analisi danesi del voto svedese sembrerebbero indicare un collegamento diretto tra quello che succede in Svezia oggi con quanto già accaduto in Danimarca negli ultimi vent’anni.

NAZIONALISMI E DÉJÀ VU

Quest’anno la destra sovranista sembra essere sulla cresta dell’onda in tutta Europa, da Nord a Sud. Ma è una parabola meno nuova di quanto si pensi. All’indomani dell’election day svedese, l’11 settembre, i giornali scandinavi sono stati invasi dalle analisi di politologi e giornalisti danesi sulla situazione dei cugini al di là del ponte: la Svezia sta viaggiando sugli stessi binari su cui ha già viaggiato anche la politica danese negli ultimi 20 anni.
Il Partito Popolare Danese fondato nel 1995 sulle basi ideologiche “etno-conservative” della “Nuova Destra” francese ha avuto un progresso decisamente simile a quello degli Sverigedemokraterna di Åkesson. Facendosi pian piano largo nei Governi delle piccole municipalità rurali nei primi due anni di vita, si guadagnò ben 13 seggi (su 179) al suo debutto nazionale nel 1998, con il 7,4% di voti. Ma, così come accadde anche ad Åkesson, furono tendenzialmente isolati dagli altri partiti parlamentari poiché ritenuti troppo estremi per il centro-destra.
La vera svolta si ebbe a seguito del balzo (12%) conquistato dai Popolari nel 2001. Divenuto, a quel punto, il terzo partito della Danimarca, la coalizione di centro-destra sarebbe stata impossibilitata a governare senza aprirsi al dialogo con quelli che solo pochi anni prima avevano considerato outsiders. Questo però comportò il concedere loro di mettere la firma sulla riforma delle politiche di immigrazione in Danimarca, il cuore del programma politico dei Popolari, promulgata l’anno successivo e considerata tra le più restrittive d’Europa.
Se questa vicenda suona come un déjà vu, è probabilmente perché è esattamente quanto appena successo anche in Svezia: la coalizione di centro-destra, guidata da Moderati, Liberali e Democristiani, ha concesso agli Sverigedemokraterna di dettare la propria linea sull’immigrazione in cambio del loro voto di fiducia in Parlamento.

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Fig. 1 – Manifesti del Partito Popolare Danese per il “no” al referendum del 2015 su una maggiore cooperazione con l’UE in materia di giustizia e sicurezza. Lo slogan principale recita: “No a più UE”

QUANDO GLI UMORI CAMBIANO

Dopo aver quindi contribuito a plasmare il contesto sociopolitico danese negli ultimi 20 anni, firmando addirittura una seconda riforma dell’immigrazione (2016) ancora più restrittiva della precedente, il tramonto degli anni Dieci segna però anche la fine della luna di miele dei danesi con il Partito Popolare. Nonostante il miglior risultato mai raggiunto (21,1%) nel 2015, che li rese il secondo partito della Danimarca, 4 anni più tardi le urne restituirono solo l’8,7%, sottraendo loro più della metà dei seggi che avevano accumulato nel tempo. Stessi risultati in drastico calo furono registrati anche in sede regionale e municipale.
C’è chi ha imputato questo disinnamoramento al fatto che, nonostante l’enorme potere contrattuale accumulato, i Popolari non si siano mai messi direttamente in gioco tra le fila del Governo, preferendo la strategia del supporto esterno, negoziato alle loro condizioni. Altre analisi collegano l’emorragia di voti all’inclusione dei temi caratterizzanti dei Popolari nell’agenda degli altri partiti parlamentari, che in qualche modo avrebbero quindi “rubato” loro i cavalli di battaglia cari agli elettori.
Non sembrerà troppo strana, alla luce di tutto questo, la fuga improvvisa dal Partito Popolare della maggior parte dei pochi parlamentari rimasti, durante l’estate 2022, forse nel tentativo di cavalcare il successo dei cugini svedesi. Il nuovo movimento politico si è infatti dato nome di Danmarksdemokraterne, e si presenta agli elettori con gli stessi pilastri di Åkesson: euroscetticismo, focus sulle aree rurali, valori conservatori e norme per l’immigrazione ancora più restrittive.

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Fig. 2 – Anche le bandiere scandinave sono un trend iniziato dalla Danimarca, che fu la prima ad adottare lo stile nel XIII secolo

LA NUOVA AGENDA POLITICA

Come recentemente visto in Italia e in Svezia, il successo dell’estrema destra da una parte all’altra dell’Europa non sembra ancora essersi arrestato. Incassando uno storico 20,6% il partito del corrispettivo svedese di Giorgia Meloni, Jimmie Åkesson, si è finalmente conquistato l’agognato posto al tavolo delle negoziazioni per la creazione del nuovo esecutivo di centro-destra. Coalizione che aspettava da quasi un decennio di poter governare di nuovo.
Com’è infatti noto, è quasi centenaria la tradizione socialdemocratica della Svezia che ha reso il Paese celebre nel mondo. Il partito traino del centro-sinistra, i Socialdemocratici appunto, ha governato ininterrottamente dal 1936 al 1979, per poi subire solo altre due brevi pause a cavallo con gli anni Novanta e l’inizio dei Duemila.
Sebbene “squadra che vince non si cambia” – e andrebbe sottolineato come i Socialdemocratici a guida Magdalena Andersson siano ancora il primo partito del Paese (30,3%), – per capire il percorso che ha portato l’estrema destra svedese all’exploit elettorale del 2022, e quindi ad aprire la strada verso il Governo al centro-destra, è necessario ricordare in quale humus sociopolitico sia nato e cresciuto il partito di Åkesson.
Molte voci autorevoli hanno infatti già fatto notare come gli storici argomenti forti della sinistra, il welfare e l’inclusività (in un Paese di appena 10 milioni di abitanti, la cui sete di manodopera e professionisti di diversi settori è insaziabile), siano stati infine abbandonati dalla stessa dirigenza socialdemocratica, a favore di quelli cari a Åkesson e i suoi, fagocitando l’intera dialettica politica del Paese da un estremo all’altro dello spettro politico. Ciò ha significato per l’elettorato assistere all’enorme controsenso dell’estromissione degli Sverigedemokraterna dalle collaborazioni parlamentari nonostante, al tempo stesso, la loro agenda venisse messa costantemente al centro del dibattito pubblico tanto nei palazzi del potere quanto nei media.

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Fig. 3 – Jimmie Åkesson, leader degli Sverigedemokraterna

RAPPORTO CAUSA-EFFETTO

Il motivo per cui tale shift nelle priorità della politica abbia fatto breccia solo adesso, e non nei primi due decenni dalla nascita del partito nel 1988, sarebbe da ricondurre proprio a quanto accaduto in Danimarca negli stessi anni. La stretta estrema attorno alle regole immigratorie danesi, nonché la sempre minore solidarietà percepita a livello europeo in termini di condivisione e responsabilità sui flussi migratori, resero la Svezia l’unico Paese al quale gli aspiranti rifugiati in marcia durante la crisi del 2015 guardarono nella speranza di ricevere accoglienza e tolleranza.
Per quanto non fosse nulla di ingestibile per il Paese scandinavo, è innegabile che l’avere tutto il peso di una crisi umanitaria di quelle dimensioni addosso non possa che aver contribuito a far scattare negli svedesi quei malumori che furono poi cavalcati dagli Sverigedemokraterna. Non è infatti un caso che la loro roccaforte si venne a creare proprio nelle aree rurali della regione di Skåne, la più a sud al confine con la Danimarca, dove si erano riversati non solo i nuovi arrivati in fuga dalle caotiche conseguenze delle Primavere Arabe, ma anche tutti i residenti danesi senza cittadinanza che a quel punto si erano trovati sempre più impossibilitati a ottenerla.
Sembrerebbe dunque che non la ”immigrazione incontrollata”, come più volte definita da Åkesson e simpatizzanti, ma al contrario, l’immigrazione iper-restrittiva sarebbe da considerarsi la causa principale della crisi migratoria che gli Sverigedemokraterna hanno cavalcato, al punto da renderla la propria arma vincente nell’ormai incancrenito scacchiere politico svedese.
Ma Åkesson sarebbe stato forse meno efficace nella sua comunicazione se non avesse trovato terreno fertile per il suo messaggio anche all’interno dei media svedesi.
Recenti studi dell’Autorità Nazionale per la Prevenzione del Crimine (Brå) hanno dimostrato come il reale livello di criminalità e violenza, nonché dei giovani che finiscono nella rete delle gang, sia in oggi costante diminuzione rispetto agli anni Ottanta e Novanta, nonostante la percezione della popolazione sia falsata in negativo dal focus dei media costantemente puntato sulle sporadiche sparatorie tra bande organizzate nelle periferie delle grandi città che ingigantisce il fenomeno molto più di quanto non dicano i dati.
Non sapremo mai su quale tema Jimmie Åkesson sarebbe stato costretto a puntare per scalare la vetta del potere se i danesi non avessero mai stretto la corda sulla propria quota migranti al punto tale da costringerli a virare in massa oltre il ponte di Öresund. Ma quello che sappiamo per certo è che sono proprio gli effetti di quelle politiche d’oltremare ad aver reso gli Sverigedemokraterna il secondo partito della Svezia nel 2022.

Debora Russo

Immagine di copertina: The Oresund Bridge celebrated 15 Years yesterday” by Infomastern is licensed under CC BY-SA

Debora Russo
Debora Russohttps://www.linkedin.com/in/deborarusso/

Politics geek dalla vena artistica. Laureata triennale in Scienze Politiche e specialistica in Relazioni Internazionali all’Università l’Orientale di Napoli (con periodo di ricerca tesi presso la Sabanci University di Istanbul), ho cercato il mio posto nel mondo fin dalla più tenera età. Fino ai 23 anni ho creduto che fosse il Giappone; poi nel 2015 ho scoperto per caso la Svezia, dove mi sono trasferita 2 anni più tardi ed ho preso un’altra laurea in Interaction Design and Requirement Engineering. Si capisce che continuo a non saper scegliere tra tutto quello che mi piace, ma almeno alla fine il mio posto nel mondo l’ho trovato.

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