sabato, 2 Dicembre 2023

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Una teoria cinese delle Relazioni Internazionali: retorica o posizioni storicamente motivate?

In breve

  • L’approccio cinese alla teoria delle Relazioni Internazionali si presenta in maniera originale e innovativa. Non sempre appare però scevro da una forte carica retorica.
  • In linea con tale approccio, la Cina ha lanciato la Global Civilization Initiative (GCI), promuovendo in questo modo concetti quali il multilateralismo e il multipolarismo.
  • In molti Paesi non occidentali, il piano di Xi suona spesso più convincente delle narrazioni democratiche americane.

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Analisi – La Cina vive le Relazioni Internazionali in maniera differente dal resto del mondo. Per l’attuale Governo cinese le motivazioni risiedono nel passato nazionale e nella concezione un tempo sinocentrica dell’ordine internazionale. Lo scorso marzo, il Presidente della Cina Xi Jinping ha inaugurato la Global Civilization Initiative (GCI), un piano d’azione che pubblicizza concetti quali il multilateralismo e la non ingerenza atto a destabilizzare l’ordine americano imperniato sul valore di democrazia. Per alcuni Paesi in via di sviluppo, le parole di Xi suonano allettanti.

UNA TEORIA CINESE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI

Nell’approccio teorico alla teoria delle Relazioni Internazionali (RI), l’apporto cinese ha tardato ad arrivare e a dare i suoi frutti. Qin Yaqing, uno degli studiosi di massimo spessore in questo ambito, ha per anni sottolineato all’interno dei propri contributi accademici come in Cina, nonostante un impegno attivo nello studio e nella decodifica delle RI, mancasse però un contributo teorico diretto della comunità universitaria nazionale. Proprio una sua pubblicazione, nel 2018, ha inaugurato un fervente dibattito riguardante una possibile delineazione dell’approccio cinese alle RI, supportato da un ricco apparato di richiami storici e culturali. Per Qin, il cui approccio è molto vicino a quello costruttivista, la Cina vive il sistema mondo attraverso un prisma costituito da una fitta rete di rapporti e dinamiche relazionali intrinsecamente atte a definire, in natura di ciò, l’identità dei singoli attori presenti sulla scena internazionale. Per Pechino, il passaggio dal sistema sinocentrico al modello westfaliano, traumatico per la natura stessa della transizione, percepita ancora oggi come una vera e propria umiliazione nazionale, ha contribuito a quella che in Occidente è percepita come una distorsione tanto delle RI quanto del Diritto Internazionale. La Cina ha abbracciato questi sistemi solo parzialmente, inserendosi massicciamente nei processi di globalizzazione di fine ventesimo e inizio ventunesimo secolo ma non riconoscendo l’autorità di terze parti nel contenzioso con altri Paesi e credendo profondamente nel principio di non ingerenza, anche per questioni di diritti umani e politici.

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Fig. 1 – Il Premier cinese Li Keqiang (al centro) insieme a quello del Vietnam Nguyen Xuan Phuc (a sinistra) e a quello di Singapore Lee Hsien Loong (a destra) durante il summit Cina-ASEAN del novembre 2018

LA GLOBAL CIVILIZATION INITIATIVE E IL NUOVO ORDINE MULTIPOLARE

Interventi come quello di Qin risultano spesso molto influenti negli ambienti della burocrazia cinese, e tale peso è spesso percepibile nelle direttrici ideologiche delineate dal Partito. Lo scorso 15 marzo, il Presidente e Segretario generale del Partito Xi Jinping ha inaugurato in occasione di un confronto virtuale con circa 500 rappresentanti politici di 150 Paesi la Global Civilization Initiative (GCI). Si tratta di un progetto di cooperazione politica a livello globale volto ad affiancare la Belt and Road Initiative (BRI), i cui presupposti sono invece fondamentalmente economici. La GCI prende di mira l’attuale posizione dell’amministrazione Biden, incentrata sullo scontro fra democrazia e autocrazia, e propone invece un modello di RI colorato di multilateralismo e non ingerenza nelle questioni interne dei Paesi sovrani. Xi Jinping cavalca in questo modo il momento storico, caratterizzato da un allontanamento da un ordine mondiale unipolare a guida statunitense per approcciare invece un multipolarismo simile a quello precedente lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Alcuni analisti restano in disaccordo con la teoria di un ritorno del multipolarismo, obiettando che i principali asset tanto militari quanto economici mondiali restano saldamente nelle mani di un solo Paese, gli Stati Uniti, con un solo possibile contendente, la Cina, che è però ancora parecchio indietro rispetto al Paese egemone. Ad essere delineato è dunque un nuovo bipolarismo asimmetrico, ma anche ammettendo tale ipotesi, non vi è comunque dubbio che lo share di potere e l’influenza precedentemente esercitata dagli Stati Uniti sulle RI sia certamente andata diminuendo nel corso degli ultimi anni. Il disimpegno in Medio Oriente e in Afghanistan ha contribuito non poco nel proiettare un’immagine più stanca e cautelativa della politica estera americana. Questa condizione di rinnovata mobilità sullo scacchiere internazionale ha certamente favorito l’avvento di una influente fetta di Paesi dallo spirito di iniziativa autonomo, il cui peso demografico, economico e strategico collettivo è a questo punto impossibile da trascurare. Nei confronti di queste potenze terze, la cui voce è indubbiamente più forte e presente di quella dei Paesi terzomondisti durante la Guerra Fredda, l’iniziativa propugnata dal Segretario generale del PCC possiede una attrattività maggiore rispetto alla retorica americana di scontro esistenziale tra democrazia e autocrazia. Questi Paesi, coscienti delle idiosincrasie ideologiche americane, palesatesi nel 2003 con l’invasione dell’Iraq, non hanno interesse ad aderire alla narrativa proposta dall’attuale Governo statunitense.

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Fig. 2 – Una sessione dell’ultimo vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi in Uzbekistan lo scorso settembre

LA CINA PROTAGONISTA NELLA NUOVA ERA DEL MULTILATERALISMO

I principi di equilibrio e pace suggeriti da Xi, richiamati in supporto di un sistema mondo la cui interconnessione è oggi messa a rischio dallo scontro tra le due grandi potenze globali, si dimostrano più allettanti anche per quegli attori i cui interessi strategici ed economici sono talvolta in contrasto con quelli cinesi. L’India e la Cina condividono, a questo proposito, una linea di demarcazione di quasi 3500 km sull’Himalaya alla quale sono legati conflitti territoriali tuttora irrisolti. Eppure, Washington, nonostante riesca a individuare in Nuova Delhi un partner strategico per il contenimento di Pechino nell’Indo-Pacifico, non può comunque fare totale affidamento sul Governo di Narendra Modi, che si dimostra fermamente restìo a un coinvolgimento su più ampia scala. L’India è peraltro uno dei membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), un gruppo con sede a Pechino e composto da potenze eurasiatiche che sembrano condividere le medesime aspirazioni politiche, economiche e securitarie nella regione. Pechino sfrutta così l’attuale situazione internazionale per ritagliarsi un ruolo di mediatore di peso, come dimostrato recentemente dalla mediazione nello storico riavvicinamento diplomatico tra Riyadh e Teheran, e dai tentativi di intervento diplomatico nel conflitto ucraino. Per la narrazione proposta dal Governo di Xi, quella in atto non sarebbe una battaglia ideologica tra democrazia e autocrazia, bensì un confronto tra civiltà con caratteristiche à la Samuel Huntington nel quale la sola parte realmente prona allo scontro è quella americana. Per Pechino l’attuale forma politica della RPC e la civiltà cinese, concepita dalle autorità e dalla ricerca accademica in un continuum praticamente privo di rotture e lungo più di 2000 anni, formano una singola entità le cui caratteristiche e il cui funzionamento risultano aliene a chi ne sta al di fuori. In Occidente il multilateralismo promosso da Pechino fatica a ritagliare spazio vitale per il soft power cinese, ma nella periferia dello scacchiere internazionale le parole di Xi vengono accolte con un piglio assai differente. Se gli Stati Uniti desiderano trovare maggiore spazio nel dialogo con queste potenze, tra le quali figurano anche storici alleati e partner atlantici come il Brasile o il Sud Africa, diviene urgente intraprendere una retorica differente e che sia più convincente per quegli attori che non ripongono abbastanza fiducia nella narrazione ideologica di Washington. Gli Stati Uniti, inoltre, si sono mostrati sempre più inclini nello spingere i propri partner commerciali a slacciare la propria economia dall’influenza cinese. Suggerire a Paesi la cui economia è fortemente dipendente dal commercio con la Cina un allontanamento forzato dai suoi mercati e un decoupling dalle supply chain che la coinvolgono potrebbe suonare come un ricatto che in molti potrebbero essere poco disposti ad accettare. Ai fini di una cooptazione di tali attori nello scontro tra le due super potenze che si profila all’orizzonte, considerato soprattutto il surriscaldamento del clima nello stretto di Taiwan, Washington necessita di una strategia dialettica meno rigida e più attenta alle esigenze dei propri interlocutori.

Vanni Filloramo

Forbidden City, Beijing” by rboed is licensed under CC BY

Vanni Filloramo
Vanni Filloramo

Dottore in Lingue e Culture Orientali, aspirante sinologo e appassionato di storia delle relazioni internazionali. Sono nato a Benevento, ma le mie esperienze di studio mi hanno condotto a Macerata, Shanghai e Parigi. Mi piace speculare, viaggiare, e guardare calcio.

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