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Il ciclone Mocha e i soliti schemi dell’emergenza climatica

RistrettoIl bilancio del ciclone “Mocha”, abbattutosi sui Paesi del Golfo del Bengala tra il 9 e il 15 maggio, è ancora parziale, ma, cambiato il nome, la dinamica rimane la stessa di quella già tristemente vista in altre parti del globo negli ultimi anni. Fenomeni meteorologici violenti, repentini, che portano morte e distruzione.

Mocha ha portato devastazione in Myanmar e in Bangladesh facendo almeno 145 vittime accertate (ma la stima come sempre è destinata a crescere perché centinaia sono i dispersi) e distruggendo diversi villaggi e città. Lo Stato del Rakhine ad esempio, nel Myanmar, ha pagato un tributo pesantissimo: non solo centri urbani ma infrastrutture fondamentali come ponti e centrali elettriche sono stati spazzati via. In alcuni piccoli centri, come quello di Rathedaung, tutti i presidi ospedalieri sono stati distrutti e gli ospedali più vicini sono a centinaia di chilometri.  L’emergenza sanitaria è quella che desta le maggiori preoccupazioni: il pericolo di epidemie resta molto alto, e ciò è dovuto ai batteri trascinati e presenti nelle acque stagnanti ancora ovunque, e alla presenza di molti corpi sotto le macerie. Gli sfollati sono centinaia di migliaia e i traumi sulla popolazione locale peseranno per diversi anni, per non parlare della difficoltà di una eventuale ricostruzione, in un momento storico dove i costi delle materie prime sono altissimi. Ma i rischi legati all’emergenza devono anche tenere conto di alcune peculiarità del territorio: le mine, presenti a centinaia di migliaia in questi territori, retaggi di guerre decennali, e rese non più riconoscibili dal terreno alluvionato e i serpenti velenosi tipici della biodiversità locale, che adesso si muovono in porzioni di territorio molto più ampie. 


Il copione non è nuovo e le misure adottate soprattutto dal Bangladesh, i meccanismi di emergenza per far fronte a queste crisi, saranno messi a dura prova. Il Fund Crisis nazionale viene attivato ogni volta che c’è una emergenza ma non ha fondi propri e viene rimpinguato sulla base della specifica emergenza. Questo vuol dire ritardi nella gestione delle emergenze e nella ricostruzione; nel frattempo le persone continueranno a spostarsi e a lasciare le coste del Paese, giudicate troppo rischiose, per rifugiarsi nella capitale Dakha, come già avvenuto in passato. A causa di questi eventi, ormai frequenti, Dhaka sta quindi subendo un aumento incontrollato della popolazione con un grave impatto sulla vivibilità della città: dal piano urbano, praticamente assente, alla mancanza di infrastrutture e servizi minimi a una sempre maggiore conflittualità sociale dovuta a risorse sempre più scarse.

Nella distruzione causata da Mocha, sono andati distrutti anche alcuni campi profughi Rohingya, la popolazione musulmana da anni in cerca di una patria, cacciata e perseguitata sia dal Bangladesh che dal Myanmar.
Intanto, le agenzie delle Nazioni Unite si sono messe all’opera per portare aiuti e creare campi per gli 800,000 sfollati e per una iniezioni di fondi necessaria ai Governi per poter facilitare un’azione su larga scala. Anche l’Alto Commissariato per i Rifugiati è già all’opera ma le difficoltà sia nel breve che nel lungo periodo saranno tante – a partire dal cibo, visti gli ingentissimi danni subiti dall’agricoltura locale. Ma le procedure delle organizzazioni hanno un ulteriore ostacolo: molte zone sono completamente isolate dalla comunicazioni.

Ilenia Maria Calafiore

Bangladesh 2020” by Oregon State University is licensed under CC BY-SA

Dove si trova

Perchè è importante

  • Il ciclone Mocha si è abbattuto su Myanmar e Bangladesh. La distruzione portata da questo fenomeno metereologico estremo spinge ad interrogarsi sui meccanismi di gestione dell’emergenza in questi Paesi, ancora troppo farraginosi.

 

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Ilenia Maria Calafiore
Ilenia Maria Calafiore

Nata nel 1989, mi sono laureata in Comunicazione Internazionale presso l’Università di Palermo, per poi spostarmi in Toscana e specializzarmi in Studi Internazionali a Pisa, dove ho conseguito la laurea nel 2014 con la tesi “Spunti per uno studio delle politiche della Federazione Russa nel bacino del Mar Nero”. L’amore per i paesi slavi e per la Russia viene sancita da un internship a Tolyatti, nella Russia Occidentale. Ma ho approfondito anche  le relazioni transatlantiche grazie ad un progetto Nato ed uno con l’Onu che mi hanno portato alla scoperta di New York. Oltre all’interesse per le relazioni internazionali, mi occupo di comunicazione attraverso il web.

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