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    Analisi Con la conferenza di pace di Mosca del 9 novembre, la Russia sta cercando di riaffermare la propria influenza in Afghanistan sia per motivi di sicurezza che per interessi economici e geostrategici.

    LA RUSSIA NEL PROCESSO DI PACE AFGHANO

    Lo scorso 9 novembre si è tenuta a Mosca una conferenza che ha riunito allo stesso tavolo membri del gruppo islamista dei talebani, del Governo di Kabul (rappresentato implicitamente da esponenti dell’Afghanistan High Peace Council) e delegati diplomatici di Cina, India, Pakistan, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Gli USA, invece, che avevano inizialmente declinato l’invito, erano presenti solo come osservatori. Sia Washington che Kabul hanno tentato in questi mesi di evitare che Mosca si inserisse nel processo di pace, ma la Russia ha sfruttato il vantaggio di essere in rapporti diplomatici sia con il Governo afghano che con i talebani. Nelle prime fasi del conflitto afghano la Russia di Putin aveva sostenuto l’intervento occidentale, concedendo l’uso dello spazio aereo e di alcune basi per il trasporto di truppe e mezzi. Mosca aveva poi partecipato agli sforzi di ricostruzione del Paese, fornendo equipaggiamenti militari alle nuove forze di sicurezza afghane e sostenendo attività anticontrabbando e antidroga. La situazione è cambiata dopo la crisi ucraina e il successivo intervento russo nella guerra in Siria, che hanno svelato una forte divergenza fra USA e Russia. Dal 2016 il Governo russo ha avviato diversi incontri con i Paesi confinanti dell’Afghanistan, noti come “processo di Mosca”. Il primo incontro è avvenuto esclusivamente tra Russia, Cina e Pakistan. Nel 2017 sono stati invitati agli incontri diplomatici anche delegati dell’Afghanistan, dell’India e delle Repubbliche dell’Asia centrale. Nel 2018, infine, è stato pianificato un terzo dialogo multilaterale, in cui sono stati invitati anche i membri del gruppo talebano e degli USA. L’incontro, che doveva tenersi il 4 settembre a Mosca, è stato rinviato per il rifiuto sia del Governo afghano, sia dei talebani. Il Governo di Kabul aveva chiesto che il processo di riconciliazione in Afghanistan, con i relativi negoziati, dovesse essere espressamente a conduzione afghana e non subire il coinvolgimento di un gruppo terroristico. Anche per i talebani l’invito era inaccettabile, poiché hanno dichiarato di considerare l’attuale Governo afghano come “fantoccio” degli USA, aggiungendo poi di essere disposti a trattare solo con le «forze occupanti». Il presidente Ghani, nell’ultimo mese, ha mutato la propria decisione, accettando che il Governo di Kabul partecipasse, seppur indirettamente, alla conferenza di Mosca. La conferenza, tenutasi a inizio mese, è stata un grande successo per la Russia semplicemente perché ha avuto luogo, poiché ha mostrato la crescente influenza e l’importanza diplomatica del Cremlino sia a livello regionale che internazionale. Ovviamente l’Afghanistan non può essere pacificato senza l’interessamento di tutti gli attori internazionali coinvolti, compresi NATO e ONU, né senza un compromesso con i talebani basato sul dialogo inter-afghano, poiché in alcune aree del Paese la resistenza talebana è forte proprio grazie all’appoggio degli abitanti locali.

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    Fig. 1 – Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov (al centro) insieme agli altri partecipanti alla conferenza di Mosca del 9 novembre scorso

    LE RICHIESTE DEI TALEBANI A MOSCA

    Alla conferenza multilaterale di Mosca il capo dell’ala politica dei talebani Stanekzai ha delineato le richieste del gruppo, dichiarandosi pronto a trattare con il Governo di Kabul solo dopo aver stabilito un calendario per il ritiro completo delle truppe straniere dall’Afghanistan. I talebani inoltre hanno reclamato il riconoscimento come partito politico, la liberazione di tutti i prigionieri politici, la rimozione delle restrizioni sui viaggi internazionali dei  propri leader e l’eliminazione delle sanzioni nei loro confronti, il riconoscimento del loro ufficio a Doha, in Qatar. Infine, i talebani hanno fatto pressione perché le elezioni presidenziali del 2019 vengano posticipate a data da destinarsi e venga stabilito un Governo ad interim con una guida neutrale. La partecipazione alla conferenza è stata una vittoria per i talebani, sia perché partecipando hanno ottenuto indirettamente un riconoscimento ufficiale come attore locale fondamentale per la pacificazione dell’Afghanistan, sia per l’ampia copertura mediatica avuta a livello internazionale. Lo scopo della partecipazione all’incontro moscovita da parte del gruppo islamista non era solo quello di ribadire le richieste, ma anche di mostrare agli USA e ai suo alleati di avere “alternative” politiche alle trattative che stanno conducendo con Washington e con la NATO.

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    Fig. 2 – La postazione del movimento talebano al tavolo della conferenza di Mosca

    SICUREZZA, INTERESSI E GEOSTRATEGIA RUSSA

    Sebbene sia evidente che la conferenza di Mosca rappresenti comunque un passo in avanti nella risoluzione della delicata situazione afghana, essa ha più che altro confermato la presenza sempre più forte sulla scena della Russia quale mediatore di pace nella regione, contrastando la diplomazia americana nel contesto dell’Asia Centrale. Il Governo di Mosca vede l’Asia centrale e l’Afghanistan come un’area che deve appartenere alla sua sfera di influenza, in opposizione al tentativo d’influenza USA. Nelle dichiarazioni pubbliche post-conferenza, i funzionari russi hanno affermato che l’incontro multilaterale non era destinato a indebolire il Governo di Washington, ma hanno anche evidenziato i fallimenti degli Stati Uniti nella pluriennale guerra in Afghanistan. La Russia sta cercando di riaffermarsi come uno dei principali attori nel Paese e la conferenza di Mosca è emblematica della strategia del Cremlino, che teme la continua ascesa dello Stato Islamico in Afghanistan, nelle Repubbliche dell’Asia Centrale e nel proprio Paese. Ha, dunque, iniziato a dialogare già da alcuni anni, in modo informale, con i talebani, avviando così una strategia diplomatica volta alla riappacificazione tra talebani e Governo di Kabul per motivi di sicurezza,in particolare lungo il confine afghano-tagiko-uzbeko, dove sono crescenti le infiltrazioni di rifugiati, narcotrafficanti, contrabbandieri di armi e del terrorismo transnazionale, in particolare quello legato alla cellula afghana dello Stato islamico (ISK).

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    Fig. 3 – Hajji Din Mohammad, membro di spicco dell’Afghanistan High Peace Council, parla con i giornalisti durante una pausa della conferenza moscovita

    Il rafforzamento della partnership economica e politica con Uzbekistan e Tagikistan, con i quali già esistono accordi bilaterali di cooperazione, e gli eventuali accordi di pacificazione tra talebani e Governo di Kabul permetterebbero a Mosca di penetrare economicamente in Afghanistan con strategie di cooperazione e di sviluppo tramite investimenti in ricostruzione, tecnologie, progetti di ammodernamento, oltre che per il passaggio dei propri gasdotti. Una completa pacificazione dell’Afghanistan favorirebbe però non solo la Russia, ma tutti gli attori regionali e internazionali presenti nell’area, poiché creerebbe un grande quantitativo di investimenti economici e commerciali. Gli sforzi del Governo russo, che ha premuto per l’organizzazione dei colloqui di pace a Mosca, infatti, sono legati alla strategia della SCO (Shanghai Cooperation Organization), già discussa in questi anni, di lavorare a un processo di pace guidato da Russia, Cina, Iran e Pakistan che permetterebbe di stabilizzare l’Afghanistan, con Islamabad come garante, portando avanti una soluzione tutta asiatica che permetterebbe agli Stati citati di proporsi come principali partner del futuro Governo di Kabul.

                Daniele Garofalo

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    Daniele Garofalo
    Daniele Garofalohttps://independent.academia.edu/DanieleDaniele13

    Sono nato a Salerno nel 1988. La storia, la geografia, la politica e i viaggi, sono da sempre le mie grandi passioni. Sono ricercatore e analista del Terrorismo Islamista e di Geopolitica. Ho collaborato con la rivista digitale Geopolitical Report dell’ASRIE, l’“Association of Studies, Research and Internationalization in Eurasia and Africa”, con il centro studi Geopolitica.info e con Notizie Geopolitiche.net. Collaboro con Babilon news & magazine e da maggio 2018 con il Desk Asia del Caffè Geopolitico. Per il Caffè Geopolitico mi sono occupato di monitoraggio del jihadismo globale con la newsletter “Gli Occhi nel Jihad“.

    Sono Analista del terrorismo per il Centro Studi e ricerca Analytica for Intelligene and Security Studies.

    Ad Aprile 2020 è stato pubblicato il mio primo libro: “Medio Oriente Insanguinato”(Enigma Edizioni), un’analisi geopolitica del contesto mediorientale e del terrorismo islamista.

    Mi occupo principalmente della ricerca, studio e analisi del terrorismo islamista, dell’area mediorientale e saheliana, dell’Asia Centromeridionale.

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