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UE, mercato interno e competitività: le ricette di Letta e Draghi per evitare il declino economico

Analisi – L’economia globale è cambiata negli ultimi anni e l’Europa deve dotarsi di una nuova strategia se vuole mantenere una sua rilevanza economica e politica. I due ex Presidenti del Consiglio italiani suggeriscono percorsi complementari.

DUE ITALIANI PER L’EUROPA

Dal mese scorso è pubblico il rapporto sul mercato interno dell’UE redatto, su incarico della Commissione, da Enrico Letta. Il report sulla competitività, commissionato dal Consiglio a Mario Draghi, sarà presentato solo dopo le elezioni europee di giugno, ma lo stesso Draghi ne ha anticipato le linee di fondo in un recente intervento pubblico.
È una curiosa coincidenza che due ex Presidenti del Consiglio italiani siano stati incaricati di redigere questi rapporti. In effetti, l’Italia ha storicamente avuto un ruolo di primo piano in varie fasi di avanzamento del processo di integrazione europea, sebbene nell’attuale quadro politico non sia chiaro che posizionamento avrà il nostro Paese, con riguardo agli sviluppi futuri dell’Unione.
Entrambi i rapporti hanno lo scopo di individuare i percorsi che mantengano l’Europa rilevante economicamente, dunque politicamente, e lo fanno a partire da constatazioni comuni. Innanzitutto, la forza economica europea è in declino rispetto alla competitività di Stati Uniti e Cina e al crescere di altre economie emergenti. Inoltre, i cambiamenti nell’economia globale degli ultimi anni e le sfide del futuro prossimo hanno reso inattuale l’assetto economico dell’UE.

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Fig. 1 – Enrico Letta presenta il suo rapporto

MOLTO PIÙ DI UN MERCATO

“Much more than a market”, molto più di un mercato, è intitolato il rapporto Letta. Il mercato comune ha infatti rappresentato il pivot dell’unificazione europea e continua a essere il perno su cui far leva per evitare il declino economico dell’Europa e mantenerne la coesione politica. Regole comuni e assenza di barriere interne facilitano infatti il finanziamento dell’economia e smorzano i nazionalismi economici, pericolosi anche politicamente. L’unione del mercato dei capitali, lanciata nel 2015, non è però ancora compiuta. Tre settori in particolare furono all’epoca espressamente esclusi dal mercato unico: finanza, energia e comunicazioni. Invece, spiega il rapporto Letta, eliminare la frammentazione dei mercati finanziari nazionali è fondamentale per affrontare le varie transizioni in corso (verde, digitale, della difesa, allargamento). Altrimenti il colossale importo di investimenti necessari sarà impossibile da raggiungere: né i bilanci statali né le risorse delle banche nazionali saranno sufficienti. Tra le proposte del report, quella di creare un “safe asset” (un titolo sicuro, in grado di mantenere il suo valore di fronte agli shock economici) a livello europeo, centralizzando la raccolta di obbligazioni (in sostituzione dei vari titoli pubblici nazionali) e indirizzando i finanziamenti verso politiche industriali europee. Vitale anche aumentare le dimensioni degli operatori di mercato (laddove USA e Cina beneficiano di economie di scala con pochi operatori) in settori come telecomunicazioni, energia, difesa e armonizzare le norme fiscali.
Nelle aree prioritarie (finanza e mercato dei capitali, energia, transizione ambientale, difesa, comunicazioni), il rapporto auspica l’utilizzo preminente di regolamenti (la cui applicazione è obbligatoria) anziché direttive (per evitare tattiche nazionali dilatorie e parziali nel recepimento delle stesse). Addirittura, si spinge a suggerire un codice unico di diritto commerciale europeo.
Alle quattro libertà tradizionali del mercato unico (libero movimento di persone, beni, servizi e capitali), Letta propone poi di aggiungerne una quinta per sviluppare ricerca, innovazione ed educazione. In questo contesto, la sanità assumerebbe un posto di primo piano.

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Fig. 2 – La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen

ANDARE AVANTI CON CHI CI STA

In base alle anticipazioni dello stesso Draghi, il suo rapporto sulla competitività del pari insiste sulla necessità di “politiche pianificate e coordinate strategicamente”, per far fronte ai cambiamenti globali. Le soluzioni proposte dall’ex Presidente della BCE seguono tre direttrici principali, praticamente sovrapponibili alle linee guida indicate da Letta: favorire le economie di scala (il caso più attuale è quello della difesa), fornire beni pubblici europei (ad esempio, infrastrutture), garantire l’approvvigionamento di risorse e input essenziali (come le materie prime, ma anche, con terminologia forse infelice, forza lavoro). La rapidità nelle decisioni e nell’implementazione delle conseguenti decisioni di politica economica e industriale è fondamentale, nell’ottica di entrambi i rapporti. Come esplicitato nel discorso anticipatore di Draghi “non possiamo permetterci il lusso di rimandare a una futura revisione del Trattato”, da qui l’opzione di procedere con chi ci sta tramite il meccanismo della cooperazione rafforzata tra alcuni soltanto degli Stati membri.

ALCUNE DIFFICOLTÀ POSSIBILI

I due rapporti saranno sicuramente letti dai Governi europei e auspicabilmente discussi dalle forze politiche che si presentano ai cittadini europei per chiederne il voto in giugno.

È fin d’ora possibile individuare alcuni potenziali fattori di criticità:

  • Come si conciliano le conclusioni dei due rapporti (per ora presunte per quello sulla competitività) con l’appena approvata riforma del Patto di stabilità? Le rinnovate regole fiscali, infatti, ripropongono i vecchi criteri dell’austerità di bilancio, seppure leggermente mitigati;
  • Le auspicate economie di scala e le spinte per la riduzione del numero dei concorrenti in alcuni settori costituiscono una svolta a 180 gradi rispetto ai dogmi della politica della concorrenza finora sostenuti dall’Ue (in materia di antitrust, concentrazioni di imprese, aiuti di stato). La resistenza, anche ideologica, a tale svolta non sarà presumibilmente facile da vincere;
  • Quanta volontà politica di seguire le raccomandazioni di Letta e Draghi è lecito attendersi da un panorama politico europeo di tendenza conservatrice? Salvo soprese elettorali, il trend è per l’accentuazione dei nazionalismi economico/politici piuttosto che il contrario.

Vedremo cosa accadrà dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento e quali saranno le nuove cariche istituzionali (Commissione e Consiglio). L’unanimità dei ventisette Governi appare davvero improbabile (o meglio, impossibile) sulle posizioni di Letta e Draghi. Si possono ipotizzare compromessi su alcune linee o su altre. Ma difficilmente i cambiamenti radicali auspicati dai due italiani saranno accolti in toto. Molto più probabile, forse auspicabile, che un nucleo anche ristretto di Paesi decida per cooperazioni rafforzate. Sarebbe l’avvio di un’Europa a due o più velocità, forse inevitabile anche in previsione degli allargamenti prossimi futuri. E magari decisivo per il balzo in avanti necessario.

Paolo Pellegrini

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Perchè è importante

  • Completare il mercato unico includendo finanza, energia e comunicazioni. Economie di scala. Armonizzazione delle politiche fiscali. Sono alcune delle ricette del rapporto Letta sul mercato unico e di quelle del prossimo rapporto Draghi sulla competitività.
  • Ma non è detto che ci siano le condizioni politiche per un tale cambiamento di paradigma, piuttosto sembra tornare il tempo dei nazionalismi economici. Sarà soltanto un nucleo di Stati membri a mettersi in gioco, tramite cooperazioni rafforzate?

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Paolo Pellegrini
Paolo Pellegrini

Nato a Terni nel 1967, laureato in Giurisprudenza, sono un funzionario della Commissione europea. Prima di diventare un euroburocrate ho svolto vari lavori ed attività, tra cui l’editore e l’istruttore di paracadutismo sportivo, ma la cosa di cui sono più fiero è l’essere stato, per un breve periodo della mia vita, operaio metalmeccanico.

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