Israele, ritorno alla pena capitale: sicurezza o rottura del diritto?

In 3 sorsi – Nel contesto di un conflitto prolungato e di una governance territoriale frammentata, la reintroduzione della pena capitale da parte di Israele non rappresenta solo una svolta normativa, ma un indicatore della trasformazione del paradigma securitario israeliano con implicazioni profonde per il diritto internazionale e per il futuro della questione palestinese.

1. UNA ROTTURA STORICA 

“Chiunque toglie la vita a qualcuno, lo Stato di Israele gli toglierà la vita”. 
Con queste parole il Ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha festeggiato, il 30 marzo 2026, l’approvazione da parte della Knesset della legge che introduce, di fatto, la pena di morte per impiccagione per i palestinesi condannati per terrorismo.
Il provvedimento, sostenuto dal Governo guidato da Benjamin Netanyahu, segna una discontinuità storica: Israele non applicava la pena capitale in ambito civile dal 1962, anno dell’esecuzione di Adolf Eichmann.
La normativa stabilisce la pena di morte come sanzione ordinaria, applicabile con decisione a maggioranza semplice, estendendo tale competenza anche ai tribunali militari operanti nella Cisgiordania occupata. Inoltre, riduce i margini di discrezionalità giudiziaria, consentendo l’emissione della condanna anche senza unanimità, limita drasticamente le possibilità di appello o clemenza e prevede tempi di esecuzione rapidi, fino a 90 giorni dalla sentenza definitiva. Più che un semplice inasprimento penale, la riforma rappresenta una ridefinizione del rapporto tra sicurezza e Stato di diritto, suscitando critiche anche all’interno dell’establishment militare e politico israeliano.

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Fig. 1 – Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir

2. IL NODO DEL DOPPIO STANDARD

Tra gli aspetti più controversi emerge il carattere selettivo della norma. La formulazione, che lega la pena capitale a crimini commessi con l’intento di “negare l’esistenza dello Stato di Israele”, finisce per circoscriverne l’applicazione quasi esclusivamente ai palestinesi. In concreto, i palestinesi della Cisgiordania saranno giudicati da tribunali militari, mentre i cittadini israeliani, inclusi i coloni coinvolti in episodi di violenza, restano sottoposti alla giurisdizione civile. Ne deriva un sistema giuridico duale che, secondo numerosi osservatori, istituzionalizza un doppio standard. Il provvedimento si inserisce nella strategia securitaria adottata dal Governo israeliano dopo il 7 ottobre, con l’obiettivo di rafforzare la deterrenza e ridurre la pratica degli scambi di prigionieri. Tuttavia, il ricorso ai tribunali militari, caratterizzati da tassi di condanna estremamente elevati, solleva interrogativi rilevanti sulla compatibilità con gli standard internazionali di equo processo.
In questo quadro, episodi recenti, come l’archiviazione di accuse contro soldati israeliani per abusi su detenuti palestinesi, contribuiscono ad alimentare la percezione di una giustizia selettiva.

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Fig. 2 – Proteste a Damasco contro la legge sulla pena di morte

3. REAZIONI INTERNAZIONALI E RISCHI FUTURI

La risposta internazionale è stata immediata e critica. L’Unione Europea e diversi Stati membri hanno definito la legge un passo indietro rispetto ai principi democratici, sottolineando il carattere discriminatorio della misura e il rifiuto della pena di morte come valore fondamentale. Anche le Nazioni Unite e numerose ONG hanno espresso forte preoccupazione, sottolineando il rischio di violazioni del diritto internazionale umanitario. In un contesto di occupazione, l’applicazione selettiva della pena capitale potrebbe configurare gravi illeciti internazionali, con possibili implicazioni anche sul piano dei crimini di guerra. Sul piano interno, la legge è già oggetto di ricorsi davanti alla Corte Suprema israeliana, mentre una parte della società civile denuncia un’erosione dello Stato di diritto. Il Presidente palestinese Mahmoud Abbas ha definito il provvedimento “illegale” e volto a intimidire la popolazione palestinese. In prospettiva, la norma rischia di produrre effetti destabilizzanti: oltre ad alimentare le tensioni israelo-palestinesi, potrebbe compromettere la posizione internazionale di Israele e complicare ulteriormente i negoziati futuri. Più che uno strumento puramente penale, la pena di morte emerge così come un dispositivo politico, inserito in una dinamica di conflitto asimmetrico e di crescente polarizzazione.

Chiara Salvò

Alexander Khanin, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Indice

Perchè è importante

  • Il 30 marzo 2026 la Knesset ha reintrodotto la pena capitale per reati di terrorismo contro l’esistenza dello Stato di Israele.
  • Il provvedimento avrà forti implicazioni sul diritto internazionale, sul posizionamento di Israele e sul futuro della questione palestinese.

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Chi lo ha scritto

Chiara Salvò
Chiara Salvò

Classe 2000, mi sono laureata in Relazioni Internazionali e successivamente in Politiche Europee e Internazionali all’Università Cattolica di Milano, arricchendo il mio percorso con esperienze di studio in Polonia e di lavoro in Marocco. Appassionata dell’area MENA, delle sue dinamiche e complessità, considero la geopolitica lo strumento migliore per comprenderle e nutrire la mia curiosità. Nel tempo libero viaggio, o pianifico la prossima partenza, alla scoperta di nuovi luoghi e persone con cui condividere le mie passioni.

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