Espresso forte – Circa un mese dopo l’inizio delle operazioni militari congiunte USA-Israele contro l’Iran, il conflitto è in pieno svolgimento e non sembrano emergere margini per una cessazione a breve termine. Dopo l’interruzione dei negoziati di Ginevra e gli attacchi, come e quando si potrà tornare alla diplomazia?
Che cosa è successo
Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno aperto un nuovo fronte militare contro l’Iran. Non è la prima volta: nel giugno 2025 i due Paesi avevano già colpito i principali impianti nucleari iraniani — Fordow, Natanz e Isfahan — in quella che i media hanno chiamato “Guerra dei dodici giorni”. Ne era seguito un cessate il fuoco. Poi, nei mesi successivi, un lento e difficile tentativo di tornare al tavolo negoziale. Il 28 febbraio quel tentativo si è interrotto.
L’Iran ha risposto come aveva annunciato: missili e droni contro Israele e contro le basi militari statunitensi nel Golfo Persico, ma anche contro siti e impianti di produzione energetica e di estrazione di materie prime. Nel mirino sono finiti Qatar, Bahrein, Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti — monarchie del Golfo dove gli Stati Uniti mantengono basi operative di primo piano. Inoltre, il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, misura di particolare impatto globale.
Il punto più rilevante, però, è un altro. È la contraddizione al centro della narrativa americana. Nel giugno 2025, Trump aveva dichiarato che i siti nucleari iraniani erano stati “completely and totally obliterated” — distrutti del tutto, senza scampo. Eppure, nel febbraio 2026 — mentre a Ginevra si trattava ancora — il suo inviato Steve Witkoff avvertiva su Fox News che l’Iran era “a week away”, cioè a una settimana, dall’avere abbastanza materiale per costruire una bomba nucleare. La Defense Intelligence Agency — agenzia di intelligence militare americana — aveva già stimato che i raid del 2025 avessero ritardato il programma nucleare iraniano di soli tre-sei mesi. Se i siti fossero stati davvero distrutti, la ripresa del programma nucleare non avrebbe potuto essere, verosimilmente, così veloce. Queste considerazioni fanno apparire molto fragile sia la narrativa della vittoria USA, che la giustificazione degli attacchi.
In foto – Un uomo a Teheran guarda le notizie mentre l’Iran minaccia attacchi a infrastrutture energetiche dopo l’ultimatum USA sullo Stretto di Hormuz.
Come la vediamo
Il confronto è bloccato da una doppia trappola.
Da una parte, Trump non può uscire senza un risultato politico visibile. Ritirarsi in silenzio, dopo aver venduto all’opinione pubblica l’idea della vittoria militare, significherebbe ammettere che quella vittoria non c’era. Politicamente, è una strada impraticabile.
Dall’altra, l’Iran non può cedere su ciò che considera strutturalmente vitale: il programma nucleare, in qualche misura comunque negoziabile, e la capacità missilistica, considerata unico baluardo contro attacchi nemici, sono le sue ultime carte. Sono ciò che è rimasto dopo il forte indebolimento dei gruppi armati alleati — Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, le milizie in Iraq — che per anni avevano costituito il cosiddetto “asse della resistenza”, la rete regionale di forze vicine a Teheran. Rinunciarci significherebbe presentarsi al negoziato senza più nulla in mano.
Nei giorni prima del 28 febbraio, i colloqui di Ginevra avevano prodotto progressi concreti. Il ministro degli Esteri omanita aveva confermato passi avanti il 26 febbraio. Poi però sono arrivati gli attacchi e un canale diplomatico reale è stato quindi interrotto da una scelta deliberata, come ha osservato l’International Crisis Group.
Anche gli attori regionali presentano posizioni non uniformi. L’Arabia Saudita, secondo fonti del Washington Post, avrebbe anzi fatto pressione su Trump per l’azione militare. Qatar ed Emirati, invece, si trovano in una posizione più delicata: ospitano basi americane e sono direttamente esposti al fuoco missilistico iraniano. Nessuno di loro vuole una guerra lunga nel proprio cortile. Il loro peso economico nei confronti di Washington — miliardi di investimenti, accordi commerciali strategici — rimane una delle poche variabili che potrebbero favorire una de-escalation. Il successo militare, da solo, non produce pace.
In foto – Attacco aereo israeliano che colpisce un edificio nel quartiere Bashoura di Beirut nelle prime ore del 18 marzo 2026.
Cosa tenere d’occhio
Il negoziato non è morto. È degradato. Teheran ha dichiarato disponibilità a garanzie sull’uso pacifico del nucleare. Washington chiede la rinuncia totale all’arricchimento dell’uranio — cioè alla capacità stessa di produrre combustibile nucleare, civile o militare. Sono posizioni che, oggi, non si toccano. Tre sono le direttrici da monitorare:
- se i colloqui, sospesi dopo l’attacco, riprenderanno con la mediazione dell’Oman;
- se Trump accetterà la proposta — già circolata — di trasferire le scorte di uranio arricchito iraniano in un paese terzo, come soluzione temporanea che consenta a entrambe le parti di guadagnare tempo;
- se gli attori del Golfo riusciranno a esercitare una pressione coordinata per fermare l’escalation missilistica.
Per l’Italia: la distanza è più corta di quanto sembri. Nel giugno 2025, dieci militari dell’Aeronautica italiana erano di stanza ad Al Udeid, in Qatar — la grande base aerea da cui gli Stati Uniti coordinano le operazioni in Medio Oriente. Quando i missili iraniani hanno colpito quella base, il 23 giugno, i nostri erano già stati trasferiti altrove. Un dettaglio che dice molto su quanto la catena del rischio militare arrivi vicino.
La Redazione
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Per approfondire
Il Caffè Geopolitico
• Verso l’ora zero tra Washington e Teheran – Pietro Costanzo (feb 2026)
• Abbiamo superato il punto di non ritorno? – Marco Giulio Barone (lug 2025)
• Capire le proteste in Iran – Lorenzo Nannetti (gen 2026)
Fonti internazionali
• US and Iran wrap round of talks — Washington Post (feb 2026)
• New US assessment: strikes destroyed only one of three sites — NBC News (lug 2025)
• Early intel assessment: strikes did not destroy nuclear sites — CNN (giu 2025)
• Witkoff: Iran a week away from bomb material — Newsweek (feb 2026)
• Iran pronto a offrire garanzie su uso pacifico del nucleare — ANSA (feb 2026)
• Failure of US-Iran talks was all too predictable — The Conversation (mar 2026)
• U.S., Israel Attack Iranian Nuclear Targets — Council on Foreign Relations (giu 2025)
• Post-Attack Assessment — Institute for Science and International Security (giu 2025)


