Analisi – Le Forze Armate ucraine sono recentemente riuscite a effettuare limitate controffensive nonostante la grande presenza di droni nemici. Le loro tattiche mostrano come l’adattamento continuo permetta di trovare nuove soluzioni a nuovi problemi.
L’onnipresenza dei droni sul campo di battaglia ha costituito una delle principali novità nate dal conflitto tra Russia e Ucraina. Per quanto non tutte le lezioni di questa guerra siano esportabili anche altrove (per geografia, dinamiche, attori), l’Ucraina rimane un laboratorio di sperimentazione e adattamento bellico osservato da tutti i principali attori internazionali.
Recentemente le Forze Armate ucraine sono riuscite ad effettuare limitati contrattacchi locali, in particolare nella regione di Zaporizhia e sono riusciti a farlo di fatto mettendo in pratica alcuni accorgimenti tattici che suggeriscono nuovi approcci su come attaccare efficacemente anche in un ambiente appunto saturo di droni.
Non si tratta solo del semplice incremento dell’uso dei droni sul campo, inclusi quelli terrestri, ma più in generale di come affrontare la sfida di recuperare capacità di manovra – almeno localmente – per poter condurre attacchi e recuperare o conquistare terreno.
LA GEOMETRIA SUL CAMPO DI BATTAGLIA
Il nuovo approccio ucraino è stato recentemente illustrato da Jack Watling del Royal United Services Institute (RUSI) e parte della comprensione di come il campo di battaglia possa essere suddiviso in tre zone.
Una “zona di opportunità” che rappresenta le mie retrovie, dove i droni avversari a breve raggio non giungono (arrivano missili e droni a lungo raggio ovviamente, ma non i droni FPV – First Person View – che saturano il fronte). È la zona dove risiede la mia base di operazioni, la mia logistica non contestata, dove posso accumulare riserve (con cautela e dovute precauzioni) e preparare appunto eventuali operazioni. Poiché l’avversario non può operare i suoi droni FPV, è anche una zona per me dove è più sicuro farlo con le mie forze di terra.
La zona di opportunità del nemico è per me “zona di rischio”, dove accade il contrario: è l’avversario ad avere supremazia dei droni FPV, e dove io non posso operare. È però anche l’area dove si situa il mio obiettivo (geografico o altro) e dove quindi devo arrivare.
In mezzo si trova quella fascia di terreno a profondità variabile (10-30 chilometri a seconda delle aree) che è stata chiamata in molti modi (kill zone, grey zone, ecc…), ma che viene più propriamente definita “zona di contestazione”, dove cioè tutti e due abbiamo pesante presenza di droni e continuamente lottiamo per prendere il sopravvento contestandocelo a vicenda.

Fig. 1 – Schema della geometria del campo di battaglia, da Jack Watling, “The Arms of the Future”, RUSI (2024)
SUPERIORITÀ PER OTTENERE LA GEOMETRIA AUSPICATA
Il principio alla base di alcune recenti avanzate ucraine soprattutto nella zona di Zaporizhia sta nel concentrare massicciamente droni in ottica offensiva in una zona molto limitata del fronte, in parte come intercettori di droni FPV nemici, in parte per colpire operatori avversari, in parte per colpire prime retrovie nemiche (middle battle area). Questo attacco massiccio permette di ridurre o azzerare la presenza di droni FPV nemici nella zona di interesse, e quindi “spostare” tutte le aree sopra descritte in avanti. Estende perciò la mia zona di opportunità (l’assenza di droni nemici aumenta temporaneamente la mia capacità di operare e manovrare a rischio ridotto), idealmente fino a rendere “aperta” anche la zona dove è presente il mio obiettivo.
Contestualmente, avendo fisicamente costretto ad arretrare i droni avversari, la loro capacità di contrastarmi si verifica solo più indietro: la zona di contestazione esiste sempre, ma è ora oltre il mio obiettivo, e lì deve rimanere. La zona di rischio a sua volta è ulteriormente arretrata, ma non mi preoccupa più finché sto operando per raggiungere il mio obiettivo (Fig. 2).

Fig. 2 – Evoluzione auspicata della geometria del campo di battaglia, da Jack Watling, “The Arms of the Future”, RUSI (2024)
Questo vantaggio comporta però due problemi che sono connessi con le sue caratteristiche: vengono impiegati molti droni, concentrati in una piccola area greografica. E anche le mie perdite in droni rimangono elevate. Il risultato è un approccio chefunziona su piccole parti di fronte – finché numeri complessivi non lo permetteranno, se mai lo permetteranno – e solo per un certo tempo (il vantaggio può essere temporaneo: il nemico può inviare a sua volta rinforzi, anche di droni, per contrastarmi). L’idea risiede pertanto nell’ottenere la superiorità per il tempo necessario a prendere controllo dell’area obiettivo e consolidare la presenza, di fatto spostando il fronte per il proseguimento dello scontro a partire dalle nuove posizioni. E il ciclo, se ho abbastanza forze, ricomincia.
Ovviamente non dipende solo dai droni: ottenere un vantaggio locale di FPV che sopprima quelli avversari permette anche di impiegare meglio artiglieria e mortai, usare veicoli e truppe ed è quindi un sistema ad armi combinate che, localmente, recupera capacità di manovra. A causa delle limitazioni sopra descritte, e delle perdite in mezzi e uomini che comunque comporta, non è al momento impiegabile su scala maggiore. Risulta comunque essere una sperimentazione la cui diffusione andrà monitorata nel tempo, così come eventuali contromisure della parte opposta.
UN NUOVO LAYER A BASSA QUOTA
Tali aspetti riguardo all’uso dei droni e alla geometria del campo di battaglia a bassa quota comporta anche altre valutazioni proprio circa l’evoluzione della superiorità aerea. Esiste ormai una differenza tra il cielo ad alta quota e quello a bassa: avere superiorità, supremazia o dominio ad alta quota non è lo stesso di averla a bassa quota, dove dinamiche e mezzi sono differenti e dove prendere il vantaggio (di qualunque tipo) richiede tattiche dedicate. Tra le principali differenze, un recente studio francese indica come la superiorità o supremazia a bassa quota, in presenza di alta densità di droni, possa essere ottenuta solo per tempi e aree geografiche limitate, soggetta appunto ad operazioni preparatorie specifiche. Un aspetto che storicamente era solo parzialmente presente ma che ora evoluzioni capacità antiaeree e droni hanno modificato in maniera più rilevante.

Fig. 3 – Schema delle aree di superiorità aerea, da Adrien Gorremans with the participation of Jean-Christophe Noël, “The Future of Air Superiority: Command of the Air in High Intensity Warfare”, Focus stratégique, No. 122, Ifri, January 2025
I due layer a bassa e ad altra quota non risultano ovviamente isolati l’uno dall’altro, ma implicano che sia possibile per un contendente ottenere superiorità nell’uno senza possederla nell’altro. Analoghe considerazioni possono valere per altri teatri operativi (Iran, ad esempio) dove la superiorità o supremazia aerea ad alta quota non necessariamente comporta capacità di impedire l’impiego di droni FPV a bassa.
L’integrazione con piattaforme offensive e difensive capaci di influenzare l’una o l’altra di queste quote costituisce poi una crescente complessità in ambito di pianificazione e successiva condotta delle operazioni.
Lorenzo Nannetti
Fonti:
- Jack Watling, Emergent Approaches to Combined Arms Manoeuvre in Ukraine, 23 Ottobre 2025, RUSI, https://www.rusi.org/explore-our-research/publications/insights-papers/emergent-approaches-combined-arms-manoeuvre-ukraine
- Jack Watling, The Arms of the Future, RUSI (2024)
- Adrien Gorremans with the participation of Jean-Christophe Noël, “The Future of Air Superiority: Command of the Air in High Intensity Warfare”, Focus stratégique, No. 122, Ifri, January 2025, https://www.ifri.org/en/studies/future-air-superiority-command-air-high-intensity-warfare
“FPV drones support of the Dnepr Grouping of Forces (2)” by Unknown authorUnknown author is licensed under CC BY 4.0.


