Pakistan, la sicurezza appaltata alle milizie

In 3 sorsi – Con il ricorso a milizie civili contro TTP e separatisti beluci, il Pakistan sta smantellando o rafforzando le proprie istituzioni di sicurezza?

1. UNA CONTROVERSIA CHE SVELA UN MODELLO

Le proteste del leader islamista Maulana Fazlur Rehman contro l’arruolamento di milizie civili hanno riportato al centro del dibattito pakistano una domanda scomoda. Rehman, alla guida del partito islamista Jamiat Ulema-e-Islam-F e voce critica verso l’apparato militare, ha respinto l’invito a imbracciare le armi contro i gruppi armati, rifiutandosi di costituire una milizia propria. La replica, secondo cui la partecipazione locale sarebbe indispensabile in territori dal terreno impervio e dalla presenza statale debole, riflette un mutamento più profondo. Le regioni più coinvolte sono il Balochistan, la provincia più estesa del Pakistan, al confine con Iran e Afghanistan e sede di un’insorgenza separatista di lunga data, e il Khyber Pakhtunkhwa, l’ex area tribale nordoccidentale storicamente roccaforte del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP). Almeno rispetto a queste aree, il Pakistan starebbe evolvendo da un modello di controinsurrezione centrato sullo Stato a un assetto ibrido, in cui le Istituzioni formali si appoggiano sempre più su reti armate informali, gruppi non incardinati nella catena di comando ufficiale, ma tollerati o armati dallo Stato. Il precedente più noto risale agli anni Ottanta, quando l’intelligence pakistana sostenne i mujaheddin afghani in funzione anti-sovietica: una parte di quelle reti confluì poi nell’infrastruttura del terrorismo regionale, incluso il dossier Kashmir.

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Fig. 1 – Maulana Fazlur Rehman, leader di Jamiat Ulema-e-Islam

2. TTP E BLA, UN’INSORGENZA SU DUE FRONTI

Il 2025 è stato l’anno più letale per il Pakistan dal 2013, con 1.139 morti per terrorismo e il primo posto nel Global Terrorism Index 2026 dell’Institute for Economics and Peace. Il TTP, noto anche come “talebani pakistani”, ideologicamente affine ai talebani afghani, ma con l’obiettivo di rovesciare lo Stato pakistano, si è rafforzato dopo il ritorno al potere dei talebani a Kabul nel 2021 ed è responsabile della maggior parte degli attacchi. In Balochistan opera invece la Balochistan Liberation Army (BLA), movimento separatista laico che chiede l’indipendenza della provincia e una quota maggiore delle sue risorse minerarie ed energetiche. Nel Khyber Pakhtunkhwa (KP) le vittime sono salite da 1.620 nel 2024 a 2.331 nel 2025, secondo il Centre for Research and Security Studies, mentre in Balochistan la BLA continua a colpire le forze di sicurezza, come nell’attacco di luglio 2026 agli avamposti di polizia di Mangi Dam, a Ziarat. Per compensare la crisi delle forze regolari, il KP ha fatto ricorso a comitati di pace e “Aman Lashkar” tribali, milizie di volontari armate e finanziate dallo Stato per pattugliare i villaggi contro il TTP, mentre in Balochistan sono emerse accuse contro reti come quella di Shafiq-ur-Rehman Mengal, descritta da attivisti e organizzazioni per i diritti umani come una “squadra della morte” coinvolta in sparizioni forzate.

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Fig. 2 – Un membro delle forze di sicurezza fa la guardia dopo un attacco a un checkpoint nel distretto di Hangu, provincia del Khyber Pakhtunkhwa, Pakistan, 30 luglio 2026

3. ISTITUZIONI INDEBOLITE, SCENARI APERTI

La dipendenza da attori armati informali rischia di produrre gli stessi effetti collaterali della strategia dei proxy afghani degli anni Ottanta. Il rafforzamento di milizie locali offre vantaggi operativi immediati, conoscenza del territorio, reti di intelligence, radicamento comunitario, ma solleva interrogativi su catena di comando e responsabilità, in un contesto già segnato dalla crisi delle forze di polizia provinciali. Lo scenario più probabile nel breve periodo è comunque la continuità dell’attuale assetto ibrido, complicato dalle tensioni con Kabul, sfociate a febbraio 2026 in un’escalation militare lungo la Durand Line. Un ulteriore deterioramento della sicurezza in Balochistan potrebbe anche avere ricadute dirette sugli investimenti cinesi legati al China-Pakistan Economic Corridor, mentre la ricostruzione di istituzioni di sicurezza credibili resta la via alternativa, più lenta e onerosa, sia in termini politici che economici, ma meno esposta al rischio di centri di potere armato paralleli.

Pietro Costanzo

Photo by lucasgeorgewendt is licensed under CC BY-NC-SA

Indice

Perchè è importante

  • La progressiva delega della sicurezza ad attori informali indebolisce il monopolio statale della coercizione in Pakistan, con ricadute su credibilità istituzionale e rispetto del diritto.
  • Il Pakistan è ora il Paese più colpito al mondo dal terrorismo secondo l’IEP, un dato che pesa sulle relazioni con Afghanistan, Cina e partner internazionali.

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Pietro Costanzo
Pietro Costanzo

Co-fondatore e Segretario Generale del Caffè. Si occupa di cooperazione internazionale e progetti UE nel settore sicurezza, tra capacity building, formazione e qualche aeroporto di troppo. Ha operato in contesti civili e militari tra Europa, Africa, Asia e Medio Oriente. Appassionato di decision-making in ambienti complessi, si ritrova frequentemente a gestire imprevisti e a costruire un piano B quando il piano A non era esattamente un piano. Le opinioni espresse sono personali, le analisi, si spera, un po’ meno.

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