In 3 Sorsi – Le ADF continuano ad agire tra Nord Kivu e Ituri, confermandosi come uno dei gruppi più letali in Africa. Alla base dell’incremento degli attacchi c’è il margine di manovra concesso dalla complessa crisi regionale, tra epidemia di ebola e insorgenza di AFC/M23.
1. IL MASSACRO A BABILA BABOMBI
Tra il 22 e il 27 luglio i jihadisti delle Allied Democratic Forces (ADF) hanno colpito diverse località nella chefferie (circoscrizione) di Babila Babombi, nell’Ituri, provincia nordorientale della Repubblica Democratica del Congo. Secondo fonti locali il bilancio sarebbe di almeno 31 morti, ma non è escluso che le cifre possano essere peggiori. Dall’inizio dell’anno l’Ituri è al centro delle operazioni delle ADF, che nella sola chefferie di Babila Babombi avrebbero già causato oltre 190 vittime. Le violenze sono la manifestazione del controllo territoriale del gruppo, tra condanne sommarie e rappresaglie. Alcune testimonianze riportano addirittura di un sistema di tassazione con pene fino all’esecuzione nei casi di inadempienze. Tra i civili uccisi a fine luglio, per esempio, 18 si trovavano a Njiapanda-Bela, villaggio minerario e agricolo dal quale i jihadisti stavano cercando da tempo di estorcere denaro in cambio di protezione. Le ADF continuano a operare nonostante dal 2021 sia attivo il dispositivo Shujaa, una missione congiunta tra Uganda e RDC che, anche a causa della più vasta crisi regionale e dei contrasti tra i due Paesi, non ha mai raggiunto obiettivi significativi.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Militari congolesi della missione Shujaa pattugliano una strada tra Bulongo e Beni, nel Nord Kivu, 17 dicembre 2024
2. CHE COSA SONO LE ADF
Fondate nel 1995 da Jamil Mukulu – terrorista ugandese forse in contatto con Osama bin Laden, – le ADF derivano dalla fusione tra una fazione del movimento islamista Tabliq e i resti del National Army for the Liberation of Uganda (NALU), gruppo armato contro il Presidente Yoweri Museveni. Le ADF si sono stabilite rapidamente oltreconfine, sfruttando il territorio difficilmente controllabile e la bassa sovranità di Kinshasa nelle regioni di frontiera. Attive nei maggiori conflitti nella regione dei Grandi Laghi, hanno subito un calo dell’operatività con l’arresto del leader Mukulu nel 2015, per poi recuperare capacità nel 2019 tramite l’affiliazione allo Stato Islamico e la costituzione della Provincia Africa Centrale (Islamic State Central Africa Province, ISCAP). Il sostegno dell’IS in termini di comunicazione e finanziamento ha certo contribuito a riportare le ADF tra gli attori di rilievo nel quadrante, ma il rapporto risulta molto meno vincolante di quanto appaia dalla propaganda. Gli obiettivi dell’organizzazione restano infatti connessi alle dinamiche etniche, politiche ed economiche nelle zone di confine tra RDC e Uganda. ISCAP consente allo Stato Islamico di rivendicare una presenza nell’Africa centrale, pur in assenza di una catena diretta di comando e di un’agenda precisa – basti pensare che fino al 2022 il ramo comprendeva anche gli al-Shabaab di Cabo Delgado, adesso inseriti nell’autonoma Provincia del Mozambico (ISMP). Impiegare una lente innanzitutto localistica consente anche di comprendere come le ADF siano riuscite a insediarsi, resistere e affermarsi a cavallo tra RDC, Uganda e – in misura minore – Ruanda, trovando adesione e costruendo una rete diffusa non solo su base religiosa. Per quanto le loro basi restino nel Nord Kivu, negli ultimi mesi le ADF hanno ripreso a intensificare le attività verso l’Ituri e l’Uganda, causando almeno 149 morti nel solo mese di maggio 2026 – tra gennaio e aprile le vittime erano state lo stesso numero. L’intensificazione delle operazioni è una conseguenza del contesto regionale, con l’emergenza dell’epidemia di ebola e le forze congiunte di Kinshasa e Kampala impegnate nel conflitto con i ribelli di AFC/M23 nel Kivu.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Volontari scaricano le bare per seppellire una parte delle 71 vittime di un attacco delle ADF a Ntoyo, nel Nord Kivu, 10 settembre 2025
3. L’IMPATTO DELLE ADF SULLA CRISI DELLA RDC
La sovrapposizione tra il fronte del Kivu e l’espansione delle ADF è una dinamica già riscontrata in passato. Nel novembre 2025, per esempio, il gruppo aveva colpito il reparto maternità dell’ospedale diocesano di Byambwe, nel Nord Kivu (17 vittime), proprio mentre la RDC e AFC/M23 stavano firmando a Doha il cessate il fuoco – che, non considerando la molteplicità degli attori coinvolti nella crisi del Congo orientale, aveva appunto cominciato da subito a mostrare evidenti limiti. Le ADF rimangono una minaccia distinta da AFC/M23, ma la loro capacità di controllare il territorio e colpire in modo spietato – nel 2025 sono state il secondo attore non statale più letale in Africa – risulta emblematica di quanto la stabilizzazione della RDC dipenda da una complessità che, ad oggi, la comunità internazionale non riesce ad affrontare. Senza un contenimento efficace della rete delle ADF si rischia di rendere inattuabile qualsiasi accordo tra Kinshasa e AFC/M23, ma al contempo un’attenzione esclusiva all’insorgenza del Kivu consentirebbe un margine d’azione più ampio per il jihadismo nella regione dei Grandi Laghi.
Beniamino Franceschini
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