In 3 Sorsi – Le origini dei recenti attacchi di matrice jihadista in Mozambico vanno cercate lontano nel tempo, nello spazio e nel sottosuolo africano. Per risolvere il conflitto serve un approccio che ne affronti le cause strutturali.
1. LE ORIGINI DELL’INSURREZIONE
I media internazionali la chiamano “resource curse” (“la maledizione delle risorse”) e negli ultimi decenni sembra aver colpito le Province settentrionali del Mozambico. A Capo Delgado e Nampula la ricchezza del sottosuolo — in particolare gas naturale e rubini — insieme ai massicci investimenti internazionali, non ha prodotto un benessere diffuso, bensì un progressivo aumento delle diseguaglianze. Le popolazioni locali e soprattutto le nuove generazioni non hanno infatti beneficiato della crescita economica promessa e in molti casi hanno dovuto lasciare con la forza le loro case per far spazio ai progetti estrattivi, spesso in seguito a pestaggi e intimidazioni. In molti hanno allora cercato fortuna scavando nelle tante miniere illegali, dove però hanno cominciato a spadroneggiare gruppi criminali legati anche ad ambienti radicali. Marginalizzazione, povertà e frontiere porose si sono presto intrecciate con la diffusione di un Islam estremista proveniente da oltreconfine, estraneo alla tradizione religiosa locale, che aveva storicamente garantito una convivenza pacifica tra musulmani e cristiani. E quando nel 2017 si è registrato un primo attacco da parte del gruppo Al-Shabaab – “i giovani”, in arabo, omonimo della formazione jihadista somala, ma non collegato – erano già stati in molti a segnalare una crescente radicalizzazione dei ragazzi iniziata negli anni precedenti. Col tempo gli al-Shaabab si sono affiliati al gruppo dello Stato Islamico del Mozambico (ISM), che ha per quasi un anno ha controllato il porto di Mocímboa da Praia: questo ha permesso ai miliziani di ricevere anche aiuti dai network internazionali terroristici, che in Africa spaziano dalla Somalia al Congo. Le reti che corrono nelle foreste pluviali africane e lungo le coste dell’Africa orientale sono infatti le stesse che da millenni collegano le parti del continente africano e oggi servono anche gli interessi dell’ISM. Negli ultimi anni il gruppo ha perso la base territoriale, contrastato da un intervento militare internazionale durato dal 2021 al 2024 (composto da truppe di Angola, Botswana, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Malawi, Sud Africa, Tanzania e Zambia), ma dalle foreste del Mozambico settentrionale i terroristi continuano a colpire con frequenza: solo il mese scorso si sono registrati 10 attacchi.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Unità speciali antiterrorismo ruandesi pattugliano le strade della cittadina di Palma, nella Provincia di Cabo Delgado, 18 dicembre 2023
2. IL FUTURO E L’AIUTO UMANITARIO
Il 30 aprile, a Meza, nella provincia di Cabo Delgado, la Parrocchia di San Luigi Maria Grignion de Monfort, sede della missione dei Padri Scolopi, è stata incendiata dal gruppo al-Shabaab: è solo l’ultimo degli attacchi di matrice islamista che finora hanno provocato 1,3 milioni di sfollati e 6.200 morti, distruggendo 117 tra chiese e cappelle. Nel mentre, la situazione internazionale non depone a favore del Mozambico, che dipende dalle Forze Armate ruandesi per far fronte all’insurrezione jihadista. Il Governo di Kigali, colpito dalle sanzioni statunitensi con l’accusa di sostenere il gruppo ribelle congolese M23, ha tuttavia minacciato di sospendere la propria missione militare in corso nella provincia di Capo Delgado. Il Ruanda ha quindi legato la propria permanenza al finanziamento dell’intervento da parte dell’UE. È tuttavia probabile che la missione vada avanti: sono infatti forti gli interessi economici ruandesi ed europei (soprattutto italiani e francesi) e tutti sono consapevoli che allo stato attuale l’esercito mozambicano si troverebbe impreparato di fronte a un’insurrezione islamista su vasta scala. Lo scenario, difatti, è talmente intricato che anche il gruppo russo Wagner ha lasciato da tempo il Paese.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Persone in fuga da Impire, nella Provincia di Cabo Delgado, dopo un attacco di al-Shabaab, 14 giugno 2022
3. I GIOVANI E LE VIE DEL DIALOGO
Di fronte a questa situazione, nel giugno 2025 il Presidente mozambicano Daniel Francisco Chapo ha sottolineato la necessità di esplorare la possibilità di un dialogo con gli insorti islamisti. La via della mediazione è da tempo battuta anche dagli enti religiosi presenti nel Paese, che hanno realizzato incontri interreligiosi, fatto giungere aiuti umanitari e promosso l’ampliamento di scuole che contribuiscano alla costruzione di una cultura di pace. Al contempo, sono stati avviati anche corsi professionalizzanti per i giovani sfollati. Il 60% dei 35 milioni di mozambicani, infatti, ha meno di 18 anni: investire sulle nuove generazioni e promuovere il dialogo è una possibile chiave per risolvere il conflitto. Secondo le testimonianze, i giovani jihadisti vengono infatti avvicinati con la promessa di un lavoro e un futuro migliore, ma una volta reclutati sono indottrinati e drogati per farne soldati. La speranza è quindi quella che, col tempo, queste iniziative possano contribuire a spezzare il legame tra marginalizzazione, povertà, sottosviluppo e radicalizzazione, creando le basi per un Mozambico in pace.
Gabriele Rizzi Bastiani
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