Cuba: oltre la rivoluzione

Caffè Lungo Tra embargo, crisi economica e fuga dei giovani, l’isola affronta una trasformazione che mette alla prova la sua stessa promessa. La rivoluzione resta un simbolo, ma la vita quotidiana è fatta di scarsità, blackout ed emigrazione

LA METAMORFOSI

Cuba è stata per decenni un simbolo globale: la promessa di un modello alternativo che, dopo il trionfo del 1959, si proclamava “patria” e dignità collettiva. Oggi però quella promessa mostra crepe profonde. Negli ultimi cinque anni la situazione economica e sociale dell’isola è precipitata: la decisione di unificare le due monete (la scomparsa del CUC e il ritorno all’unico peso cubano) ha avuto l’effetto involontario di amplificare inflazione e incertezze, cancellando tutele reali per molte famiglie. A questa ristrutturazione monetaria si sono sovrapposti shock esterni che hanno stritolato un’economia già fragile: la pandemia di Covid-19 ha fatto evaporare il turismo e ha ridotto redditi e servizi. Contemporaneamente l’irrigidimento delle misure degli USA negli ultimi cicli presidenziali ha ridotto ulteriormente la capacità di importare beni essenziali. Non si può comprendere l’attuale sofferenza senza ricordare la lunga ombra delle politiche statunitensi. L’embargo iniziato nei primi anni Sessanta rimane la cornice giuridica e politica che limita i margini d’azione dell’isola. A quella storica stretta si sono aggiunte, nei decenni più recenti, sanzioni e restrizioni finanziarie mirate che complicano l’accesso a investimenti, assicurazioni e flussi commerciali internazionali – azioni intensificate in periodi come la prima Amministrazione di Donald Trump, quando molte misure, soprattutto con Barack Obama alla Casa Bianca, furono parzialmente riaffermate. Questo quadro internazionale non assolve le responsabilità interne, ma spiega perché politiche economiche e riforme da sole faticano a produrre sollievo immediato. Le Istituzioni statali, oggi guidate dal Presidente Miguel Díaz-Canel, si trovano a governare in una precarietà fatta di vincoli esterni e problemi strutturali, dove la capacità redistributiva è ridotta e i sussidi non sono sufficienti.

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Fig. 1 – Il Presidente cubano Miguel Díaz Canel

UNA GIORNATA A CUBA

Se il primo livello della crisi è geopolitico, il secondo è quotidiano. È quello che si misura nelle file davanti alle bodegas statali, dove la libreta di approvvigionamento (la tessera alimentare) garantisce quantità sempre più ridotte e irregolari di riso, zucchero, olio, uova. Sempre più spesso gli scaffali restano vuoti o vengono riforniti con ritardi settimanali. Secondo stime diffuse da organismi indipendenti come l’Osservatorio Cubano per i Diritti Umani (OCDH), una larga maggioranza dei cittadini (sette su dieci) non riesce più a permettersi tre pasti al giorno. Anche agenzie delle Nazioni Unite come UNICEF hanno segnalato un aumento delle condizioni di vulnerabilità infantile: un bambino cubano su dieci vive in condizioni di povertà alimentare severa. In questo vuoto si sono inserite le mipymes, piccole e medie imprese private autorizzate negli ultimi anni, che vendono prodotti importati o reperiti sul mercato parallelo. È uno dei paradossi più visibili del sistema: in un’economia formalmente socialista, la sopravvivenza quotidiana dipende sempre più dal settore privato. Ma i prezzi praticati nelle mipymes sono fuori scala rispetto ai salari pubblici. Lo stipendio medio, portato nel 2025 a 6.649 pesos, equivale a poche decine di dollari al tasso informale utilizzato dalla popolazione. La crisi energetica amplifica tutto. I blackout possono durare ore, talvolta intere giornate, paralizzando trasporti, refrigerazione domestica e attività produttive. Il carburante è raro e costoso: serve non solo per far circolare le poche automobili rimaste, ma anche per alimentare generatori che suppliscono a una rete elettrica fragile e a centrali obsolete. Per non parlare di ospedali e servizi sanitari che, tra carenze di medicinali e difficoltà logistiche, lavorano continuamente sotto pressione.

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Fig. 2 – Montagne di immondizia riempiono le strade della capitale, L’Avana: i rifiuti si accumulano perché anche i camion della raccolta sono fermi per mancanza di carburante

RESTARE, MA A QUALE PREZZO

Il risultato più visibile di questa compressione economica è l’esodo. Dal 2020 centinaia di migliaia di cubani hanno lasciato l’isola. Alcune stime parlano di cifre che, nell’arco di pochi anni, hanno raggiunto proporzioni senza precedenti nella storia recente del Paese. L’economista e demografo Juan Carlos Albizu-Campos ha calcolato un crollo demografico drastico tra il 2022 e il 2023, con una riduzione della popolazione che, secondo le sue analisi, avrebbe sfiorato il 18% in un solo anno. L’emigrazione non è solo una via di fuga individuale, ma un meccanismo di sopravvivenza collettiva. Le rimesse in valuta estera inviate da città come Miami, Madrid o Città del Messico sono diventate una delle principali fonti di sostegno per le famiglie rimaste sull’isola. In un sistema dove il salario statale vale l’equivalente di poche decine di dollari, la moneta forte proveniente dall’esterno crea una frattura sociale: chi ha parenti all’estero resiste, chi non li ha resta intrappolato. Intanto la crisi energetica – aggravata dal ridimensionamento delle forniture venezuelane e dall’incertezza delle relazioni regionali – rende ancora più instabile la vita quotidiana, mentre le tensioni con Washington mantengono alta una pressione che non è soltanto finanziaria, ma anche politica e strategica. È in questo scarto tra memoria e presente che si apre la frattura generazionale. Per chi visse il 1959, la rivoluzione fu emancipazione, alfabetizzazione, accesso universale alla sanità, un progetto che incarnava orgoglio e sovranità. Per chi è nato nei primi anni Duemila, l’esperienza è diversa: blackout, scarsità, inflazione, partenze. Il motto “Patria o Muerte” – che accompagnò la stagione fondativa e risuonò nelle parole di figure come Ernesto Che Guevara e Fidel Castro dopo la caduta del dittatore Fulgencio Batista – non è scomparso come simbolo storico. La sua forza mobilitante tuttavia si confronta oggi con una domanda più realista: che cosa significa “patria” quando l’unica opportunità concreta sembra essere partire? La rivoluzione resta un riferimento identitario potente nella narrazione ufficiale e nella memoria collettiva, ma la sua legittimità pratica, misurata sulla qualità della vita quotidiana, appare utopica. Non è la fine di un mito, è la trasformazione di un rapporto tra chi ha creduto nella promessa rivoluzionaria e chi oggi chiede, prima di tutto, condizioni per restare.

Simone Grussu

Bandera” by Thomas_H_foto is licensed under CC BY-ND

Indice

Perchè è importante

  • Le recenti sanzioni e restrizioni finanziarie hanno compromesso una situazione già ampiamente complicata: la grave crisi che sta vivendo Cuba ha soffocato anche l’ultimo capitale, la gioia.
  • Il mito della rivoluzione è un canto flebile che ormai fatica a riecheggiare per le strade dell’Avana, scontrandosi quotidianamente con la realtà dei fatti: blackout, emigrazione e scarsità assoluta di beni di prima necessità.

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Simone Grussu
Simone Grussu

Made in Sardegna, ma latino-americano d’adozione. Specializzato in Giornalismo all’Università la Sapienza di Roma, mi innamoro del Nuovo Mondo durante uno stage svolto in Messico nel corso della laurea triennale, per poi tornarci e terminare gli studi magistrali presso l’Universidad del Salvador di Buenos Aires, Argentina. Viaggiare, giocare a hockey e scrivere di America sono le mie necessità. A volte, preferisco la politica statunitense a un buon caffè o a un mate e il che la dice lunga.

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