Analisi – Le dinamiche che attraversano l’Africa stanno assumendo un peso crescente nella sicurezza nazionale italiana. Dalla pressione demografica alla diffusione del jihadismo nel Sahel, passando per migrazioni e reti criminali transnazionali, un’analisi in due parti sui nodi strategici per la stabilità del Mediterraneo allargato.
Qui la prima parte dell’articolo.
CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E RETI ILLECITE TRANSNAZIONALI
La relazione annuale dell’intelligence italiana evidenzia come il continente africano rivesta un ruolo crescente nelle dinamiche della criminalità transnazionale, configurandosi in uno spazio di transito e di intermediazione fondamentale nelle filiere illegali globali. In particolare, la fragilità istituzionale di diversi Paesi africani, soprattutto nell’Africa occidentale e nel Sahel, consente l’insediamento di reti criminali che operano come nodi logistici all’interno di circuiti più ampi che collegano America Latina, Medio Oriente ed Europa. In questo contesto, l’Africa non rappresenta soltanto un’area di origine di alcune attività illecite, ma soprattutto un territorio strategico per il transito e la riorganizzazione dei traffici internazionali, in particolare per quanto riguarda narcotraffico, traffico di armi e tratta di esseri umani. La relazione sottolinea come tali attività siano sempre più caratterizzate da una struttura reticolare e da partnership flessibili tra organizzazioni criminali di diversa provenienza geografica, capaci di adattarsi rapidamente ai mutamenti geopolitici e logistici dello scenario globale.
Tra gli attori principali di queste reti transnazionali figurano anche le organizzazioni mafiose italiane, in particolare ’Ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra, che mantengono un ruolo centrale nella gestione del narcotraffico internazionale e nello sfruttamento delle rotte che attraversano il continente africano. Queste organizzazioni, grazie alla loro consolidata esperienza nella gestione dei traffici globali e alla capacità di costruire partnership con gruppi locali e internazionali, operano spesso in collaborazione con intermediari presenti in Africa occidentale, utilizzati come facilitatori logistici e finanziari per il trasporto di stupefacenti provenienti dall’America Latina e diretti verso il mercato europeo. In questo sistema multilivello, l’Africa occidentale e settentrionale assumono un ruolo chiave come hub di transito, sfruttando porti, infrastrutture di trasporto e zone caratterizzate da limitata capacità di controllo statale.
Accanto alle mafie italiane operano numerose organizzazioni criminali straniere che contribuiscono alla strutturazione di queste reti. Tra queste, la relazione segnala in particolare le reti criminali nigeriane, caratterizzate da un’impostazione di tipo cultista e da una struttura cellulare particolarmente flessibile. Tali gruppi risultano fortemente coinvolti nella tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo, oltre che nel narcotraffico di eroina e cocaina, spesso realizzato mediante l’utilizzo di corrieri ovulatori lungo le rotte che collegano l’Africa occidentale e settentrionale all’Europa. Parallelamente, la relazione evidenzia la presenza di altre reti criminali transnazionali, tra cui quelle cinesi, specializzate nel riciclaggio di capitali e nella gestione di sistemi finanziari paralleli, e gruppi albanesi, particolarmente attivi nel traffico di cocaina e marijuana lungo le rotte mediterranee e balcaniche. Queste organizzazioni operano spesso in sinergia tra loro, condividendo infrastrutture logistiche, canali finanziari e contatti operativi.
Il quadro delineato dall’intelligence evidenzia quindi una crescente integrazione tra le diverse componenti della criminalità globale. Le mafie italiane, i cartelli sudamericani e i gruppi criminali balcanici collaborano con intermediari africani per controllare segmenti specifici delle filiere illegali, senza necessariamente dominare l’intera catena del traffico. Questo modello reticolare consente alle organizzazioni criminali di distribuire i rischi operativi e di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del contesto internazionale, sfruttando le vulnerabilità politiche ed economiche presenti in diversi Stati africani. In tale prospettiva, il continente africano emerge sempre più come uno spazio di intersezione tra interessi criminali globali, nel quale le reti illecite si consolidano attraverso alleanze pragmatiche e partnership operative che rafforzano la resilienza delle economie illegali e ne ampliano la capacità di proiezione verso l’Europa e il Mediterraneo.
Fig. 3 – Agenti dei Carabinieri sequestrano 3 tonnellate di cocaina arrivate a Livorno su una nave-cargo proveniente dalla Colombia
LA CINTURA JIHADISTA IN AFRICA E LA SICUREZZA DELL’ITALIA NEL MEDITERRANEO ALLARGATO
Nella sezione dedicata al terrorismo, la Relazione annuale per la sicurezza presentata al Parlamento lo scorso 4 marzo 2026 dell’Intelligence italiana, viene evidenziato come, accanto ai teatri più tradizionali del jihadismo mediorientale, l’attenzione strategica si sia spostata con crescente intensità verso le zone del Sahel e del Corno d’Africa, due quadranti centrali nella logica del Mediterraneo allargato e direttamente rilevanti per la sicurezza nazionale italiana. Nel Sahel la dimensione della minaccia ha assunto ormai un carattere strutturale: Burkina Faso, Mali e Niger concentrano una quota significativa degli attacchi jihadisti registrati a livello globale, segnalando la trasformazione dell’area nel principale epicentro mondiale dell’insorgenza jihadista: operano, in particolare, con continuità organizzazioni come Jama’at Nusrat al-Islam wal- Muslimin (JNIM), affiliato alla rete di al-Qaida, e lo Stato Islamico nel Sahel (IS-Sahel), attivo soprattutto nell’area del Liptako-Gourma, un triangolo a confine proprio tra Mali orientale, Niger occidentale e Burkina Faso settentrionale. Negli ultimi due anni si è osservata una nuova escalation di attacchi contro basi militari, convogli e Amministrazioni locali, con episodi significativi registrati nelle regioni burkinabé del Sahel e dell’Est, nella zona di Gao e Ménaka in Mali e nella regione nigerina di Tillabéri. L’aspetto più rilevante, anche in chiave di interessi italiani, è che questa instabilità non resta circoscritta ai Paesi del Sahel, ma tende a espandersi verso l’Africa occidentale costiera: l’aumento degli incidenti armati lungo la frontiera tra Niger, Benin e Nigeria, in particolare nelle aree del Parco W-Arly-Pendjari e dello Stato nigeriano di Zamfara, segnala una progressiva penetrazione dei gruppi jihadisti verso i Paesi del Golfo di Guinea. Nel Corno d’Africa, la minaccia mantiene invece un carattere persistente e radicato: in Somalia, l’organizzazione Harakat al-Shabaab al- Mujahideen, affiliata ad al-Qaida, conserva una significativa capacità offensiva, continuando a colpire infrastrutture governative e militari, in particolare nelle regioni di Lower Shabelle, Middle Shabelle e Jubaland. Negli ultimi mesi sono stati registrati attacchi anche lungo gli assi strategici che collegano la capitale Mogadiscio alle città di Baidoa e Kismayo, mentre la porosità del confine tra Somalia e Kenya continua a favorire infiltrazioni e attività transfrontaliere nelle contee kenyane di Mandera, Wajir e Garissa. Per l’Italia, il nesso con questi scenari è diretto: il dispositivo nazionale dispiegato nel Corno d’Africa, in particolare la presenza militare presso la Base Militare Italiana di Supporto (BMIS) a Gibuti, include attività di cooperazione militare, contrasto al terrorismo e supporto alle operazioni internazionali nell’area del Golfo di Aden e del Mar Rosso. A ciò si aggiunge la centralità strategica delle rotte che attraversano il Canale di Suez, fondamentali per il commercio estero italiano, nonché il peso crescente degli investimenti energetici in Nord Africa, in particolare in Libia, Algeria ed Egitto, che rafforzano il legame tra stabilità africana e sicurezza economica nazionale. In questa prospettiva, il terrorismo in Africa non rappresenta una minaccia periferica per l’Italia, ma un vero fattore di rischio che interseca sicurezza marittima, interessi energetici, protezione dei contingenti e stabilità del vicinato meridionale, dimensioni che sono parte integrante della sicurezza nazionale italiana.
Daniele Atzori
Fabio D’Agostino
Immagine di copertina: Relazione annuale dell’Intelligence 2026 “Governare il cambiamento”


