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    Gaza, il nostro Vietnam?

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    Arriva a chiederselo la stampa israeliana. Vediamo come gli eventi della Freedom Flotilla sono stati vissuti in Israele. E tra le tante analisi dell’accaduto, emerge con forza una questione: ma in tutto questo, ora Israele è più sicuro? Ecco perché l’assedio di Gaza rischia di diventare sempre più un boomerang per la sicurezza dello Stato ebraico.

    LA STAMPA – Passato qualche giorno, e delineati alcuni aspetti (seppur in maniera tutt’altro che definitiva) relativi alla dinamica dell’accaduto, appare ora possibile sottolineare alcune questioni del caso della Freedom Flotilla. Le nuove informazioni arrivate negli ultimi giorni permettono di analizzare più chiaramente l’azione israeliana. A tale proposito, è interessante conoscere come questo tragico episodio sia stato vissuto all’interno della società israeliana, prendendo spunto da alcuni contenuti emersi sulla stampa locale in questa settimana.

    La parola che emerge con maggiore frequenza è trappola. Al di là dell’effettiva dubbia identità di alcune organizzazioni pacifiste, di questo si è trattato: una trappola in cui l’esercito è cascato come un dilettante. Pare che Netanyahu, appena avvertito dell’accaduto, fosse furioso: il Capo di Stato Maggiore israeliano, Gabi Ashkenazi, preannunciandogli un eventuale blitz sulle navi dei pacifisti, aveva garantito che non vi sarebbero stati rischi né per i soldati, né per i civili a bordo. Al di là del comportamento dell’esercito, le critiche all’esecutivo non si sono certo risparmiate, da più parti, anche con picchi estremi. Ne proponiamo qui una su tutte, di Ari Shavit, analista e giornalista di Haaretz: “Durante la guerra del 2006 in Libano, ho scritto che mia figlia di 15 anni avrebbe potuto prendere delle decisioni molto più sagge di quelle prese dal duo Olmert-Peretz. Vedo che abbiamo fatto progressi: oggi è chiaro che anche mio figlio di 6 anni potrebbe fare meglio del nostro attuale Governo. (…) Invece di spingere Palestinesi, Siriani e Turchi contro l’Iran, Netanyahu li sta portando dalla loro parte. Invece di portare europei e americani a sostenere le nostre ragioni, il Primo Ministro ce li sta mettendo contro”. Sintetizza in maniera ufficiale il giornale: “Il nostro esecutivo si sta comportando come un robot privo di giudizio e impostato su un percorso predeterminato”. Poche, soprattutto inizialmente, le voci che hanno sostenuto l’attacco alla flottiglia. Non si registrano però richieste forti di dimissioni, se non qualche voce sparsa contro il Ministro della Difesa Barak (tra cui una interna al partito del Ministro degli Esteri Lieberman, fatto che ha imbufalito Barak, che non è rimasto a guardare, affermando: “Gli attacchi e le critiche della comunità internazionale a Israele sono il risultato di una politica di pubbliche relazioni fallimentare da parte del Ministero degli Esteri”).

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    IL POPOLO – E cosa dice la gente? Un sondaggio a caldo pubblicato mercoledì dal quotidiano Maariv ha mostrato come il 63% degli Israeliani sostenga che la flottiglia si sarebbe potuta bloccare senza violenza né armi. Eppure, la maggior parte della gente resta ancora dalla parte del Governo e dell’IDF, l’esercito israeliano. Anzi, col passare dei giorni, e dopo i video della flottiglia attaccata resi pubblici dall’IDF, pare che gli Israeliani siano sempre più convinti della versione proposta da Israele, così come dimostrano diverse manifestazioni in tutto il Paese. Paradossalmente, negli ultimi giorni l’indice di popolarità del Governo appare in crescita. Come spiega il quotidiano Yedioth Ahronoth, “Ogni volta che c’è una crisi nazionale o un attacco da parte della comunità internazionale, gli Israeliani tendono sempre a schierarsi con il proprio Governo. Solo dopo iniziano a farsi domande, a chiedersi se si poteva agire in un altro modo, se si poteva evitare la via militare e se si è sbagliato in qualcosa. Vedi la guerra con il Libano nel 2006 e l’Operazione Piombo Fuso sulla Striscia di Gaza”.

    SICUREZZA E ASSEDIO – I temi di analisi, rispetto a quanto accaduto, sono tanti e disparati. Un punto però emerge con prepotenza: Israele è oggi più sicuro, o era forse meglio, per la sicurezza di Israele, fare arrivare la Freedom Flotilla a Gaza? La risposta è sin troppo scontata. Perché, allora, è avvenuto questo? Perché si è caduti in questa trappola, così come da più parti è stata definita?

    Premesso che Israele da anni ha gravissimi problemi nella modalità di comunicare adeguatamente se stesso e le sue azioni, e che è bravissimo nell’autoflagellazione a livello mediatico e di immagini, è un fatto che Israele da sempre sia giustamente ossessionato dalla ricerca della propria sicurezza. Spesso però negli ultimi anni è accaduto che questa ricerca di sicurezza favorisse sovrareazioni spropositate e grandi errori, che finiscono col favorire i suoi avversari e nemici. Anche stavolta è accaduto questo. E al di là dell’episodio della flottiglia, è doveroso allargare il cerchio e soffermarsi brevemente su Gaza. Israele sta difendendo il proprio assedio di Gaza, per impedire che Hamas venga rifornito di armi e missili. Ma se è legittimo il timore israeliano di impedire rifornimenti ad Hamas, non è troppo alto il prezzo da pagare? Il blocco e l’assedio israeliano rappresentano attualmente una delle armi più potenti che Hamas – e, in senso lato, Iran ed Hezbollah – possono sfruttare contro lo stesso Israele. E a livello strategico, se questo blocco non viene accompagnato da una apertura concreta, e non solo di facciata, verso l’Autorità palestinese, e la ripresa dei negoziati del processo di pace, con tutto ciò che questo comporta (congelamento totale degli insediamenti in primis), il rischio boomerang sarà concreto, e Israele sarà riuscito nell’impresa di crearsi con le proprie mani un cordone territoriale ostile che va dalla Turchia alla Siria, dal Libano alla Giordania, dall’Arabia Saudita all’Egitto, fino, ovviamente, all’Iran. E, in tal caso, si avvereranno le parole lette su Haaretz: “Non stiamo più difendendo Israele. Stiamo difendendo l’assedio di Gaza. E l’assedio sta diventando il nostro Vietnam”.

     

    Alberto Rossi redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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