In 3 Sorsi – Per anni petrolio e gas hanno permesso all’Iran di reggere l’urto delle sanzioni e di trattare da una posizione di forza. Il blocco navale americano e la scadenza del contratto con Ankara hanno ridotto drasticamente quel margine.
1. LA RENDITA ENERGETICA COME STRUMENTO DIPLOMATICO
Dal 2018, quando gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo sul nucleare e hanno ripristinato le sanzioni, l’Iran ha continuato a vendere il proprio greggio attraverso canali paralleli: petroliere con il transponder spento, trasbordi in alto mare, carichi dichiarati come malesi. A comprarlo è stata soprattutto la Cina, che nel 2025 ne ha assorbito oltre l’80%, in gran parte tramite le raffinerie indipendenti dello Shandong. Nelle statistiche doganali di Pechino, tuttavia, dal luglio 2022 non compare alcuna importazione dall’Iran. Per Teheran questi flussi hanno avuto un valore politico oltre che economico. Finché il mercato cinese restava aperto, le sanzioni ne erodevano le entrate senza metterne a rischio la tenuta, e la Repubblica Islamica poteva permettersi trattative lunghe. Sul versante occidentale, il gasdotto verso la Turchia, regolato da un contratto di venticinque anni entrato in vigore nel 2001, le garantiva un cliente stabile all’interno della NATO. Restava infine la carta più pesante: la minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – I pedoni passano davanti a un grande cartellone anti-israeliano esposto in Piazza Enghelab, a Teheran, 26 ottobre 2026
2. IL BLOCCO NAVALE E LA PERDITA DEI MERCATI
La guerra iniziata a fine febbraio ha messo alla prova questo equilibrio. Teheran ha limitato infatti il transito nello Stretto, ma la contromossa americana ne ha neutralizzato gli effetti. Il 13 aprile Washington ha imposto un blocco navale sui porti iraniani, sospeso a giugno dal memorandum di 60 giorni e ripristinato il 14 luglio. Secondo Vortexa, dalla seconda settimana di settembre le esportazioni di greggio via mare sono ferme a zero: degli 83 milioni di barili iraniani caricati su petroliere, 43 sono bloccati nel Golfo. Il Comando centrale statunitense stima in 25 miliardi di dollari le entrate perse.
Pechino, intanto, ha sostituito i barili iraniani con greggio russo. Sul fronte del gas, il contratto con Ankara è scaduto il 29 luglio senza che ne venisse firmato uno nuovo di lungo periodo, e le forniture proseguono in via provvisoria. La Turchia, che nel 2025 copriva così il 13% delle proprie importazioni di gas, può oggi contare sui gasdotti russi e sul gas naturale liquefatto. I rapporti di forza si sono quindi rovesciati: è Teheran, più di Ankara, ad aver bisogno di un nuovo accordo.
Fig. 2 – Le immagini satellitari Sentinel-2 elaborate da Maps4media mostrano l’isola di Hormuz e le acque adiacenti nello Stretto di Hormuz, con numerose grandi imbarcazioni e traffico di petroliere visibili nelle rotte marittime circostanti
3. UNA LEVA NEGOZIALE IN ESAURIMENTO
La chiusura di Hormuz avrebbe dovuto colpire anzitutto i Paesi importatori e gli altri produttori del Golfo. Questi ultimi, però, hanno trovato vie alternative: rotte lungo la costa omanita, convogli scortati e oleodotti che aggirano lo Stretto hanno riportato i loro flussi, a settembre, oltre l’80% dei livelli prebellici. Il costo maggiore è ricaduto sull’Iran, che ha subìto anche la sospensione degli scambi con gli Emirati e le sanzioni presentate da Washington come “le più dure della storia“. A luglio l’inflazione ha toccato il 66%. Teheran cerca ora di fare dello Stretto una merce di scambio. La sua proposta prevede una tregua di sette giorni, la riapertura di Hormuz e la revoca del blocco e delle sanzioni sul petrolio, ma Trump l’ha respinta e Mohsen Rezaei ha giudicato “insufficiente” l’ultima risposta americana. Nel frattempo gli attacchi contro le navi mercantili si sono moltiplicati – 23 dall’inizio di ottobre secondo l’agenzia britannica UKMTO – e nella settimana conclusa il 13 ottobre i flussi petroliferi attraverso lo Stretto sono scesi al 68% dei livelli prebellici. È un segnale coerente con il peso crescente dei Pasdaran nelle scelte del regime: indebolita la leva energetica, Teheran sembra affidarsi a quella militare. Molto dipenderà dalla postura che assumerà Pechino, che difende il commercio con l’Iran, ma non intende arrivare allo scontro con Washington.
Mattia Zucco
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