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    Iraq, il Paese senza tregua

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    Una serie di sanguinosi attentati in Iraq ha causato oltre 70 morti, un numero che si aggiunge alle almeno 700 vittime nel solo luglio e alle 3mila dall’inizio dell’anno: il Paese rischia di restare preda del conflitto tra sunniti e sciiti, nonché di subire l’influenza del conflitto siriano.

     

    1. I FATTI – Ieri, l’Iraq è stato sconvolto da una drammatica scia di sangue: 17 attentati hanno colpito il Paese, soprattutto in aree sciite, causando tra i 70 e gli 85 morti e almeno 190 feriti. Dodici ordigni sono esplosi nella sola Baghdad, ma altri attacchi sono stati condotti a Bassora, Hammad al-Dulaimi, Kut, Mahmudiya, Samawa e Tikrit. Considerate le dinamiche, le stragi sono da imputarsi probabilmente a gruppi d’ispirazione sunnita e, forse, anche alla stessa al-Qaida.

     

    2. I SOSPETTI – Oltretutto, pochi giorni fa, grazie a una serie di attentati suicidi, almeno 500 detenuti, molti dei quali appartenenti a formazioni dell’Islam combattente, erano riusciti a fuggire dal carcere di Abu Ghraib, cosicché, considerato che la polizia è riuscita a recuperarne soltanto 349, non è escluso che possa esserci un collegamento tra l’evasione e i fatti di ieri. A riguardo, il primo ministro al-Maliki, in seguito alle prove del coinvolgimento nella vicenda di alcuni alti ufficiali delle Forze di sicurezza, ha rimosso il direttore del sistema carcerario iracheno e ha ordinato una serie di arresti tra i vertici della polizia. Secondo recenti stime, in Iraq, nel solo luglio, tra 800 e 900 persone sarebbero morte per cause connesse al terrorismo, 3mila dall’inizio dell’anno. Gyorgy Busztin, inviato delle Nazioni Unite – da ricordare che pochi giorni fa la missione internazionale di assistenza al Paese è stata prorogata – ha posto in risalto come «questa violenza stia raggiungendo il picco proprio nel mese santo di Ramadan, riportando la popolazione indietro negli scontri tra fazioni e in un insensato bagno di sangue».

     

    3. IL DRAMMA IRAQENO – A dieci anni dalla caduta di Saddam Hussein e a due anni dal ritiro statunitense, l’Iraq sta attraversando una crisi pressoché irreversibile. Dal 2003, i morti per il terrorismo sono stati almeno 75mila, con oltre 250mila mutilati e 20mila scomparsi, mentre negli ultimi ventiquattro mesi, gli attentati sono stati in costante aumento. Il conflitto tra sciiti e sunniti, con l’aggiunta dei curdi, non ha mai dato cenno di tregua, poiché è uno degli obiettivi principali di gruppi quali lo Stato Islamico dell’Iraq, una formazione affiliata alla rete di al-Qaida. La tensione tra i due rami dell’Islam è talmente profonda da far temere all’Amministrazione Obama l’ingerenza degli sciiti iraniani in Iraq. Per di più, il primo ministro al-Maliki è al minimo livello di gradimento popolare, sia per le accuse di perseguire politiche apertamente anti-sunnite, sia per il rapporto conflittuale con Washington, sia, infine, per la gestione della questione curda. Il tutto mentre la guerra in Siria, dalla quale sono giunti oltre 200mila rifugiati, rappresenta sempre più una potenziale causa di destabilizzazione, considerando anche il sostegno mostrato dall’Iraq ad Assad. Sul “Caffè”, comunque, parleremo a breve della vicenda.

     

    Beniamino Franceschini

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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