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    F35: allarghiamo lo sguardo

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    In questi giorni si sta discutendo ancora dell’acquisto o meno degli F35, e di tutte le questioni ad essi legate: occupazione, prospettive, costi, opportunità o meno…  In mezzo a una discussione che spesso rimane superficiale, la domanda implicita che molti rivolgono è “ma a che servono, oggi, per noi, le forze armate? Perché spenderci ancora soldi?”. Proviamo a fare un po’ di chiarezza andando al di là di ogni possibile risvolto ideologico e a spiegare perchè le Forze Armate servono ancora al giorno d’oggi

    CE LO DICE LA STORIA – Rispetto alla domanda posta qui sopra, in teoria tutti dovremmo ricordare la risposta. Ma 70 anni di pace europea (per nulla sicuri anche solo qualche decennio fa) ci hanno fatto considerare come scontato il lusso di non dover mai usare le armi in casa nostra. E dunque la possibilità di non usarla altrove.

    La stessa domanda se la sono posti i legislatori europei parecchi anni fa, e se la pongono ancora oggi. La loro, e nostra, risposta è che il mondo non è l’Europa. Soprattutto non è l’Europa degli ultimi 70 anni.

    Tutti noi vorremmo vivere in un mondo sempre in pace, ma la storia, e anche l’attualità, mostrano che così non è. E a parte chi crede che sia tutto un grande complotto (evidentemente e curiosamente causato da persone così geniali nel farlo quanto inette nel nasconderlo, visto che se ne parla sempre in lungo e in largo), non si può negare come il mondo sia pieno di condizioni sociali, economiche, etniche, religiose e, anche, egoismi personali che tendono a dar luogo a tensioni e conflitti sempre meno limitati al loro vicinato e sempre più espandenti invece fino a toccare paesi lontani. La globalizzazione ci permette di comprare l’ultimo gadget elettronico via internet a basso costo dall’altra parte del mondo, o parlare gratis su skype con l’Australia, ma fa anche sì che gli interessi di popoli e stati dipendano spesso da ciò che accade anche in paesi lontani.

    LA TEORIA E LA PRATICA – Nel 1992, nell’Hotel Petersberg vicino a Bonn, in Germania, vennero formulati i cosiddetti “compiti” (Petersberg Tasks) che indicavano quali dovevano essere i compiti, e dunque l’utilità, delle future forze armate europee; la lista è ora stata estesa (Petersberg Plus Tasks) e codificata nel Trattato sull’Unione Europea (art.45) e nella European Security Strategy. Principalmente riguardano compiti di appoggio a missioni umanitarie e di salvataggio, peacekeeping e intervento in situazioni di crisi, anche con compiti di peacemaking (o peace enforcing). Che significa? Che, in breve, l’Europa riconosce il fatto che la propria sicurezza dipende anche dalla pace e dalla sicurezza attorno a sé, nei paesi limitrofi e in quelli, più lontani, dove sono i suoi interessi o i suoi concittadini. E se necessario, se le tensioni non si risolvono da sé, si rende pronta a intervenire.

    Il soft power di Joseph Nye può non essere sempre applicabile
    Il soft power di Joseph Nye può non essere sempre applicabile

    Ora chi auspica zero forze armate, o minime solo per difesa dei confini, è in realtà un proponente (forse inconsapevole) di una teoria del politologo USA Joseph Nye, chiamata del “soft power”. Ovvero che sia possibile influenzare gli altri paesi e portarli a una situazione favorevole senza alcun uso di forza: basta la diplomazia, l’intrecciarsi di cultura e dialogo, la pressione economica e l’appeal culturale del nostro modello. E’, volenti o nolenti, l’unico modo di agire senza armi e si contrappone all’”hard power” che vede nell’impiego militare massiccio l’unica politica estera possibile.

    Tuttavia, così come è evidente che solo risposte militari, nel mondo odierno, non possano più funzionare e anzi spesso risultino inadeguate (affrontando solo la faccia esterna dei problemi e non le loro cause sociali, economiche e politiche), anche pensare che solo un approccio soft possa sempre funzionare risulta di scarso realismo. Esistono casi in cui non è applicabile. In caso di gruppi terroristi, o conflitti locali che minacciano interessi nostri (se pensiamo alla benzina che tutti usiamo, o al riscaldamento invernale che ci piace tanto, o alle immigrazioni da zone di guerra, sono elementi che riguardano tutti noi e non solo le grandi aziende) spesso la sola diplomazia e gli aiuti sono insufficienti, perché se è vero che le armi da sole non bastano, a volte sono solo le armi, purtroppo, a dare quello spazio necessario perché altre vie diventino applicabili.

    LA VISIONE PIU’ AMPIA – Il punto è che tra tutto e niente ci sono parecchie sfumature intermedie. E così quello che si rende necessario oggi è il bilanciamento pragmatico e multisfaccettato delle varie opzioni: l’uso di diplomazia, economia, cultura e interventi sociali ove possibile, combinato con una potenza militare che renda possibile l’intervento là dove il dialogo non lo è. In alcuni casi entrambi potrebbero essere necessari, in un approccio comprehensive. La combinazione appropriata di questi due elementi può fare la differenza tra sapere sempre cosa fare o subire semplicemente ciò che accade intorno a noi.

    Da qui la necessità di avere forze armate che, sebbene potenzialmente ridotte, non siano senza potenziale difensivo e offensivo. Si può discutere a lungo sui problemi tecnici dell’F35, ma non è pensabile rimanere senza cacciabombardieri. Si può discutere a lungo sulla necessità di una difesa europea e non dei singoli Stati, che permetterebbe di spendere tutti meno e meglio, ma non possiamo chiedere agli altri Paesi di difenderci se noi non siamo disposti a dare il nostro contributo. Si può discutere a lungo sugli errori nel gestire le crisi vicine a noi, ma non possiamo pensare che solo il dialogo possa sempre funzionare con chi, a volte, non ha alcuna intenzione di dialogare e bloccherebbe ogni azione umanitaria indifesa (già visto numerose volte, vedi Darfur).

    70 anni di pace ci fanno a volte scordare che il resto del mondo ha molti meno scrupoli di noi sull’uso della forza, purtroppo. In fondo le forze armate sono quella cosa che sembra sempre inutile… finché non arriva il giorno in cui ne hai davvero bisogno.

    Lorenzo Nannetti

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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