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I travagli della verità

Editoriale – La redazione de “Il Caffè Geopolitico” risponde alle affermazioni di Marco Travaglio sul conflitto in Ucraina pubblicate su “Il Fatto Quotidiano”. Un perfetto esempio di che cosa un commentatore serio non dovrebbe mai fare.

Riteniamo che l’articolo di Travaglio pubblicato giorno 8 giugno su Il Fatto Quotidiano rappresenti una chiara ipersemplificazione e parzialità di giudizio, utilizzando lo spazio editoriale in modo scorretto e irresponsabile verso il pubblico. Vogliamo mostrare ai lettori perché scrivere un editoriale come quello di Travaglio è facile come fare un qualunque sfogo, ma richiede molto lavoro e studio per smontarne la superficialità dannosa. Analizziamo i passaggi peggiori dell’articolo, provando a fornire una visione più equilibrata e informata della situazione.

L’UCRAINA STAVA CON I NAZISTI?

L’affermazione che “l’Ucraina stava con i nazisti” è una grossolana semplificazione storica e un insulto ai tanti ucraini morti combattendo il regime criminale di Hitler. L’Ucraina, insieme alla Bielorussia, fu una delle repubbliche sovietiche più martoriate dall’invasione tedesca del 1941, avvenuta a ridosso della tragedia dell’Holodomor provocata dalle politiche staliniane. Alcuni ucraini, nella parte occidentale del Paese, accolsero i nazisti come liberatori durante le prime settimane dell’Operazione Barbarossa e appoggiarono l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) guidata dal famigerato Stepan Bandera. Tuttavia, questa fase durò poco e molti ucraini si unirono alla resistenza filo-sovietica o formarono gruppi partigiani nazionalisti che combatterono contro le forze del Reich. Molti altri si unirono all’Armata Rossa: degli oltre 8 milioni di caduti di quest’ultima a fine guerra, circa 1 milione e mezzo erano di nazionalità ucraina. Nelle fila dell’Esercito sovietico prestò servizio anche Semyon Zelensky, nonno dell’attuale Presidente, che perse buona parte della sua famiglia. Le sofferenze della popolazione civile durante l’occupazione furono terribili: almeno 2 milioni di persone furono deportate in Germania come forza lavoro, oltre 1 milione di ebrei furono uccisi e decine di migliaia di ucraini patirono la fame a causa della spoliazione del territorio condotta dalle autorità naziste.

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Fig. 1 – La fossa comune a Bucha, dove le Forze Armate russe hanno compiuto un massacro di civili.

SU “MILIZIE E PARTITI NOTI PER LE SS STILIZZATE NEI VESSILLI E LE SVASTICHE E I SIMBOLI RUNICI TATUATI SULLA PELLE”

L’estrema destra ucraina esiste e rappresenta un problema, ma elettoralmente e politicamente è sempre stata minoritaria. Il partito ultranazionalista Pravy Sektor, ad esempio, vinse un solo seggio nelle elezioni parlamentari del 2014 e nel 2019 ha perso anche quello.

Per quanto riguarda la questione milizie, Travaglio si riferisce probabilmente al battaglione Azov, da sempre oggetto delle attenzioni della propaganda russa. Nella prima fase della sua esistenza il battaglione ha mostrato indiscutibilmente chiari legami con il fascismo, ma la sua successiva incorporazione nelle Forze Armate regolari ha indebolito tali legami e reso l’unità più simile ad altre dell’Esercito ucraino. In base a dichiarazioni e interviste con la stampa, i suoi membri attuali sembrano più motivati da patriottismo che da fantasie neonaziste, nonostante non manchino ambiguità e zone d’ombra. In ogni caso è grossolanamente semplificatorio e intellettualmente disonesto dipingere tutti i militari ucraini (se non tutti gli ucraini in generale) che combattono i russi come neonazisti.

Inoltre Travaglio sembra ignorare (volutamente o meno) la presenza di molti militanti e gruppi di estrema destra nelle fila delle Forze Armate russe, ufficialmente impegnate nella “denazificazione” dell’Ucraina. Tra loro, ad esempio, il gruppo Rusich di Yan Petrovsky e Alexey Milchakov, responsabile di svariati crimini di guerra e dichiaratamente nazista nei propri valori di riferimento. E il gruppo Wagner del defunto Yevgeny Prigozhin, con il suo vice Dmitry Utkin (anch’esso defunto nello stesso “incidente” aereo di Prigozhin) pieno di tatuaggi esplicitamente nazisti e che pare salutasse il suo boss con un bel “Heil” di hitleriana memoria.

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Fig. 2 – Gli effetti di un bombardamento dell’artiglieria russa a Lyman.

SULLA PRESUNTA “ESCALATION NATO IN UCRAINA”

Travaglio riprende la propaganda russa che tenta di spostare la colpa del conflitto dalla Russia alla NATO, per dividere l’opinione pubblica occidentale. L’Ucraina ha dovuto affrontare forti attacchi da parte di Mosca, inclusi bombardamenti strategici sulle proprie strutture energetiche, infrastrutture e obiettivi civili, con modalità progressivamente più pesanti. Nel farlo il Cremlino ha chiesto e ottenuto forniture militari da parte dei propri alleati (Cina, Corea del Nord, Iran) ed è giunto perfino alla minaccia nucleare per tenere la NATO fuori dal conflitto. Ha costantemente minacciato i vicini di ritorsioni militari e ha unilateralmente dichiarato di voler modificare alcuni confini marittimi nel Mar Baltico (cosa che può fare solo se non modifica quelli relativi ad altri Stati).

L’Alleanza ha invece mantenuto limitate le proprie forniture belliche proprio nel tentativo di non esacerbare eccessivamente il conflitto, arrivando a impedire per più di due anni agli ucraini di impiegare gli armamenti occidentali fuori dai propri confini originali. Le forniture militari occidentali non costituiscono escalation in un conflitto che vede la Russia ottenere analoghe forniture dai propri alleati e usare già il suo massimo potenziale (nucleare escluso).

In questo l’accusa alla NATO risulta pretestuosa e parte appunto di una strategia mediatica (peraltro ben descritta nella dottrina russa) che coopta media occidentali per cercare di dividerne l’opinione pubblica e ostacolare le forniture stesse. Altrettanto codificato nella dottrina strategica russa è l’uso della minaccia di escalation nucleare, anche questa pubblicizzata e spesso richiamata dal Cremlino. Risulta curioso che Travaglio non consideri i continui riferimenti nucleari come escalation, ma consideri tali le forniture NATO di armi convenzionali.

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Fig. 3 – Il Presidente ucraino Zelensky saluta il suo omologo italiano Mattarella alle celebrazioni per gli 80 anni dello sbarco in Normandia.

SULLA “GUERRA LOCALE”

La guerra in Ucraina è la più grande guerra convenzionale in Europa dal 1945, con un impatto enorme sul resto del mondo per l’importanza di Kyiv e Mosca nel mercato del grano e delle materie prime. L’accordo sul grano di Istanbul del 2022 ha garantito le esportazioni agricole dai porti ucraini per scongiurare una crisi alimentare globale. L’intervento russo ha avuto conseguenze significative per la sicurezza del Mar Baltico, del Caucaso e dell’Asia Centrale, con Svezia e Finlandia che sono entrate nella NATO. La guerra ha anche comportato l’avvicinamento politico-militare di Mosca alla Corea del Nord e un indebolimento della CSTO, l’organizzazione di sicurezza eurasiatica presieduta da Mosca. Definire il conflitto come “una guerra locale” è del tutto inappropriato e superficiale.

Per approfondire:

SUI NEGOZIATI DI ISTANBUL

I negoziati di Istanbul furono complessi. Non fu raggiunto alcun accordo non a causa di Boris Johnson, ma per le posizioni estremamente lontane delle parti. La Russia cercava la sottomissione dell’Ucraina, chiedendo una netta demilitarizzazione del Paese, mentre l’Ucraina era disposta a discutere la neutralità ma non a scapito della propria integrità territoriale. I massacri di Bucha e Irpin, scoperti a ridosso dei negoziati, resero la posizione ucraina molto più intransigente.

Per approfondire:

SULLO SBARCO IN NORMANDIA

Travaglio basa forse la sua conoscenza dello sbarco in Normandia sulla prima scena di “Salvate il Soldato Ryan“, che, pur piuttosto realistica, è ambientata in un singolo settore della spiaggia di Omaha. Durante le operazioni della mattina del 6 giugno, solo questa spiaggia ebbe un numero elevato di perdite a causa di diversi fattori concomitanti, tra cui la conformazione del terreno e le difese tedesche più robuste che altrove. Sulle altre cinque spiagge la storia fu ben diversa e britannici, canadesi e statunitensi ebbero ragione dei tedeschi in poche ore. Se ci si pensa, il tanto decantato Vallo Atlantico cadde in meno di una giornata. Questo non fu un caso. Ci furono anni di pianificazioni e addestramenti, le lezioni apprese dagli sbarchi in Italia, uno spionaggio e controspionaggio che depistarono i tedeschi fino all’ultimo e anche dopo. I mezzi da sbarco erano coperti da un’impressionante forza navale e da numerosi aerei di ogni tipo. Ad esempio, solo una manciata di aerei della Luftwaffe riuscì a penetrare lo schermo alleato, senza però fare molti danni. Durante la notte, le truppe aerotrasportate USA e UK avevano conquistato punti chiave nell’entroterra e assicurato i fianchi della forza da sbarco, disorientando i tedeschi che non riuscirono a concentrare le forze a difesa di tutti i punti cruciali e delle spiagge. Per iniziare a capire la complessità di quell’evento non bastano diversi libri, perché ogni aspetto di quell’operazione militare ha una ricca storia alle spalle. 

Un po’ di numeri per aiutare a capire le dimensioni dell’operazione che smentiscono il “senza copertura”:

  • 132.000 soldati circa sbarcati il 6 giugno sulle spiagge;
  • 23.400 soldati circa paracadutati o atterrati tramite alianti durante tutto il 6 giugno;
  • 200.000 veicoli alleati circa sbarcati il 6 giugno;
  • 11.590 velivoli circa impiegati il 6 giugno (caccia, cacciabombardieri, bombardieri, aerei da trasporto, alianti);
  • 6.939 imbarcazioni schierate per il 6 giugno, delle quali 200 per il bombardamento contro-costa;

Un po’ di numeri sulle perdite, in relazione al numero di uomini sbarcati, riferito sopra:

  • 2.500 perdite (quindi non solo morti) USA circa a Omaha Beach;
  • 1.063 perdite canadesi circa a Juno Beach;
  • 630 perdite britanniche circa a Sword Beach;
  • 413 perdite britanniche circa a Gold Beach;
  • 197 perdite USA circa a Utah Beach.

Fonte: https://www.dday-overlord.com/en/d-day/figures 

Sull’utilità militare ancora una riflessione: il tanto decantato Stalin invocava questo aiuto da almeno un paio di anni, consapevole che da solo non sarebbe riuscito a sfondare e arrivare in Germania. Inoltre, lo sforzo bellico sovietico fu favorito dalle ingenti quantità di materiali ricevuti tramite il programma Lend-Lease

A proposito: è possibile Travaglio si ispiri ad alcuni punti del libro di Anthony Beevor che nota i problemi dello sbarco? Tuttavia, nemmeno Beevor indica che lo sbarco sia stato un fallimento o non sia stato decisivo. Egli fa un racconto onesto che fa vedere le sbavature, ma nel complesso di un’operazione fatta bene.

Per approfondire:

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Fig. 4: Navi e mezzi a Omaha Beach dopo il D-Day, tutt’altro che un fallimento.

SUL PASSAGGIO RELATIVO AI LINCE IVECO

Non è invece chiaro il perché del riferimento ai Lince Iveco. Forse uno sfogo antimilitarista, forse una critica all’industria della difesa, forse altro. Ma menzionarli dovrebbe invece ricordare a Travaglio e a tutti un punto fondamentale. Quei veicoli sono parte di un lotto di 358 veicoli 4×4 Iveco LMV-M65 Rys (Lince) prodotti secondo un contratto del 2011, poi cancellato nel 2013 quando la Russia ha preferito proseguire con i propri GAZ Tigr. Un contratto allora possibile perché in quegli anni noi occidentali pensavamo ancora che si potesse costruire un futuro di collaborazione, diverso da quello di oggi, mentre la Russia (come mostravano l’attacco cyber in Estonia del 2007 e la guerra in Georgia del 2008) ci vedeva già da avversari.

Per approfondire:

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Fig. 5: Un blindato Lince italiano in Afghanistan.

In definitiva, Travaglio presenta una visione distorta e semplificata della realtà, strumentalizzando e distorcendo la complessità storica e geopolitica del conflitto in Ucraina e della Seconda Guerra Mondiale.

Emiliano Battisti
Pietro Costanzo
Beniamino Franceschini
Lorenzo Nannetti
Simone Pelizza

Davide Tentori
Erminia Voccia

Immagine di copertina: Photo by john-i is licensed under CC BY-NC-SA

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Perchè è importante

  • Rispondiamo all’editoriale di Marco Travaglio sullo sbarco in Normandia e sulla guerra in Ucraina.
  • Un editoriale che rappresenta una chiara ipersemplificazione e parzialità di giudizio, utilizzando lo spazio editoriale in modo scorretto e irresponsabile verso il pubblico.

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