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venerdì 30 Ottobre 2020
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    Speciale COVID-19

    La Cina e il nuovo slancio democratico di Hong Kong

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    In 3 sorsi Le tanto attese elezioni distrettuali della città di Hong Kong hanno portato a un risultato inaspettato per la Cina continentale, rischiando di far vacillare un sistema che comincia a sentire la pressione di una rivolta che non sembra volersi arrestare.

    1. IL SILENZIO DI PECHINO

    Nelle scorse settimane l’escalation della rivolta e delle violenze a Hong Kong, che hanno portato all’assedio del Politecnico da parte dei manifestanti, ha aumentato la tensione in città.
    Molti si sarebbero aspettati che Pechino agisse con la forza per fermare delle proteste che si sono trasformate in violenza, e che da sei mesi hanno bloccato la vita politica e economica della città-Stato. La società civile di Hong Kong ha infatti supportato gli studenti durante le manifestazioni, unendosi e partecipando in massa per le strade.
    Al contrario, la Repubblica Popolare non si è intromessa, non ha interagito con la forza e si è tenuta lontana da interventi diretti e compromettenti. Di recente ha però inviato alcuni “volontari” dell’Esercito Popolare di Liberazione per aiutare la popolazione a riparare i danni causati dalle proteste. Questa è la versione ufficiale, che si avvale di opere di volontariato per difendersi dalla possibile accusa di infrazione  dell’articolo 14 della Hong Kong Basic Law.

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    Fig. 1 – Nuove manifestazioni di protesta a Hong Kong dopo la vittoria dei candidati pro-democrazia alle elezioni distrettuali, 1 dicembre 2019

    2. AUSPICABILE DEMOCRAZIA

    Nessuno avrebbe potuto presagire il risultato delle elezioni distrettuali del 24 novembre. Molti, soprattutto in Cina, si erano infatti convinti della teoria secondo cui le rivolte nascondessero influenze esterne, per la maggior parte statunitensi. Date le tensioni che continuano a definire il difficile rapporto tra Stati Uniti e Cina, c’è infatti il sospetto che il motivo delle proteste non sia solo nelle richieste di autonomia governativa e libertà dei cittadini di Hong Kong, ma in un tentativo più profondo di indebolimento del ruolo cinese nella città.
    Le elezioni appena svolte hanno quindi sopreso un po’ tutti. Su un totale di 452 seggi per i nuovi consiglieri distrettuali, 347 sono stati vinti da candidati pro-democrazia, un risultato mai visto fino a oggi. Questo ha spinto molti a ricredersi sulla reale e concreta volontà dei cittadini di avvicinarsi a una politica più democratica, allontanandosi dall’accentramento di Pechino.
    La censura dei media ha cercato di limitare le notizie nel continente da quando tutto è iniziato, e anche i risultati delle elezioni non sono stati un’eccezione. Come in alcuni casi sono state evase le notizie relative a quanto successo, in altri l’accenno si è fatto alle avvenute elezioni, non al risultato.

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    Fig. 2 – Dimostranti hongkonghesi espongono bandiere USA per festeggiare la firma dell’Hong Kong Human Rights and Democracy Act da parte di Trump, 1 dicembre 2019

    3. IL SOSTEGNO INTERNAZIONALE

    Le elezioni non porteranno a un cambiamento radicale della leadership, né a una maggiore autonomia nelle decisioni politiche locali, ma sicuramente hanno fatto sentire al mondo la voglia di democrazia di Hong Kong. La comunità internazionale, dal canto suo, non ha potuto stare a guardare senza pronunciarsi. L’Unione Europea, nella figura di Gunnar Wiegand, managing director per l’Asia e Pacifico del Servizio europeo per l’azione esterna, ha manifestato il supporto alla città in caso di bisogno.
    Il Presidente USA Donald Trump ha invece preso una posizione molto più netta, con la firma di una legge (Hong Kong Human Rights and Democracy Act) per la difesa dei diritti umani e della democrazia nella città, insieme a un divieto di esportazione di munizioni per il controllo della folla alla polizia locale.
    La reazione di Pechino in questo caso è stata furiosa. Il viceministro degli Esteri, Le Yucheng, ha subito dichiarato la gravità della firma di tale legislazione, che va contro la sovranità nazionale cinese e il diritto di non ingerenza straniera. Nella giornata del 2 dicembre, il Governo cinese si è poi spinto anche più in là, dichiarando la sospensione delle visite di navi militari statunitensi a Hong Kong, e minacciando sanzioni a gruppi difensori dei diritti umani, tra cui National Endowment for Democracy, Human Rights Watch e Freedom House.
    A seguito delle elezioni le proteste sono comunque ricominciate senza troppe differenze, ma la situazione non potrà continuare come prima con i riflettori puntati della comunità internazionale. Ora Pechino dovrà decidere come agire.

    Giuditta Vinai

    Giuditta Vinai
    Giuditta Vinai

    Classe 1989, delle valli piemontesi. Dopo una laurea triennale conseguita in lingue e letterature straniere, con indirizzo cinese, durante la magistrale ho completato un programma di doppia laurea in Scienze Internazionali Torino-Hangzhou. Grazie alla laurea magistrale, e le mie numerose esperienze in territorio cinese, ho approfondito politiche ed economia della Cina contemporanea, avvicinandomi anche al campo dei Security Studies. Nel tempo libero viaggio, leggo, e mi faccio prendere dalle serie tv

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