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    Le “armi” dell’Europa all’estero

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    • Con circa 30 missioni all’estero avviate negli ultimi 15 anni, l’Europa ha reso stabile la propria presenza in Paesi terzi, sia con strumenti civili che militari, con risultati altalenanti
    • L’UE ha affrontato le crisi internazionali ponendosi anzitutto come una forza a carattere civile, usando gli strumenti militari in via minimale e con funzioni di solo supporto
    • La nuova Commissione Europea, nei prossimi 7 anni, ha la possibilità di adottare misure di potenziamento delle missioni, incidendo su debolezze ben note

    Nell’ambito della sua Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC), l’Unione Europea ha intrapreso circa 30 missioni negli ultimi 15 anni, attraverso strumenti civili e militari, in tre continenti (Europa, Africa e Asia). Le decisioni in merito vengono prese dai Paesi dell’UE durante il Consiglio dell’Unione Europea, ed è importante comprendere quali siano i mandati di queste missioni, perché questa decisione determina tutto quello che il personale in missione può o non può fare. L’impegno profuso sinora non è del tutto indifferente, considerato ovviamente il tipo di mandato assegnato e le difficoltà dei Paesi Membri della UE a concordare sulle linee di politica estera, e anche l’impegno attuale è in continuità con il passato.

    L’Unione Europea ha affrontato le crisi internazionali ponendosi anzitutto come una forza a carattere civile, impiegando principalmente strumenti di natura economica e amministrativa, e usando con riluttanza lo strumento militare, minimizzando il più possibile i rischi che sarebbero connessi a un uso davvero operativo. Funziona? Difficile misurarne l’efficacia, si tratta di azioni che possono trovare riscontro nel medio-lungo termine ma, d’altro canto, alla luce dei meccanismi politici e decisionali attuali, è ragionevolmente l’unica postura possibile. La nuova Commissione Europea, in carica da pochi mesi, ha sinora potuto solo muoversi con enunciazioni di principio, parlando di “a stronger Europe in the world” e includendovi anche temi di sicurezza e difesa. Quello che ci si può ragionevolmente auspicare, è che si inizino ad affrontare di petto le debolezze già note: disponibilità degli Stati membri a mettere a disposizione le capacità e le risorse necessarie per risultare credibili, maggiore sicurezza degli operatori, un coordinamento più concreto con i Paesi beneficiari e con i partner internazionali. Senza dimenticare che una opinione pubblica europea in materia è tutta da costruire.

    Pietro Costanzo

    Pietro Costanzo

    Co-fondatore e membro del direttivo. Mi occupo di cooperazione internazionale nel settore della sicurezza. Mi sento Europeo, Italiano e parecchio siciliano. Vivo a Roma: se volete, vediamoci per un caffè… Ogni opinione espressa è strettamente personale.

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