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    Libia: quale ruolo per l’Italia dopo la conferenza di Berlino?

    In breve

    • La conferenza di Berlino dello scorso gennaio aveva come obiettivo primario un cessate il fuoco tra i due protagonisti dello scenario libico: Haftar e al-Sarraj.
    • In uno scenario di possibile stabilizzazione, l’Italia dovrebbe preservare i propri interessi nazionali, anche in vista di un ruolo sempre più preponderante di Ankara.
    • Preservare gli interessi energetici e di sicurezza risulta però sempre più complesso in uno scenario che, nonostante gli sforzi internazionali, sembra non trovare una tregua.

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    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi- La conferenza di Berlino del gennaio scorso aveva l’obiettivo di stabilizzare la situazione sul campo ma non sono stati raggiunti i risultati sperati. Qual’è il ruolo dell’Italia in questa nuova fase?

    1. I PRINCIPALI RISULTATI DI BERLINO

    Lo scorso 19 gennaio sedici rappresentanti di Paesi e Organizzazioni internazionali si sono riuniti a Berlino in un incontro finalizzato a un accordo sulla situazione politico-militare in Libia. L’accordo, fortemente sostenuto dal Governo tedesco, prevede un cessate il fuoco permanente sul territorio libico, un embargo sulle armi e l’ambizione di giungere un giorno a un esecutivo di unità nazionale. I due principali contendenti, Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar, in precedenza si erano incontrati con la cancelliera Angela Merkel prima degli inizi dei lavori, proprio sulla base di un documento preparato dal Governo tedesco. Come spiegato dalla Merkel il documento uscito da Berlino avrà ben presto l’avallo del Consiglio di Sicurezza:Siamo tutti d’accordo sul fatto che dovremmo rispettare l’embargo sulle armi e che l’embargo sulle armi dovrebbe essere controllato più fortemente di quanto non sia stato in passato”. Con tale mossa la Merkel ha cercato di dare nuova centralità all’Unione Europea, tentando di riportare la questione sui binari della diplomazia, per ridimensionare la posizione di forza sin qui assunta dalla Russia di Vladimir Putin e dal presidente turco Recepp Tayyp Erdogan, seppur su due fronti contrapposti (Putin sostiene il generale Haftar, mentre Ankara sostiene il Governo di al-Sarraj).

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    Fig.1- Il Primo Ministro del GNA Fayez al-Sarraj ha visitato il porto di Tripoli colpito dalle forze di Haftar il 19 febbraio 2020. Questo evento ha portato al ritiro del Governo di Tripoli dai negoziati di pace e dall’accordo sul cessate il fuoco

    2. IL RISCHIO PER L’ITALIA DI UN RAFFORZAMENTO DI ERDOGAN

    In questa situazione chi potrebbe trovare nuova linfa è proprio l’Italia, fin qui quasi spaesata dall’irruzione sullo scenario libico a gamba tesa della Turchia. Lo scorso 10 dicembre Erdogan ha annunciato l’intenzione di sostenere il Governo libico guidato da Fayez al-Sarraj contro l’offensiva militare del generale Khalifa Haftar, ottenendo nel giro di un mese il via libera dal Parlamento. La presenza turca potrebbe portare con sé tre rischi: una voce ancora più incisiva sulla vicenda migranti, il ridimensionamento del ruolo italiano nel Mare nostrum e soprattutto tentare di giocare un ruolo di primo piano nella vicenda energetica, vero collante degli interessi stranieri in terra libica. Manovre fortemente discordanti con l’atteggiamento di Roma, fin qui attendista, forse derivante dalla convinzione che chiunque vinca sul fronte libico non metterà in discussione gli interessi economici italiani.

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    Fig. 2- Un attacco delle forze di Haftar ha provocato numerosi danni agli edifici nella città di Tripoli, soprattutto nelle zone residenziali della città. Tripoli, 28 febbraio 2020

    3. COSA FARE DOPO BERLINO

    L’Italia dovrebbe tener presente un punto chiaro e imprescindibile: la difesa dei propri interessi sul territorio. L’Italia non è indipendente dal punto di vista energetico e dalla Libia importa gas e petrolio. Il cessate il fuoco potrebbe agevolare la sua posizione, anche perché un’eventuale vittoria di Haftar avrebbe potuto portare, nel medio e lungo termine, a un rialzo dei prezzi di questi beni, con conseguenti ricadute sui conti pubblici. Vi è poi la difesa del patrimonio infrastrutturale, in primis il gasdotto di Mellitah che trasporta gas fino alla Sicilia. La stessa Federpetroli a inizio anno aveva paventato i rischi di un peggioramento della situazione libica con l’entrata in campo di nuovi attori. Rafforzare il suo appoggio nei confronti di al-Sarraj potrebbe, nel medio periodo, contenere l’espansione di Ankara, offrendo al GNA la possibilità di scegliere tra i suoi alleati.
    Gli impegni di Berlino però non sono stati rispettati e la situazione sul campo ha continuato a peggiorare sotto gli occhi di un’ONU inerme e di un’Europa sempre più divisa. Le rappresentanze delle due parti hanno dichiarato il ritiro dai negoziati di pace sostenuti dalle Nazioni Unite. Il Governo di al-Sarraj ha deciso infatti di sospendere il cessate il fuoco dopo l’attacco di Haftar al porto di Tripoli lo scorso 19 febbraio, mentre il 27 febbraio è stato colpito l’aeroporto di Mitiga. La storia si ripete e l’intervento internazionale ancora una volta non ha portato ai risultati sperati.

    Stefano di Bitonto

    Stefano Di Bitonto

    Sono Stefano e ho 34 anni. Giornalista pubblicista da cinque anni, vanto esperienza decennale in diversi quotidiani e portali della mia Napoli dove mi sono occupato prevalentemente di cronaca e politica. Appassionato da sempre di relazioni internazionali e di geopolitica sono laureato in relazioni e politiche internazionali all’Università orientale. Vanto inoltre due master in economia e in studi diplomatici. Il mio interesse principale è per la Russia e per l’America latina anche se negli ultimi anni mi sono letteralmente appassionato di Medio Oriente. Ho deciso di scrivere per ‘Il caffè geopolitico’ perché ha un approccio alla realtà internazionale innovativo. Napoletano verace, amo la pizza ma non so suonare il mandolino.

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