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L’Europa alla prova della demografia: invecchiamento, migrazioni e IA

Il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione incidono negativamente sulle prospettive economiche e politiche dell’UE. Le migrazioni sono spesso indicate come una parte della soluzione, ma la loro gestione oggi è critica per ragioni di sicurezza e di consenso interno. L’Europa è di fronte a una contraddizione: ha bisogno di energie e flussi di persone in ingresso, ma fatica a governarli, mentre le politiche per la natalità producono pochi risultati.

La crisi demografica europea

Dal 2004 al 2024 l’età mediana nell’UE è passata da 39,3 anni a 44,7 anni, con l’aumento degli ultraottantenni dal 3,8% al 6,1% e la riduzione degli under-15 dal 16,2% al 14,6%, una tendenza destinata a proseguire se le condizioni restassero quelle attuali. La contrazione di giovani e persone in età lavorativa non comporta solo una maggiore pressione sulle finanze pubbliche, ma anche i rischi di una minore spinta innovativa, di approcci politici più conservativi e di uno svantaggio nella competizione globale. Aggiungendo al quadro una gestione inefficace e conflittuale delle migrazioni – sia dei flussi, sia dei processi di integrazione – le difficoltà che potrebbe affrontare l’Europa sarebbero sistemiche, con un prevedibile aumento delle tensioni sociali e una riduzione del peso rispetto alle aree del mondo in espansione demografica.

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L’impatto sull’economia

Il primo effetto del declino demografico è misurabile sui conti pubblici. L’aumento della popolazione anziana nell’UE e la riduzione di quella attiva – dai 264 milioni nella fascia 20-64 nel 2022 ai 207 milioni del 2050 – inciderà sulla capacità di sostenere i costi di pensioni, sanità e assistenza sociale. Nel 2024 la spesa pubblica per le prestazioni di protezione sociale nell’UE ha superato i 4.900 miliardi di euro, il 40% dei quali (circa 1.900 miliardi) per le pensioni. La tendenza è in ascesa (dall’attuale 11% del PIL europeo al 12-13% del 2050), anche considerando che secondo la Commissione Europea nel 2050 gli over-65 saranno il 30% della popolazione. Rimanendo nell’ambito economico, l’inverno demografico – che sta già comportando l’allungamento volontario o per legge della vita lavorativa – causerà anche un ammanco di posti di lavoro già oggi stimabile in milioni di unità, con la necessità, oltre che di prevedere flussi migratori in ingresso, di trovare forme di adattamento a dinamiche difficilmente invertibili in tempi brevi.

Crisi identitaria, gestione delle migrazioni e risposte provvisorie

Dal punto di vista demografico, l’UE sta scontando una calo della natalità derivante da un quadro multidimensionale reso complesso da fattori economici, cambiamenti culturali, trasformazione delle reti familiari e, non ultimo un diffuso senso di insicurezza tra le nuove generazioni. La tendenza è peggiore nei Paesi mediterranei, che contestualmente hanno anche una minore propensione all’innovazione e all’integrazione di stranieri extraeuropei. Il tema delle migrazioni è ormai da anni un terreno di scontro politico, amplificato dalla percezione di una profonda crisi identitaria sulla quale influiscono narrazioni sovraniste e nazionaliste. Gli argomenti della sostituzione etnica e della remigration – condivisi anche negli USA da Donald Trump ed Elon Musk – spostano il confronto sul campo esistenziale, rendendo la governance politicamente più rischiosa. La polarizzazione informativa – condizionata da iniziative di guerra cognitiva, anche russe – preme sui Governi, che devono sia pianificare i flussi regolari, sia gestire gli arrivi irregolari, calati a 178mila nel 2025 (-26% rispetto al 2024). L’UE sta cercando di armonizzare l’approccio dei membri in un nuovo migration compact, anche acconsentendo a forme di esternalizzazione di controllo delle migrazioni – dal modello Albania dell’Italia, all’opzione Ruanda del Regno Unito, – che tuttavia sollevano dubbi sul rispetto dei diritti umani, creano dipendenze geopolitiche ed espongono a vulnerabilità reputazionali. Mentre aumentano le proposte per l’adattamento alla situazione, come le politiche per l’invecchiamento attivo e le riforme dei sistemi di welfare, un contributo potrebbe arrivare dalla tecnologia, sulla scia del Giappone, con la sostituzione della forza lavoro umana tramite IA e automazione, che pur aumentando la produttività, facilita concentrazioni di potere economico e squilibri tra settori e territori.

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Trade-off per l’Unione Europea

Ricorrere alle migrazioni per compensare il calo demografico

  • Si guadagna: ampliamento della base contributiva, crescita demografica (almeno nel medio periodo)
  • Si perde: aumento della spesa sociale, tensioni sociali e reazioni conservative-identitarie, weaponization delle migrazioni
  • Chi paga: Governi nazionali e amministrazioni locali (in misura minore UE), fasce della popolazione piĂą esposte, immigrati non integrati
  • Chi sfrutta la frattura: attori che capitalizzano la polarizzazione oppure utilizzano le migrazioni come minaccia

Favorire politiche attive per la natalitĂ 

  • Si guadagna: minore impatto politico nel breve termine, miglioramento di investimenti in welfare, politiche di genere e istruzione
  • Si perde: fallimento con perdita di tempo non recuperabile
  • Chi paga: Governi nazionali
  • Chi sfrutta la frattura: attori politici che sfruttano la polarizzazione, attori dei settori economici correlati

Investire su IA e automazione

  • Si guadagna: innovazione e produttivitĂ  piĂą alte in settori capital-intensive
  • Si perde: nuove disuguaglianze sociali e territoriali, esposizione verso grandi attori del settore IA e tecnologico
  • Chi paga: lavoratori non riconvertibili o impiegati in settori labour-intensive, regioni con disparitĂ  di partenza
  • Chi sfrutta la frattura: attori economici capaci di controllare conoscenze e capacitĂ  con tendenze di cartello, attori statali con maggiore potenza demografica che combinano tecnologia e massa lavoro

Un chicco in piĂą – La posizione dell’Italia


Declino demografico accentuato
L’Italia presenta uno dei peggiori rapporti di sostituzione generazionale in Europa. Il tasso di emigrazione è elevato (270.000 italiani espatriati nel 2023-24, il 39,9% in più rispetto al biennio precedente) e alcuni territori, soprattutto al Meridione, si stanno già spopolando. Il costo è una pressione crescente sulla spesa pubblica, con meno contribuenti e minore spinta innovativa.

Mercato del lavoro segmentato
Aalcuni settori si basano già ampiamente sulla manodopera straniera. L’automazione copre solo una parte limitata di questi fabbisogni, rendendo il sistema vulnerabile a restrizioni dei flussi. Accoglienza, integrazione e servizi ricadono sugli Enti locali, mentre i benefici macroeconomici sono sperequati e meno visibili. Questa asimmetria alimenta il conflitto politico locale e riduce la sostenibilità del modello nel lungo periodo.

Scarsa propensione all’innovazione
Il sistema italiano è ancora legato a processi ad alta intensità di lavoro, con bassi investimenti in innovazione di qualità e carenza di competenze digitali. Questo incide anche sulla produttività, più bassa rispetto per esempio a Francia e Germania.


Gli autori

Beniamino Franceschini

Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali all’UniversitĂ  di Pisa, sono docente di Geopolitica presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Pisa. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del desk Africa.

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