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giovedì 13 Agosto 2020
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    In breve

    • Di nuovo fredde le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Cuba: a chi giova?
    • Le conseguenze sul mercato petrolifero.
    • Come influisce tutto ciò sul Venezuela?

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Analisi Il recupero della Dottrina Monroe getta un ponte tra passato e presente nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti, rivelando dinamiche e tensioni mai completamente sopite ed equilibri perennemente traballanti.

    IL RECUPERO DELLA DOTTRINA MONROE

    Lo scorso aprile l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale americano John Bolton dichiarò pubblicamente che “la Dottrina Monroe è viva e vegeta”, annunciando l’imposizione di nuove sanzioni ai danni della “troika della tirannia”, definizione che designa i Governi di Cuba, Venezuela e Nicaragua. Nel caso dell’isola caraibica, l’annuncio segnò una rinnovata ostilità tra Washington e l’Havana, dopo che le relazioni diplomatiche erano state ripristinate durante la presidenza Obama. Ma l’archiviazione della Dottrina Monroe, pilastro pluricentenario della politica estera statunitense nell’emisfero, di fatto si rivelò una fase temporanea. L’arrivo del Presidente Trump alla Casa Bianca ha infatti coinciso con una riesumazione della vecchia linea politica e di un lessico d’altri tempi. “Governi illegittimi”, “marionette del socialismo”, “triangolo del terrore”: la retorica statunitense si infiamma, mettendo nero su bianco l’intransigenza per l’esistenza di entità politiche anti-americane nel proprio “giardino di casa”. Ma quali sono le conseguenze della politica estera americana per questi Paesi?

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    Fig. 1 – John Bolton annuncia le sanzioni alla Bay of Pigs Veterans Association

    LE CONSEGUENZE SULL’ECONOMIA CUBANA

    All’indomani della pubblica riesumazione della Dottrina Monroe, il Presidente cubano Miguel Díaz-Canel annunciò che il popolo di Cuba non si sarebbe piegato alle pressioni. Ma l’effettiva applicazione delle sanzioni durante lo scorso settembre – un “atto di genocidio”  secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla – ha avuto serie ripercussioni sull’economia cubana, già vittima delle conseguenze della crisi politica in Venezuela e ulteriormente gravata dalla guerra economica iniziata da Trump. Le sanzioni statunitensi hanno infatti scoraggiato gli investimenti stranieri sull’isola, oltre ad avere impatti significativi sul settore turistico e sull’approvvigionamento di petrolio dal Venezuela di Maduro. Ma nonostante le difficoltà, la volontà di resistere non si spezza. La ridotta disponibilità di greggio ha infatti portato all’adozione di misure di emergenza con l’obiettivo di “arrestare i piani dell’imperialismo”: la produzione sull’isola è stata temporaneamente ridotta per consentire l’accesso prioritario al carburante per ospedali e scuole. Secondo l’economista Pavel Vidal, il fatto che l’Havana sia dotata di un’economia pianificata garantisce un vantaggio strategico nei momenti di crisi, perché consente di riallocare efficacemente le risorse disponibili. Ma la resistenza cubana non elimina l’impatto sociale delle difficoltà economiche per gli abitanti dell’isola, che potrebbe generare una crisi migratoria dalle conseguenze potenzialmente devastanti: per questo, lo scorso novembre, 187 Paesi delle Nazioni Unite hanno espresso il loro supporto per la sospensione dell’embargo americano su Cuba.

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    Fig. 2 – Miguel Diaz-Canel e Nicolas Maduro al 25esimo Forum annuale di Sao Paulo

    LA RISPOSTA DI CUBA

    Le pressioni statunitensi hanno indubbiamente inciso sulle prospettive di crescita di Cuba, la cui economia, secondo le stime della Banca Mondiale attualmente si attesta su un tasso di crescita annuo attorno all’1%. Ma la stretta di Washington spinge il governo dell’Havana a cercare soluzioni alternative a livello domestico, rese possibili dagli accordi stretti a livello internazionale, in particolare con la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. Lo scorso 13 gennaio, nell’ottica di ridurre la dipendenza cubana dall’importazione di petrolio – interstizio in cui Mosca si è inserita per rinsaldare i vecchi legami con l’isola – il Presidente della Repubblica Cubana Díaz-Canel ha annunciato la revisione del Programma Energetico nazionale, ora fortemente improntato sull’energia rinnovabile, e ha anticipato un nuovo piano di investimenti nel settore ferroviario, che nel solo 2019 ha goduto di un incremento del 62% nel volume di trasporto passeggeri grazie ai finanziamenti cinesi dello scorso luglio. Per quanto riguarda il settore turistico, le misure di promozione e gli accordi siglati dall’Havana hanno avuto risultati positivi, registrando un incremento del 30% nelle presenze di turisti di provenienza russa nel 2019 e attirando investimenti per l’ampliamento e la nuova costruzione di strutture ricettive a Cuba.

    GLI EFFETTI COLLATERALI DELLE SANZIONI SUL MERCATO PETROLIFERO

    L’imposizione delle sanzioni sui Paesi della “troika” ha sortito i suoi effetti in particolare sul mercato petrolifero, sia a livello locale, sia sul piano internazionale. Lo scorso anno è stato registrato il livello più basso nelle esportazioni di greggio e prodotti raffinati per la compagnia petrolifera nazionale venezuelana PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A.), bersaglio numero uno nei piani dell’Amministrazione Trump per esercitare pressioni sul Governo di Maduro e costringerlo ad abbandonare il potere in favore di Juan Guaidó, leader dell’opposizione appoggiato da Washington e da un numero considerevole di altri Stati a livello mondiale. Anche in questo caso le sanzioni indeboliscono ma non compromettono definitivamente gli avversari. Il Venezuela, trovandosi sempre più vicino a un bivio tra la rischiosissima sospensione dell’estrazione del greggio e l’imminente problema dello stoccaggio del prodotto invenduto sui mercati internazionali, ha infatti autorizzato ulteriori forniture di petrolio verso Cuba – una mossa che, almeno sul breve periodo, si traduce in un vantaggio sostanziale solamente per l’isola caraibica dato che non genera entrate in termini di moneta forte nelle casse venezuelane. Oltretutto il fatto che gli Stati Uniti non abbiano dato seguito alle minacce di estendere le sanzioni alle imprese impegnate in rapporti commerciali con la PDSVA sembra avere in parte vanificato i risultati ottenuti lo scorso anno. Durante l’ultimo quadrimestre del 2019 le grandi multinazionali del petrolio sono gradualmente ritornate a fare affari con la PDSVA, la cui attività nei mesi immediatamente successivi alle sanzioni dello scorso gennaio era stata nel frattempo tenuta a galla grazie all’intermediazione della compagnia russa Rosfnet, che garantiva uno sbocco di vitale importanza per il petrolio venezuelano sul mercato cinese.
    Nonostante i risultati ambigui, Trump non sembra disposto ad abbandonare la linea dura, che ha anzi trovato un posto anche nell’ultimo discorso del Presidente sullo Stato dell’Unione, reso ancora più emblematico dalla presenza in aula di Juan Guaidò. Per quanto riguarda Cuba, l’inevitabile ricorso a vecchi alleati e a nuovi partner sul piano internazionale rende l’isola una questione spinosa per l’Amministrazione Trump, che dovrà decidere se perseguire con la linea dell’intransigenza o allentare la tensione e favorire la cooperazione nel proprio emisfero.

    Marco Tumiatti

    Marco Tumiatti
    Marco Tumiatti

    Classe 1993, nato in un paese immerso tra le nebbie del Polesine e ormai cancellato dalla topografia. Per mantenere costante il tasso di umidità mi trasferisco a Venezia, dove ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate. Sono specializzato in storia contemporanea degli Stati Uniti. Leggo i maestri del weird e dello sci-fi americano, scrivo racconti, suono la chitarra e il basso, bevo decisamente troppo caffè.

     

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