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    Coronabond: l’Eurogruppo decide di non decidere

    In breve

    • L’Eurogruppo si è concluso varando una serie di misure contro la crisi economica generata dalla COVID-19.
    • Le nuove misure ammontano a 500 miliardi di euro, estendibili fino a 1.000 miliardi.
    • Non ci sono i “coronabond”, ma la decisione finale sarà presa dai capi di Stato e di Governo dei Paesi membri.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    AnalisiLa prolungata riunione dei Ministri delle Finanze dell’eurozona (Eurogruppo) in due round, si conclude con la proposta di un pacchetto cospicuo di misure (del valore stimato di 500 miliardi) per contrastare le conseguenze economiche della pandemia. La decisione sugli eurobond, come indicato nella lettera del presidente dell’Eurogruppo, è invece rimandata  al prossimo Consiglio Europeo.

    UNA RIUNIONE TRAVAGLIATA

    Ci sono voluti quasi tre giorni – fra sessioni tenute in videoconferenza, lunghe pause e colloqui bilaterali – per trovare un compromesso fra i 19 Ministri delle Finanze dell’eurozona. La riunione dell’Eurogruppo, cominciata ufficialmente martedì pomeriggio, si è conclusa nella serata di giovedì 9 aprile con la dichiarazione pubblica del Presidente, il portoghese Mario Centéno. I Ministri hanno faticato per trovare un accordo sulla risposta condivisa da dare all’emergenza economica scatenata dalla pandemia di COVID-19, che sta colpendo tutti gli Stati Membri dell’UE, ma in maniera particolare Italia, Francia e Spagna. Le prospettive per l’economia sono estremamente negative, al punto che le ultime stime ufficiali prevedono una recessione del PIL per il 2020 a livello dell’intera UE nell’ordine del 2,5%. Alcuni Paesi potrebbero però sperimentare una contrazione dell’economia ben più intensa, ad esempio il PIL in Italia e Germania potrebbe crollare addirittura del 10%. Sono stime parziali e soggette a continui cambiamenti (più durerà il lockdown/confinamento più l’economia rischia di contrarsi), ma che danno l’idea del fatto che stiamo per entrare in una crisi senza precedenti, di certo non paragonabile per tipologia a quella del 2009-2011.

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    Fig. 1 – Il Presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centéno

    COSA HA CONCLUSO L’EUROGRUPPO

    È bene innanzitutto ricordare che l’Eurogruppo è un format informale, il quale non può prendere decisioni, ma può invece effettuare raccomandazioni al Consiglio Europeo, il summit dei Capi di Stato e di Governo dell’UE, che ha il compito di esaminarle ed eventualmente validarle. La riunione di questa settimana ha portato all’elaborazione di una prima, parziale risposta alla crisi generata dalla pandemia con la mobilitazione di nuove risorse finanziarie pari ad un ammontare di 540 miliardi di euro. In particolare, come spiegato nella dichiarazione finale della riunione, le misure prevederanno:

    • La creazione di un fondo temporaneo denominato “SURE” (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) dotato di 100 miliardi che saranno concessi sotto forma di prestiti agli Stati membri per sostenere l’occupazione (in pratica, una sorta di “cassa integrazione” europea). Le risorse saranno attinte dal budget europeo;
    • La creazione di un nuovo fondo di garanzie bancarie da parte della Banca Europea degli Investimenti, del valore di 25 miliardi che potranno essere usati per sostenere fino a 200 miliardi di finanziamenti concessi alle PMI degli Stati Membri;
    • La creazione di una linea di credito diretta agli Stati denominata “Pandemic Crisis Support” pari al 2% del PIL dell’eurozona (circa 240 miliardi) e utilizzabile per fronteggiare le spese dirette e indirette dell’emergenza sanitaria. I fondi saranno collegati alla “cassaforte” del famoso (o famigerato) Meccanismo Europeo di Stabilità, originariamente preposto a sostenere gli Stati Membri con difficoltà finanziarie e di bilancio attraverso la concessione di prestiti condizionati all’adozione di rigide riforme macroeconomiche. È importante sottolineare che la richiesta di accedere a questi fondi speciali del MES rimarrà facoltativa e sarà libera da questo tipo di condizionalità.

    Non è invece chiusa la partita sugli Eurobond, ovvero titoli del debito pubblico emessi direttamente dall’UE e garantiti da tutti gli Stati membri dell’eurozona. Francia, Spagna e Italia sono in prima linea a chiedere l’adozione di tale strumento per garantire finanziamenti stabili, di lungo periodo (si parla di emissioni con scadenza a 25-30 anni) e ad altissimo rating (la solidità finanziaria dell’UE è superiore a quella dei singoli Stati Membri). Data la contrarietà dei Paesi Bassi e degli altri Paesi più rigoristi (in particolare Austria e Finlandia), e considerato l’atteggiamento incerto e ambiguo della Germania, si è deciso per il momento di proporre la creazione di un “Recovery Fund” che dovrebbe convogliare risorse per altri 500 miliardi e fornire risorse direttamente destinate alla ricostruzione economica. Tuttavia la decisione sulle modalità di reperimento dei fondi e di funzionamento di questo meccanismo sono state demandate al Consiglio Europeo che si svolgerà nelle prossime settimane.

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    Fig. 2 – Il Ministro delle Finanze Roberto Gualtieri

    L’ITALIA HA PERSO?

    Le reazioni dei partiti politici italiani non hanno tardato a farsi sentire. L’opposizione al Governo, guidata da Lega e Fratelli d’Italia, ha invocato subito la sfiducia al Ministro delle Finanze Gualtieri e denunciato l’“alto tradimento” perpetrato dal Governo Conte II contro il popolo italiano per aver “accettato di vincolare l’Italia alle condizioni da strozzini imposte dal MES”. Nulla di più falso. Come scritto nel paragrafo precedente, l’Italia non ha chiesto l’attivazione della propria linea di credito emergenziale, che ammonterebbe in teoria a circa 35 miliardi di euro e – lo ripetiamo – sarebbe scevra da condizionalità. Se non altro perché non è di certo l’Eurogruppo il forum adatto a prendere tali decisioni, e con queste tempistiche. Sia Gualtieri che Conte hanno ribadito che non è nell’interesse dell’Italia attingere a fondi MES, che il Governo italiano resta dunque fermo nel proprio rifiuto allo strumento, che potrebbe tuttavia essere valutato  come adeguato da altri Paesi europei per le proprie economie nazionali.

    Non possiamo però escludere a priori che tale opzione possa essere presa in considerazione più avanti, immaginando che il crollo del PIL porterà ad un grave deterioramento dei nostri parametri economici già piuttosto fragili (pensiamo che il debito pubblico potrebbe crescere dall’attuale 135% al 150% nel giro di un anno).

    L’Italia dunque non è uscita sconfitta, anche se non ha ottenuto tutto quello che chiedeva (e non era la sola a farlo), poiché la partita non è ancora conclusa, come ha detto Gualtieri. L’accordo dell’Eurogruppo ha portato all’adozione di nuove risorse, che andranno sommate alla flessibilità di bilancio già concessa dalla Commissione Europea e al prolungamento del Quantitative Easing da parte della Banca Centrale Europea che porterà nuova liquidità in circolazione per più di 700 miliardi. Non si può dunque accusare l’UE di mancanza di azione o di solidarietà. Tuttavia, il punto debole, almeno per l’aspetto comunicativo, di questo compromesso è quello di essere stato raggiunto sulla base di un rinvio del punto cruciale dell’intero pacchetto di misure, mettendo a nudo la mancanza di accordo tra Stati Membri che al momento appare ancora difficile da conciliare. Spetterà ai leader trovare le modalità più opportune per finanziare il Recovery Fund. Con o senza Eurobond, sarà una chiamata all’assunzione di responsabilità, ambizione e lungimiranza, per garantire all’UE di uscire – insieme e senza soluzioni individuali, destinate all’insuccesso – da questa terribile crisi.

    Davide Tentori

    Photo by Capri23auto is licensed under CC BY-NC-SA

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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