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    Dove va la Turchia?

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    La Turchia è oggi chiamata ad esprimersi, tramite referendum popolare, sulle modifiche alla Costituzione volute dal governo dell'AKP. Le modifiche vanno in due sensi: più spazio ai diritti civili, per venire incontro alle richieste di adeguamento dell'UE in vista di una possibile adesione; meno potere ai militari e più controllo della magistratura per quanto riguarda la politica interna. Il risultato darà un quadro del reale cambiamento -o meno- della società turca.

    IL REFERENDUM – La Turchia va alle urne. Non si tratta di un’elezione politica o parlamentare, ma poco ci manca. Anzi, si potrebbe quasi dire che in realtà la votazione di oggi sia molto di più. Si tratta del referendum costituzionale fortemente voluto dal governo in carica dell’AKP e dal suo Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan. Gli emendamenti alla Costituzione del 1982, in realtà, sarebbero dovuti passare già in Parlamento, ma il governo non è riuscito ad ottenere la maggioranza dei due terzi necessaria. Ciononostante, ha avuto tanti voti, quanti fossero sufficienti per far proclamare al Presidente della Repubblica Abdullah Gul un referendum popolare.

    Perché il referendum è tanto importante? Perché potrebbe andare a scalfire, per la prima volta nella vita repubblicana, il rapporto privilegiato che ha la classe militare con la politica. Classe militare che, della politica, pur ne è stata protagonista per tutti questi anni. A tal proposito, non è un caso che il giorno del referendum, appunto il 12 settembre, sia esattamente il trentesimo anniversario dell’ultimo colpo di Stato militare che ci fu nel Paese (o, per lo meno, l’ultimo effettuato manu militari, visto che nel 1997 vi fu un'altra grande ingerenza dell’Esercito nella politica, che portò alla caduta dell’allora governo presieduto da Necmettin Erbakan, seppur senza spargimento di sangue -il cosiddetto soft coup), da cui sarebbe poi nata l’attuale Costituzione.

    I CONTENUTI – Siamo arrivati alla resa dei conti e, tra stasera e domani, saremo in grado di sapere se la Turchia sarà un Paese più vicino agli standard di democratizzazione di tipo europeo o, piuttosto, ancora saldato ai vecchi ideali del kemalismo in tutto e per tutto. Qui sta la questione fondamentale, infatti. Si potrebbe a ragione affermare che oggi si consuma una vera e propria resa dei conti tra le due anime che, soprattutto da un quindicennio a questa parte, si contendono la maggioranza dei consensi non solo politici, ma anche sociali in senso più ampio. A voler andare più nello specifico, il popolo turco sarà chiamato a pronunciarsi circa i cambiamenti proposti riguardo al ruolo e alle modalità di selezione della Corte Costituzionale e del Consiglio supremo della Magistratura. In un Paese in cui la magistratura spesso è stata al fianco dei militari nel tentare di mantenere il sistema kemalista in cui l’Esercito avesse un peso sproporzionato all’interno dell’arena politica, toccare queste due istituzioni vorrebbe dire, in un certo senso, ripensare gli equilibri interni della stessa Turchia.

    Se il referendum passasse, per esempio, i membri della Corte Costituzionale passerebbero da 11 a 17, di cui tre verrebbero eletti direttamente dal Parlamento e 14 dal Presidente stesso e la durata massima sarebbe di 12 anni, mentre adesso vi è solo il limite di età a 65 anni. Si stabilisce che anche le cariche come il Presidente del Parlamento e i Capi di Stato Maggiore, sia generale che delle tre divisioni (Marina, Aeronautica ed Esercito), possano essere processati dalla Corte Costituzionale e da quella Suprema. Infine, per ciò che concerne la Corte Costituzionale, ci vorranno i due terzi dei voti favorevoli, e non più la maggioranza relativa, per poter mettere al bando un partito. Questo è un punto molto importante, se si pensa che due anni fa gli ambienti militari hanno tentato proprio la strada del ricorso alla Corte Costituzionale per mettere fuori gioco l’AKP; in quell’occasione la Corte si dichiarò contraria, ma solo dopo un serrato dibattito. Dal momento che nella storia della Turchia tutti i partiti di ispirazione islamica (ma anche curda) sono stati prima o poi messi al bando da tale organo, tale limitazione appare cruciale. Per ciò che concerne la giustizia militare, i tribunali militari potranno avere giurisdizione soltanto su alcuni reati militari, mentre, al contrario, i reati contro la sicurezza nazionale verrebbero giudicati esclusivamente da tribunali civili. I tribunali militari non potranno più, come ora, giudicare persone civili, se non in tempo di guerra.

    Accanto a questo tipo di riforme, vi è poi un pacchetto di emendamenti che riguarda i diritti civili e umani: bambini, anziani, disabili, vedove, orfani, invalidi e veterani vedranno garantiti maggiori diritti, così come stabilito dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Una parte è dedicata al diritto alla privacy dei singoli cittadini e si stabilisce che i dati personali vengano protetti e possano essere trattati solo previa autorizzazione (e, dunque, informazione agli interessati). Si stabiliscono maggiori libertà di movimento e residenza: un cittadino non potrà avare vincoli nella libertà di lasciare il proprio Paese, tranne decisioni della magistratura riguardanti casi in cui l’interessato sia sotto procedimento penale. Inoltre saranno maggiormente tutelati i bambini contro le violenze e, in ambito sociale, saranno concesse maggiori libertà di libera associazione e di sciopero.

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    I DUE SIGNIFICATI DELLE RIFORME – Le riforme hanno, dunque, due facce: una è rivolta all’esterno e in particolar modo all’UE e mira a sottolineare gli sforzi dell’attuale esecutivo turco in materia di diritti umani e civili. L’altra, e questa è quella che più infiamma il dibattito in Turchia, è rivolta all’interno e riguarda il futuro equilibrio di potere tra civili e militari, o meglio tra questa classe dirigente e la vecchia elite composta dai kemalisti. Quanto il popolo turco, dopo aver concesso all’AKP due vittorie schiaccianti alle scorse elezioni parlamentari del 2002 e del 2007, sarà disposto a concedere in materia di equilibri istituzionali, vale a dire in poche parole di ideali kemalisti, vale a dire, in ultimo, quegli ideali che comunque rappresentano la nascita e il cuore della Turchia stessa? Si tratta di una sfida non solo politica, ma di una sfida di modernizzazione e proiezione verso un Paese sicuramente più democratico -almeno nell’accezione europea del termine. Questo è il punto e, per questo, non è affatto scontato che i successi politici dell’AKP vengano automaticamente tradotti in consensi per queste modifiche che riguardano il sistema statale ed istituzionale stesso del Paese. Il risultato del referendum non ci dirà tanto se la Turchia sarà cambiata o no, ma se i Turchi sono cambiati e pronti a voltare pagina (nella foto in alto, sostenitori della campagna per il "sì", in turco "evet"). E’ lo stesso motivo per cui, a priori, non si può affermare che l’esito della votazione di oggi ci dirà quali saranno i risultati della prossime elezioni parlamentari, indette per il luglio del 2011.

    Dalle urne non dobbiamo attenderci un risultato che sappia semplicemente dirci chi vincerà le prossime elezioni e quali saranno i nuovi assetti politici del Paese, ma dobbiamo aspettarci un risultato che sappia dirci molto di più: dove andrà e cosa diventerà la Turchia, consapevoli del fatto che, male che va, rimarrà come è adesso. Bene che va, avrà fatto un ulteriore passo verso l’Europa, se Bruxelles vorrà accorgersene.

    Stefano Torelli

    redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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