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    Al Governo venezuelano non è piaciuto l’episodio della serie tv ‘Homeland’ che ritrae una Caracas violenta, sporca e senza speranza. La Torre di David rappresentata in tv esiste davvero, tra una difficilissima realtà sociale, esagerazioni narrative e consuete accuse di complotti.

     

    TORRE DI DAVID – Come qualsiasi fan di “Homeland sa bene, il terzo episodio della terza stagione della fortunata serie statunitense su terrorismo islamico e intelligence si svolge in larga parte a Caracas, capitale del Venezuela. In fuga dagli Stati Uniti, Nicholas Brody viene portato da un gruppo irregolare in un grattacielo di Caracas, teatro della puntata: “Homeland” ci mostra un palazzo in costruzione, dove i muri esterni non completati sono parzialmente sostituiti da mattoni instabili, abitato da poveri e governato dagli stessi banditi che hanno salvato Brody da una ferita infertagli da un non meglio precisato gruppo di colombiani. Le immagini della vita nel grattacielo sono decisamente forti: povera gente, droga, prostituzione, pedofilia, armi e violenza. Più che a Davide, si pensa facilmente a un girone infernale, da cui il protagonista può uscire solo attraverso l’eroina Esme. Non esattamente una cartolina promozionale di Caracas.

    Eppure, l’episodio non è stato girato nella capitale venezuelana: secondo il creatore della serie Alex Gansa «sarebbe stato troppo pericoloso». La torre utilizzata nell’episodio è in realtà un grattacielo in costruzione a Porto Rico, un Paese in grado di offrire un ambiente decisamente più accogliente per una troupe statunitense. All’interno sono stati realizzati i graffiti e murales pro-Chávez che sono poi andati in onda.

     

    DALLA FICTION ALLA REALTÀ – La Torre di David non è però un’invenzione: l’edificio esiste realmente, si trova a Caracas, e la sua storia ricorda a grandi linee quella narrata dalla serie tv. La costruzione di questo palazzo di 45 piani fu avviata nel 1990 per volere di David Brillembourg: la morte dell’investitore nel 1993 bloccò i lavori, e dopo la crisi finanziaria del 1994 il Governo venezuelano acquisì la proprietà dell’edificio, senza però terminarlo. Originariamente concepito come sede per banche e uffici, dal 2007 la struttura è stata occupata da numerose famiglie senza fissa dimora, che con il tempo sono riuscite a sviluppare alcuni servizi di base: elettricità, acqua corrente, negozi e medici. Il Governo ha sostanzialmente lasciato fare, senza sgomberare l’edificio come chiedevano alcuni esponenti dell’opposizione, ma evitando al contempo di metterlo in sicurezza. Lo stesso Chávez nel 2011 aveva invitato i senza casa a prendere possesso degli stabili sfitti della capitale.

    Oggi, oltre 3.000 persone abitano nella Torre sotto la leadership di Alexander “El Niño” Daza, un ex carcerato «rinato in Cristo» in prigione e convertitosi all’evangelismo. El Niño, genuino supporter del defunto presidente Hugo Chávez, è una buona rappresentazione della polarizzazione e delle due facce del Venezuela moderno: per alcuni un “malandro“, un bandito violento che taglieggia gli abitanti della Torre con richieste di affitto esose e applica le dure leggi delle carceri venezuelane, per altri il leader religioso e politico della comunità, che si adopera per migliorare le condizioni di vita degli abitanti, coltiva contatti con le Autorità e mantiene l’ordine. “Homeland” ha deciso di accentuare il Niño malandro, presentandolo come un bandito alla guida di un gruppo armato che controlla la torre in punta di fucile.

     

    La "Torre di David" a Caracas
    La Torre di David a Caracas

    LA PROTESTA GOVERNATIVA – Ovviamente l’immagine di una Caracas povera, violenta e drogata non è piaciuta al Governo venezuelano e ai suoi supporter: sul sito web della tv di proprietà statale “Venezolana de Television” appare un articolo che critica duramente la puntata di “Homeland”. Secondo gli autori, l’episodio presenta una visione distorta e parziale del Venezuela: a differenza delle ambientazioni in altre città, delle quali vengono mostrati i luoghi simbolici, nel caso di “Homeland” Brody passa direttamente dalla spiaggia di Catia La Mar alla Torre di David. Viene criticata anche la storia della struttura, che non riporta alcuna data e può indurre lo spettatore a pensare che la crisi economica che ne interruppe la costruzione sia responsabilità del Governo chavista.

    La critica non si ferma qui, ma allarga l’obiettivo attaccando l’intera serie, responsabile di fornire un’immagine distorta dei musulmani praticanti: secondo Peter Beaumont del “Guardian”, citato nell’articolo venezuelano, la serie rilancia l’idea per cui, per quanto gli islamici possano sembrare felici e ben integrati nella realtà occidentale, essi sono tutti potenziali terroristi.

    L’articolo termina con un classico del panorama venezuelano recente: la denuncia del complotto. Viene infatti riportato un articolo del quotidiano spagnolo “El Pais” del 20 settembre, che rivela come l’intera troupe della serie avesse recentemente visitato la sede della CIA in Virginia, partecipando anche a una riunione di alto livello con il direttore John Brennan. A questo punto il complotto è svelato: la presenza del Venezuela in una serie tv appoggiata dalla CIA e dal Presidente Obama è forse «una specie di preparazione perché il popolo statunitense giustifichi ogni aggressione al nostro Paese, o ogni appoggio alla destra venezuelana?».

    Complotti a parte, la cartolina di Caracas offertaci da “Homeland” è obiettivamente a tinte troppo scure e disperanti rispetto alla realtà: pur non essendo un luogo di villeggiatura e presentando anzi problemi notevoli, la capitale non è (solamente) quel girone infernale andato in onda in prima serata. D’altra parte, ai fini della narrazione questo serviva: un abisso di dannazione in cui il protagonista si sentisse intrappolato. E, si sa, la fiction non deve sempre rispettare la realtà, come qualsiasi fan di “Homeland” sa bene: nella serie è la CIA a occuparsi di sventare attentati interni, e non l’FBI, mentre un’agente con disturbi bipolari mantiene un ruolo di primo piano nell’antiterrorismo. La protesta di Caracas appare comunque comprensibile, anche considerando l’immagine negativa del Paese frequentemente offerta dall’informazione e dalla produzione culturale statunitensi.

    Per la cronaca: tra l’altro neanche i fan della serie (compreso chi scrive) sembrano aver apprezzato particolarmente l’episodio, definito da più parti come il peggiore nell’arco di tre stagioni di messa in onda.

    Francesco Gattiglio

    Francesco Gattiglio
    Francesco Gattiglio

    Nato nel 1984 sulle rive del Golfo di Follonica, dopo la laurea in Relazioni Internazionali all’Università di Firenze vaga tra Gran Bretagna, Portogallo e America Latina, dove non si fa sfuggire un tour dei peggiori bar di Caracas. Localizzato momentaneamente a Bruxelles in attesa di prossima destinazione, si interessa di America Latina, politiche economiche, energia e ambiente.

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