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    Quale politica estera per Biden? – Prima parte

    In breve

    • Biden ha una lunga carriera anche in politica estera e porta avanti le posizioni “classiche” del suo Partito.
    • La Cina rappresenta il tema principale del suo programma di politica estera, da cui emerge la volontà di affrontarla con decisione, ma anche in un quadro multilaterale.
    • Questo va però calato nell’attuale campagna elettorale, dove il tema Cina svetta per importanza, anche per ragioni interne.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsiVediamo qui il programma di politica estera di Joe Biden, candidato democratico alla Casa Bianca. In questa prima parte, analizzeremo le sue posizioni sulla Cina e, più in generale, la sua impostazione di fondo sulla politica estera.

    1. UN ESTABLISHMENT DEMOCRAT

    La Covid-19 e le proteste hanno lasciato poco spazio alla politica estera nel dibattito pubblico statunitense, scarsamente considerata anche durante le primarie democratiche. È però il momento di portare l’attenzione sulle posizioni di Biden in materia, soprattutto quando la corsa per la Presidenza si intensificherà. Bisogna premettere che la politica estera è probabilmente l’ambito dove c’è la maggior distanza tra le azioni di un Presidente e le sue parole in campagna elettorale. Nondimeno, è possibile farsi un’idea di quale sarebbe l’impostazione di un’Amministrazione Biden, considerando sia il suo programma elettorale, sia il suo passato in politica. Nel riflettere sulle sue proposte bisogna tenere conto di alcuni aspetti. Innanzitutto, anche per la politica estera, Biden è a tutti gli effetti un establishment democrat, inquadrabile come liberal internazionalista: crede fermamente nell’eccezionalismo americano e che gli USA debbano avere ruolo attivo nel mondo (contrapponendosi quindi all‘America first), sia sul piano delle azioni che nei valori. Non a caso il suo programma si intitola “Why America Must Lead Again“. In secondo luogo, Biden ha una carriera lunghissima, che lo ha anche visto per molti anni membro della Commissione Esteri del Senato. Questo vuol dire che si è pronunciato su questioni che ora sono molto controverse (ad esempio votò a favore della guerra in Iraq), il che lo rende vulnerabile ai suoi avversari (questo vale anche in politica interna, naturalmente). Infine, l’ex vicepresidente si trova in una situazione delicata: deve proporre una politica estera adeguata per i tempi, tenendo conto anche dei segni lasciati da Trump, difendendo al contempo gli otto anni di Governo con Obama

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    Fig. 1 – Biden è stato Presidente della Commissione Esteri del Senato dal 2001 al 2003 e poi dal 2007 al 2009

    2. LA SFIDA CINESE

    Leggendo il suo programma di politica estera, la Cina emerge come tema principale. Viene indicata come la maggiore sfida per Washington, da affrontare sia difendendo il primato tecnologico statunitense sia opponendosi alle pratiche commerciali illecite cinesi. In contrasto con Trump, però, Biden afferma la necessità di collaborare con gli alleati europei e asiatici, rimproverando al Presidente di averne ridotto la coesione con i suoi dazi. Biden vuole quindi giocare la partita in un contesto multilaterale, evidenziando anche che gli USA, cooperando gli alleati, avrebbero l’occasione di riscrivere le regole dell’OMC e indurre Pechino a conformarsi (a esse). Biden ha poi affermato di voler rientrare nel TPP, pur vincolandolo ad alcune revisioni. Il trattato commerciale era stato costruito da Obama proprio riunendo i partner asiatici per meglio fronteggiare la Cina, sia sul piano economico che strategico. È appunto una di quelle questioni potenzialmente delicate per Biden, il bilanciamento tra una politica estera adeguata ai tempi e la difesa delle eredità di Obama: il TPP era divenuto estremamente impopolare all’opinione pubblica statunitense, osteggiato da Trump e sfiduciato dalla stessa Clinton nel 2016.

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    Fig. 2 – Biden ha di recente inasprito le sue posizioni verso la Cina.

    3. CINA AL CENTRO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

    È quindi opportuno riflettere andando al di là di quanto scritto su un programma elettorale. Innanzitutto, in passato, l’ex vicepresidente aveva parlato della Cina con toni ben più miti: era un sostenitore della engagement policy degli anni Novanta, tanto che approvò l’ingresso di Pechino nell’OMC nel 2001, e solo l’anno scorso dichiarava che la Cina non rappresentava una vera sfida. Ora le cose sono ben diverse: l’antipatia verso Pechino è una delle poche cose bipartisan e i due contendenti alla Casa Bianca fanno a gara su chi si mostra più duro, complice anche la crisi Covid-19, accusandosi di non essere adatti ad affrontare la sfida cinese. Trump fa leva sulle dichiarazioni passate di Biden, quest’ultimo critica il Presidente per avere inizialmente elogiato le reazioni di Pechino alla pandemia. Per concludere, Biden sta ora cercando di aggiustare il tiro, formulando un programma che stia più al passo con il contesto internazionale e con il sentimento popolare, tenendo però conto che Trump aveva fatto di certe cose un cavallo di battaglia prima dei democratici. Inoltre, alla durezza verso la Cina, Biden accompagna un’opinione sulla globalizzazione molto più critica che in passato, lamentando danni alla classe media e ai posti di lavoro nazionali. Si fa quindi sentire, quantomeno indirettamente, l’influenza di Trump, che con la sua retorica ha aperto una strada che è ora difficile ripercorrere in senso opposto. In tutto questo c’è quindi il rischio che le proposte di politica estera di entrambi i candidati poggino, almeno in questa fase, su interessi di politica domestica piuttosto che su esigenze strategiche. 

    Antonio Pilati

    Immagine di copertina: “Joe Biden Rally at Hiatt Middle School” by Phil Roeder is licensed under CC BY

    Antonio Pilati
    Antonio Pilati

    Da Brescia, classe 1995, laureato in relazioni internazionali. Amo da sempre la storia e la geografia, orientandomi soprattutto sugli Stati Uniti. Sono inoltre appassionato di calcio, videogiochi strategici e viaggi, che adoro preparare con la massima precisione.

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