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    Quale politica estera per Biden? – Seconda parte

    In breve

    • Biden manifesta posizioni da democratico “classico”, differenziandosi non solo da Trump, ma anche dalla sinistra del Partito.
    • L’ex vicepresidente riprende certe eredità dell’Amministrazione Obama, ma propone anche una politica estera adeguata ai tempi.
    • Vediamo qui le sue posizioni su Medio Oriente, Russia, Corea del Nord e multilateralismo.

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    Puoi leggerlo in 4 min.

    In 3 sorsi – Vediamo in questa seconda parte le posizioni di Biden sugli altri dossier internazionali, mettendo in luce le differenze non solo con Trump, ma anche con la sinistra dem.

    1. MEDIO ORIENTE

    Come detto nella prima parte dell’analisi, Biden porta avanti le posizioni classiche del suo Partito ed è identificabile come un liberal internazionalista. Questo lo si vede, ad esempio, nelle sue posizioni storicamente pro-Israele e atlantiste, nella linea muscolare che propone nella gestione di alcune sfide internazionali o nella sua contrarietà a ridurre significativamente il budget per la Difesa. Se Biden ha dovuto cedere terreno alla sinistra del Partito su questioni di politica interna, questo non è accaduto sulla politica estera. Riguardo al Medio Oriente Biden riprende elementi dell’approccio di Obama: afferma di voler finire le “forever wars”, a cominciare dal ritiro dall’Afghanistan, e intende proseguire gli attacchi con droni contro il terrorismo internazionale. In generale continuerebbe con lo spostamento delle attenzioni di Washington verso l’Indo-Pacifico, tendenza presente non solo in Obama, ma anche in Trump. Biden conferma poi il suo storico appoggio a Israele, rifiutando di imporre condizionalità sugli aiuti militari e promettendo addirittura di non riportare a Tel Aviv l’Ambasciata statunitense. Tuttavia ribadisce il suo sostegno alla Two-State solution, si oppone all’annessione di parte della Cisgiordania e intende riprendere gli aiuti alla Palestina. Quanto all’Iran, da un lato Biden manifesta posizioni dure, definendolo finanziatore del terrorismo e minaccia diretta agli interessi statunitensi. Dall’altro propone di rientrare nell’Iran Deal, a patto che Teheran torni a rispettarne le disposizioni, sostenendo che l’accordo rappresenti tuttora il modo migliore per impedire che il Paesi si doti di armi nucleari. Naturalmente l’ex vicepresidente si trova qui in una posizione complessa. L’Iran Deal era forse la maggiore eredità in politica estera di Obama. Biden non la può sconfessare, ma deve anche proporre una linea adeguata alle attuali esigenze degli USA, in reazione quindi all’assertività iraniana. Se riguardo all’Iran e a Israele può esserci qualche punto in comune con l’attuale Presidenza, Biden è in forte antitesi con Trump nell’approccio con l’Arabia Saudita. Il candidato democratico vuole infatti interrompere sia la vendita di armi a Riyad, sia il sostegno ai sauditi nella guerra in Yemen. Ha addirittura dichiarato che, se diventasse Presidente, tratterebbe l’Arabia Saudita da paria. In sostanza, un’Amministrazione Biden tenterebbe di tenere sotto controllo le ambizioni dei principali attori della regione.

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    Fig. 1 – Biden è storicamente pro-Israele, differenziandosi in questo dall’ala più progressista del Partito

    2. RUSSIA, COREA, MULTILATERALISMO

    Nella sua lunga carriera Biden non ha mai nascosto la propria ostilità verso la Russia. Non bisogna dimenticare che si è formato in un contesto di Guerra fredda, da cui può derivare il “ritardo” nell’aggiornarsi dalla sfida russa a quella cinese. Biden intende dunque confermare le sanzioni, rafforzare gli aiuti militari all’Ucraina e vincolare la riammissione di Mosca al G7 in cambio della restituzione della Crimea. L’ex vicepresidente si distacca poi dalla retorica di Trump per il suo storico sostegno alla NATO. Nondimeno intende continuare il dialogo sul controllo degli armamenti, a cominciare dall’estensione del New START. Biden manifesta una postura muscolare anche verso la Corea del Nord, non escludendo un attacco preventivo in caso Pyongyang fosse in procinto di colpire. Rifiuta inoltre incontri personali con Kim Jong Un, a meno di concreti passi avanti, pur volendo utilizzare la diplomazia per puntare alla completa denuclearizzazione del Paese. Guardando più in generale, Biden promette un ritorno degli USA a Istituzioni e accordi multilaterali (in primis l’accordo di Parigi): è questa impostazione di nuovo engagement, almeno nelle intenzioni, uno dei maggiori punti di distacco con Trump, che l’ex vicepresidente accusa di avere minato la credibilità internazionale degli USA. Riepilogando, Biden sta certamente correndo come un restorationist, in contrapposizione all’ala sinistra del Partito e ovviamente a Trump, ma sta anche cercando di modernizzare la sua politica estera rispetto alle attuali esigenze degli Stati Uniti e al riallineamento dell’opinione pubblica in senso più “isolazionista”. 

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    Fig. 2 – Biden ha recentemente lanciato il suo piano economico, come sfida all’America First

    3. I DEMOCRATS 2021: RESTAURAZIONE E INNOVAZIONE

    C’è un nuovo elemento da tenere in considerazione, evidenziato da Thomas Wright di Brookings: i cosiddetti Democrats 2021, un gruppo informale, in parte inserito nel comitato di Biden, la cui idea è che il Partito deve aggiornare la sua politica estera alle sfide dell’attualità, come quelle poste dalla Cina e dalla Russia, ma anche dallo scontento economico all’interno del Paese. Pongono quindi meno enfasi sull’ordine liberale internazionale e hanno una visione del mondo più di tipo competitivo e geopolitico. Prendono spunto dalle “innovazioni” di Trump, indicando la possibilità di giocare in maniera più attiva la partita internazionale, considerando che non erano accadute le catastrofi paventate quando il Presidente aveva fornito “lethal aid” all’Ucraina o quando aveva colpito il regime di Assad con due attacchi missilistici, o ancora con i dazi contro Pechino o con le pressioni sugli europei sulle spese militari. Secondo i Democrats 2021, “l’ex vicepresidente rappresenta l’ultima chance per l’establishment per cambiare la politica estera USA in modo che sia meglio allineata con il modo in cui gli statunitensi vedono il mondo”. Le nuove posizioni di Biden sulla globalizzazione riflettono questa tendenza, come confermato dal piano economico che ha di recente lanciato, contenente diversi elementi di nazionalismo economico (lo slogan è “Buy American”). Quella dei Democrats 2021 rappresenta dunque una buona chiave di lettura per capire alcuni aspetti del programma di Biden, il quale si trova nella situazione di dover difendere l’eredità di Obama, ma anche proporre una politica estera al passo coi tempi. Da ciò deriva questa dialettica tra elementi di “restaurazione” e “innovazione”

    Antonio Pilati

    Immagine di copertina: “Joe Biden” by Gage Skidmore is licensed under CC BY-SA

    Antonio Pilati
    Antonio Pilati

    Da Brescia, classe 1995, laureato in relazioni internazionali. Amo da sempre la storia e la geografia, orientandomi soprattutto sugli Stati Uniti. Sono inoltre appassionato di calcio, videogiochi strategici e viaggi, che adoro preparare con la massima precisione.

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