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    Il Libano sopravviverà a questa crisi?

    In breve

    • Il crollo dell’economia libanese sembra inarrestabile. Inflazione e disoccupazione hanno fatto sprofondare metà della popolazione in povertà.
    • Le radici della crisi vanno trovate in un sistema bancario che finanziava debito pubblico e deficit commerciale con i soldi dei correntisti. L’anno scorso la bolla è esplosa.
    • Il piano di austerity delineato dal Primo Ministro Hassan Diab punta ad attrarre un prestito del Fondo Monetario Internazionale, che tuttavia esprime diverse perplessità.
    • Le proteste di piazza, le posizioni di Hezbollah e l’ostilità americana a quest’ultimo giocano tutte a sfavore del piano Diab. Senza un passo indietro di Hezbollah, la spirale economica potrebbe essere affiancata da quella militare.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Analisi – Il Libano affronta la più grave crisi economica della sua storia con un sistema bancario al collasso. Povertà, disoccupazione ed inflazione non si arrestano, così come le proteste anti-establishment. Un piano di austerity è stato proposto per ottenere un prestito dal Fondo Monetario Internazionale, ma tensioni interne ed esterne, soprattutto tra USA ed Hezbollah, rischiano di minare qualsiasi ipotesi di salvataggio.

    DENTRO IL BARATRO

    L’eco delle esplosioni ancora riecheggia per le vie di Beirut. A migliaia tra feriti e soccorritori si sono riversati nelle strade dopo la deflagrazione del deposito di fertilizzanti nel porto della capitale. Chi ha vissuto gli anni della guerra civile rivede la distruzione di un tempo. Chi è più giovane stenta a credere a ciò che è accaduto. Ma dire che le esplosioni di martedì 4 agosto non potevano arrivare in un momento peggiore è un eufemismo. La crisi economica che attanaglia il Paese non ha precedenti nella storia della regione. Ciò che era iniziato l’autunno scorso sotto forma di dissesto finanziario si è trasformato rapidamente in una crisi economico-inflazionistica che rischia di portare lo Stato libanese alla bancarotta. In una situazione già critica il coronavirus ha dato il colpo di grazia al Paese. Il lockdown è stato imposto da metà marzo fino a giugno e ha contenuto efficacemente la diffusione del virus, con 2.775 casi e 40 morti accertati al 18 luglio. Ciononostante il blocco delle attività economiche ha portato la disoccupazione, già consistente prima della crisi, a tassi del 30% il mese scorso. L’inflazione corre a ritmi insostenibili (56% a maggio) dopo che la lira libanese ha perso l’80% del suo valore. La lira svalutata ha fatto impennare i costi delle importazioni moltiplicando i prezzi dei prodotti alimentari, che il Libano acquista dall’estero per circa l’80% del suo fabbisogno. Di conseguenza la povertà è salita vertiginosamente al punto da interessare oggi un libanese su due. Due recenti casi di suicidio hanno scosso gli animi del Paese. L’impatto delle crisi economica e sanitaria si è avvertito ancora più pesantemente tra le comunità di rifugiati siriani e palestinesi, le quali già affrontano condizioni di povertà e difficoltà di accesso al sistema sanitario libanese. Con la fine del lockdown sono riprese le proteste di piazza. Thaura (“rivoluzione”) è tornata ad essere la parola d’ordine per migliaia di giovani libanesi che già l’autunno scorso erano scesi in strada per manifestare contro un sistema politico dalla natura confessionale e clientelare, sotto accusa per la corruzione e la mala-gestione del Paese. Ora la rabbia dei manifestanti si dirige anche al crollo dell’economia e all’aumento della povertà, fenomeni ai quali la classe politica non sembra capace di rispondere.

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    Fig. 1 Un uomo raccoglie oggetti da un bidone dell’immondizia a Tripoli, la città più povera del Libano, 12 dicembre 2019

    LE ORIGINI DELLA CRISI

    La debolezza del settore agricolo e industriale ha fatto sì che il “Paese dei cedri” accumulasse un pesante deficit della bilancia commerciale e un alto debito pubblico (il terzo al mondo in rapporto al PIL). Il sistema bancario libanese ha favorito questi due deficit per anni tramite una politica di alti tassi d’interesse. Gli interessi infatti garantivano lauti guadagni sui depositi bancari, attirando così capitali in dollari, soprattutto dall’estero. Questi dollari venivano poi utilizzati per acquistare titoli di Stato, offerti dalla Banca centrale con interessi ancora più alti, oltre il 10% annuo. Per fare un confronto, se parlassimo in termini di spread con i Bund tedeschi saremmo oltre i 1.000 punti. Infine, lo Stato utilizzava la valuta forte così ottenuta per finanziare una spesa pubblica di natura clientelistica e, ancora più importante, per pagare le importazioni da cui il Libano dipende. Questa bolla è stata favorita anche dalla presenza di alcuni politici nei CDA delle banche libanesi, politici contro i quali si scagliano oggi le manifestazioni. Il sistema ha fatto cortocircuito tra settembre e ottobre scorsi, quando le proteste popolari e l’alto debito pubblico hanno minato la fiducia dei correntisti delle banche libanesi. Da lì è partita una corsa al ritiro di dollari che ha prosciugato le banche di $25 miliardi nel 2019 e $5,7 miliardi nei primi due mesi dell’anno. Senza valuta forte il sistema libanese non ha retto, non potendo più rifinanziare l’ingente debito pubblico e pagare le importazioni. La conseguenza finale: il crollo della lira libanese.

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    Fig. 2 – Agenti anti-sommossa schierati davanti alla Banca centrale del Libano, 11 novembre 2019

    BAILOUT PLAN

    Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha previsto una contrazione del PIL per il 2020 del -12%. Gli effetti di questo crollo sommati alla crisi bancaria hanno portato il Governo a dichiarare il primo default a marzo su un prestito di €1,2 miliardi concesso dall’Unione Europea. Ad oggi il tesoro libanese è scoperto per circa $90 miliardi. Date le condizioni, il Primo Ministro Diab, giunto al Governo con credenziali da tecnico, ha annunciato a fine aprile un pacchetto di riforme per rispondere alla crisi. Il piano prevede un aumento mirato di tasse, una riforma del settore dell’energia e, soprattutto, un taglio all’enorme spesa per stipendi, che grava sullo Stato per via della politica di distribuzione di posti pubblici in cambio di consenso politico. Il piano promette anche una seria lotta alla corruzione. Quest’ultima rischia di essere implementata in maniera selettiva, andando a colpire solo gli avversari di Hezbollah. Diab non ha fatto mistero dell’obiettivo del suo piano di austerity: ottenere un prestito da FMI e altri donatori internazionali. I negoziati con il Fondo sono in corso da mesi, ma recentemente si sono arenati sui numeri reali della crisi, che Beirut è restia a rivelare. Un’altra richiesta del FMI è che il piano ottenga il consenso di tutti gli attori politici principali, incluso quindi il partito sunnita dell’ex Primo Ministro Sa’ad Hariri. Infine, il Libano ha una lunga storia di riforme annunciate e mai implementate che spinge l’FMI a temporeggiare.

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    Fig. 3 – Il premier libanese Hassan Diab (a sinistra) assieme al Mufti di Beirut (a destra), 24 maggio 2020

    TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

    Gli ostacoli non mancano sulla strada del Primo Ministro Diab. Il primo, e forse il più ovvio, è la piazza. Le proteste anti-establishment erano nate anche dal deterioramento dei servizi pubblici e difficilmente i manifestanti potevano accogliere un piano di austerity. Nella Piazza dei Martiri di Beirut, luogo simbolo della protesta libanese, sono ricominciati anche gli scontri dei manifestanti con la polizia e i militanti di Hezbollah, i quali ritengono ci sia la longa manus di Washington dietro le proteste. A loro volta i dimostranti denunciano il possesso di armi da parte di Hezbollah e ne chiedono il disarmo. Un altro grattacapo per Diab è appunto Hezbollah. I parlamentari di Hezbollah sono infatti i principali sostenitori dell’attuale esecutivo di emergenza del premier Hassan Diab, appoggiato anche da Amal, la seconda fazione sciita, e dal Partito Patriottico Libero, principale gruppo cristiano maronita. Da un lato il suo leader, Hassan Nasrallah, si è detto critico verso qualsiasi intervento del FMI. Dall’altro Hezbollah è nel mirino dell’Amministrazione Trump per il suo legame diretto con l’Iran. L’ostilità americana nei confronti di un esecutivo retto dal “Partito di Dio” potrebbe dunque ostacolare il supporto finanziario da parte del FMI. A ciò si aggiunge il Caesar Act, il nuovo pacchetto di sanzioni statunitensi contro il regime siriano e i suoi alleati. Questo potrebbe presto investire i membri di Hezbollah e complicare qualsiasi attività economica o istituzionale che li coinvolga. Il problema diventa particolarmente rilevante, dal momento che Hezbollah è presente nei gangli vitali dell’amministrazione pubblica libanese, una strategia che fino ad ora lo ha risparmiato da azioni straniere ostili. Perciò l’accesso a qualsiasi forma di sostegno finanziario internazionale sarà legato, in maniera più o meno indiretta, ad un ritiro di Hezbollah dall’apparato statale. Se ciò non dovesse avvenire e il Libano dovesse sprofondare nel baratro, una nuova ondata di violenza su larga scala si profilerebbe all’orizzonte in un Paese con una lunga storia di conflitti civili.

    Corrado Cok

    Immagine di copertina: “The Old Days” by Mohamad Cherry is licensed under CC BY-ND

    Corrado Cok
    Corrado Cok

    Spirito mittleuropeo e cuore mediterraneo, con una triennale in diplomazia ed un master in risoluzione dei conflitti del King’s College. Dopo Rabat e Parigi, ho lavorato per un anno a Bruxelles nel settore dell’advocacy su questioni legate a conflitti e processi di pace. Ora ho iniziato a fare esperienza sul campo tramite un progetto umanitario in Gibuti. Le aree del mondo di cui sono appassionato sono Medio Oriente, Nord Africa e, da qualche tempo, anche Africa occidentale ed orientale.

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