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    Timide riforme e decise violazioni: i diritti umani in Arabia Saudita – Seconda Parte

    In breve

    • Nella prima parte di questa analisi abbiamo iniziato a trattare la condizione dei diritti umani in Arabia Saudita, in particolare delle donne. Tuttavia ogni opinione o pratica divergente è oggetto di discriminazione e repressione, dagli attivisti per i diritti umani alla minoranza sciita.
    • La pena di morte continua a essere estensivamente praticata, con un record di 184 esecuzioni nel 2019.
    • Il caso Kashoggi, di cui Mohammad bin Salman si è assunto la piena responsabilità, ha rappresentato una grave violazione del diritto alla vita sotto gli occhi di tutta la comunità internazionale.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Analisi – Nonostante le sensazionalistiche riforme e aperture avanzate e pubblicizzate dal giovane principe ereditario Muhammad Bin Salman, l’Arabia Saudita continua a essere teatro di numerosissime violazioni dei diritti umani, senza che alcun tipo di dissenso possa andare in scena.

    AL BANDO OGNI DISSENSO E DEVIANZA

    Nella prima parte vi abbiamo parlato del prezzo che le donne saudite che hanno combattuto per i propri diritti sono state costrette a pagare, in un regime in cui i cambiamenti sono imposti dall’alto e la tolleranza per le voci di dissenso è poca.
    Stessa sorte di queste donne hanno subito numerosi attivisti e giornalisti e in generale tutti coloro che osano esprimere opinioni divergenti da quelle portate avanti dal regime, nella vita reale o virtuale. Anche la rete è infatti strettamente sorvegliata alla caccia di ogni forma di dissenso, in osservanza della legge anti cyber-crime promulgata nel 2007 e fortemente lesiva della libertà di espressione dei cittadini.
    A giocare un ruolo di prima importanza in queste dinamiche repressive è la Specialized Criminal Court (SCC): creata nel 2008 per processare gli imputati accusati di terrorismo, oggi questa Corte rappresenta anche l’Istituzione nella quale si emettono le condanne di personalità considerate, in diversa misura, pericolose o scomode per il regime. In particolare i dissidenti sono qui processati in accordo con la legge anti-terrorismo, le cui maglie estremamente ampie ben si prestano alla condanna di profili tra loro estremamente diversi, anche in assenza di qualsivoglia connessione con gli atti terroristici. Secondo Amnesty International, la SCC rappresenterebbe una “weapon of repression for the government”, data la totale mancanza di rispetto dei diritti umani degli imputati, spesso processati senza il ricorso a un avvocato, sottoposti a tortura – e questo nonostante Mohammad bin Salman (MBS) abbia pubblicamente dichiarato che non c’è alcun spazio per la tortura nell’Islam – e in alcuni casi condannati a morte sulla base di accuse estorte con la violenza e l’intimidazione. D’altra parte, la tortura rimane a sua volta anche una pena passibile di applicazione per i detenuti sauditi, nella forma dell’amputazione degli arti in seguito ad accuse di furto o di frustate, il cui ricorso è stato in alcuni casi bandito da una recente riforma della giustizia.
    A comparire spesso in giudizio davanti alla SCC troviamo esponenti della comunità sciita, che costituisce più del 10% dei cittadini sauditi e vive per la maggior parte nella parte orientale del Paese. La minoranza sciita locale ha un rapporto storicamente critico con la monarchia, e subisce pesanti discriminazioni in materia di accesso ai servizi, impiego e libertà di culto. Se nessun’altra religione è riconosciuta in Arabia Saudita al di fuori dell’Islam, anche lo sciismo è infatti sottoposto a severissime limitazioni, in quanto deviante dal sunnismo di scuola hanbalita che rappresenta la dottrina del Regno, e questo nonostante una timidissima apertura verso la comunità sciita promossa da MBS nel 2018 – talmente timida da non rimuovere nemmeno tutti i riferimenti discriminatori verso gli sciiti presenti nei testi di istruzione.

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    Fig.1- La moschea di Hasan Anani a Jeddah, gennaio 2020

    LA MADRE DI TUTTI I DIRITTI: IL DIRITTO ALLA VITA

    Questo resoconto si chiude con un accenno a una delle più problematiche violazioni dei diritti umani perpetuate da Riyadh: la violazione del diritto alla vita dei propri cittadini, operata tramite il massiccio ricorso alla pena di morte. Nel 2019 è stato registrato un numero record di 184 esecuzioni, il che rende l’Arabia Saudita il terzo Paese al mondo dopo Cina e Iran.
    Se la maggior parte di questi condannati, dei quali più della metà era straniera, si è macchiata di crimini legati alla droga, molti tra loro erano invece membri della comunità sciita, accusati di terrorismo dalla sopracitata SCC: solo nell’aprile 2019, 32 uomini sciiti sono stati uccisi in quella che è sembrata a molti una vera e propria esecuzione di massa. Le ONG internazionali hanno peraltro a più riprese denunciato questo accanimento politico contro la minoranza sciita, i cui continui arresti e condanne a morte sono motivati nella retorica del regime dalla sicurezza nazionale.
    La pena di morte rimane inoltre un’opzione anche per i crimini commessi da minori, misura solo parzialmente sollevata da una riforma dell’aprile 2020.

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    Fig.2- King Fahad boulevard, Riyadh, 21 giugno 2020

    IL CASO KASHOGGI

    Rientra infine nel discorso sulle violazioni del diritto alla vita anche il trattamento di cui è stato vittima il giornalista dissidente saudita Jamal Kashoggi, brutalmente ucciso nell’ottobre 2018 nell’ambasciata saudita di Istanbul. Il seguito di questo sconcertante caso – per cui MBS ha dichiarato di assumersi “piena responsabilità” in quanto commesso da agenti del Governo saudita, nonostante egli fosse totalmente all’oscuro dell’accaduto – è stato trattato con grandissimo riserbo in Arabia Saudita: un processo a porte chiuse tenutosi a dicembre 2019 è risultato in otto condanne, di cui cinque alla pena capitale, e nel rilascio di alcune personalità particolarmente influenti.
    D’altro canto, i venti cittadini sauditi citati in giudizio in Turchia per l’omicidio, invece, non erano presenti in aula all’inizio di luglio 2020, perché Riyadh ne avrebbe rifiutato l’estradizione. Il caso Khashoggi è stato senza dubbio un campanello di allarme che ha allertato la comunità internazionale sulle reali condizioni vigenti in Arabia Saudita, al di là dall’apertura dei siti turistici, delle donne al volante e dei concerti pop di Mariah Carey.

    Lorena Stella Martini

    Immagine di copertina: Photo by Kaufdex is licensed under CC BY-NC-SA

    Lorena Stella Martini
    Lorena Stella Martini

    Sono nata a Milano nel 1993. Da sempre appassionata di lingue straniere, un viaggio in Tunisia da ragazzina ha acceso in me una prima curiosità verso il mondo arabo. Quando ho scelto di intraprendere un corso di laurea triennale in Scienze Linguistiche applicate alle Relazioni Internazionali, lo studio della lingua araba mi è subito sembrato l’opzione più in linea con i miei interessi. Ho proseguito i miei studi con un Master in Middle Eastern Studies, conseguito con una tesi sull’Iraq contemporaneo e la tentata transizione democratica post 2003. Dopo aver collaborato con due ONG, un’organizzazione governativa tunisina e l’Osservatorio MENA di ISPI, ho deciso di completare la mia formazione con un doppio titolo magistrale italo-marocchino in Analyse Comparée des Sociétés Mediterranéennes presso l’Università di Torino e l’Université Mohammed VI Polytechnique.

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