utenti ip tracking
mercoledì 2 Dicembre 2020
More

    Speciale COVID-19

    Il secondo lockdown e la frenata dell’economia francese

    In 3 sorsi - L’economia francese, già fortemente provata, vede stime...

    Che cosa succede in Portogallo?

    In 3 sorsi - Tra aumento dei casi di Covid-19, elezioni...

    Covid e tribù dominano le elezioni in Giordania

    In 3 sorsi - Le elezioni parlamentari in Giordania non hanno...

    Il rapporto franco-tedesco a seguito della pandemia

    In 3 sorsi - A seguito della pandemia la Germania sta...

    I Paesi Bassi sono veramente anti-europei?

    In breve

    • Paesi Bassi e Italia hanno avuto forte divergenze sulla definizione del Recovery Fund
    • Come se la passa in patria Mark Rutte?
    • Quant’è concreta un’uscita dei Paesi Bassi dall’Unione Europea?

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Analisi – I Paesi Bassi sono saliti alla ribalta nelle ultime settimane per l’opposizione del premier Mark Rutte al Recovery Fund. Qual è la situazione politica nel Paese e cosa vuole dall’UE?

    LA CONTESA SUL RECOVERY FUND

    Normalmente, quando i principali organi di informazione italiani parlano della situazione politica di altri Paesi europei, fanno quasi esclusivamente riferimento a Francia e Germania. Nelle ultime settimane però sono saliti in cattedra i Paesi Bassi.
    Durante i recenti negoziati sul Recovery Fund, infatti, la posizione dell’Italia si è scontrata duramente con quella dei Paesi Bassi rappresentata dal capo del Governo Mark Rutte, e condivisa dagli altri cosiddetti Paesi frugali Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia, notoriamente scettici sulla corretta gestione dei conti pubblici da parte dei Paesi mediterranei.
    Il duello Conte vs Rutte riguardava soprattutto la quantità delle risorse da mettere a disposizione dei Paesi europei e la modalità di utilizzo di questi fondi. Una differenza di vedute che ha rischiato seriamente di impedire agli Stati membri di arrivare a un accordo per rilanciare l’UE post Covid.
    Dopo uno stallo di quasi 72 ore si è arrivati a un compromesso che ha “accontentato” tutte le parti presenti al tavolo delle trattative.

    Embed from Getty Images

    Fig. 1 – Mark Rutte, premier olandese, durante la difficile trattativa di alcune settimane fa a Bruxelles

    LA SITUAZIONE POLITICA INTERNA

    Oltre alla sfiducia verso i Paesi del Sud Europa, Mark Rutte ha deciso di recitare la parte del “rigorista” anche per questioni di politica interna.
    Il dibattito al Consiglio Europeo sul Recovery Fund, infatti, è stato seguito con molta passione in patria. Politici dell’opposizione e opinione pubblica interna hanno “salutato” l’accordo concluso come un danno per i cittadini costretti a ripagare di “tasca propria” i debiti dei Paesi del Sud.
    Inoltre i Paesi Bassi andranno al voto nel marzo 2021 e la gestione del Recovery Fund ai tavoli europei sarà uno degli argomenti maggiormente utilizzati – nel bene o nel male – durante la campagna elettorale.
    In questo momento la situazione politica del Paese è molto confusa e frammentata. Rutte, leader del VVD (Partito popolare per la libertà e per la democrazia), governa quasi ininterrottamente dal 2010 ed è a capo di una (debole) maggioranza trasversale composta da 3 partiti (i Cristiano-democratici, i liberali progressisti e l’Unione Cristiana).
    Alle ultime elezioni europee nessun partito è riuscito a superare il 20% dei consensi. Il VVD di Rutte è stato addirittura sorpassato dai socialisti del PvdA (Partito del Lavoro).
    Rutte, che dopo la Merkel è il politico più longevo del Vecchio Continente, punta a ottenere il terzo mandato di Governo. Nonostante i sondaggi lo accreditino, seppur di poco, in testa, l’attuale capo dell’esecutivo teme l’ascesa dei socialisti e dei cristiano-democratici suoi alleati di coalizione. Con la decisione di arrivare al via libera sul Recovery Fund, Rutte mira anche a stoppare l’ascesa delle forze conservatrici e anti europeiste del Paese (il Partito della libertà di Geert Wilders e del Forum per la Democrazia di Thierry Baudet). Sebbene queste due forze politiche non godano attualmente di grandi consensi nel Paese – addirittura il partito di Geert Wilders non ha ottenuto alcun seggio alle votazioni europee del 2019 – Rutte è preoccupato della nuova linfa che queste forze nazionaliste potrebbero trarre dall’accordo sul Recovery Fund.

    Embed from Getty Images

    Fig. 2 – Geert Wilders, leader dell’estrema destra olandese

    DOPO LA BREXIT, UNA NEXIT?

    Al di là della (lunga) discussione sugli aiuti economici agli Stati membri, i Paesi Bassi restano un problema per l’Unione Europea.
    Entrati a far parte del processo d’integrazione europea nel 1951 con la creazione della CECA, i loro esecutivi hanno cambiato posizione nel corso del tempo diventando uno dei Paesi maggiormente in conflitto con Bruxelles.
    Dagli anni 2000 l’UE viene percepita con maggiore sospetto dai governanti dell’Aia. Nel 2005, assieme alla Francia, i cittadini olandesi hanno bloccato la creazione di una Costituzione Europea con il No al referendum, che si è imposto con il 61,5% dei consensi.
    Dal 2010, anno del primo mandato Rutte, la linea dei Paesi Bassi è diventata più scettica verso il processo d’integrazione europea. Emblematica, a tal proposito, una frase pronunciata da Rutte nel 2016 all’inizio dei lavori della presidenza del Consiglio UE olandese: “ciò che gli Stati non possono fare bene, lo faccia l’UE”.
    Negli ultimi mesi la tensione tra L’Aia e Bruxelles è cresciuta progressivamente. Ad aprile, in piena emergenza sanitaria, le Autorità politiche si sono scontrate con i vertici europei su MES e coronabond con il premier portoghese Antonio Costa, che ha definito l’atteggiamento dei Paesi Bassi “ripugnante” verso i valori europei. I Paesi Bassi si sono messi di traverso anche a un maggiore contributo dei Paesi più ricchi al prossimo bilancio pluriannuale dell’UE e all’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Albania.
    Con delle posizioni del genere ci si aspetterebbe un’opinione pubblica propensa all’uscita dall’Unione. In realtà non è cosi. Addirittura, secondo un sondaggio Eurobarometro del 2019, la maggioranza assoluta dei neerlandesi si dichiara soddisfatto della permanenza in UE.
    La complessità dei rapporti tra Paesi Bassi e Unione Europea ha diverse ragioni. In primis c’è una forte frammentazione politica interna e sono uno dei primi Stati europei ad aver visto nacere partiti esplicitamente euroscettici.
    A questo si aggiunge un’ambiguità storica. I Paesi Bassi, memori della loro potenza commerciale, sono sempre stati vicini alle posizioni del Regno Unito. Insieme ai britannici hanno “lottato” per il libero mercato, sostenendo mercato interno e commercio libero. I Paesi Bassi sono stati favorevoli al processo di unità europea quando questa andava di pari passo con una sempre maggiore integrazione economica.
    Negli ultimi anni l’UE, complici crisi economiche e ascesa dei nazionalismi, ha concentrato maggiormente la propria attenzione su tematiche sociali, auspicando una Unione più solidale e coesa sulle sfide di quest’epoca (ad esempio la questione migratoria o ambientale). Quest’aspetto ha contribuito a peggiorare ulteriormente le relazione tra Paesi Bassi e Istituzioni comunitarie.
    Ad oggi comunque, è bene precisare, non sembrano esserci le condizioni per una possibile Nexit. Le forze politiche principali non hanno l’intenzione di indire un referendum sulla permanenza in UE. I partiti nazionalisti, almeno stando ai sondaggi e guardando l’esito delle ultime elezioni europee, non godono di un consenso tale che possa far pensare a un loro ruolo di primo piano.
    I prossimi mesi, e soprattutto le elezioni del marzo 2021, diranno molto sul ruolo che i Paesi Bassi decideranno di recitare in Europa. Se sceglieranno di contribuire al rilancio del processo d’integrazione europea oppure, come negli ultimi tempi, proseguiranno con un atteggiamento di muro contro muro con Bruxelles.

    Luca Rosati

    Photo by MarjonBesteman is licensed under CC BY-NC-SA

    Luca Rosati
    Luca Rosati

    Laureato in scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Torino. Ho svolto un periodo di studio presso la facoltà di Scienze Sociali di Parigi nell’ambito del programma Erasmus. Ho lavorato due anni presso la pubblica amministrazione francese dove mi sono occupato di programmi e fondi europei.

    Attualmente sono impiegato presso il dipartimento Affari Europei della Regione Valle d’Aosta dove mi occupo di progettazione europea e di comunicazione sulle attività dell’Unione Europea. Frequento inoltre il Diploma in Affari Europei dell’Ispi (Istituto Superiore di Politica Internazionale) di Milano.

    Faccio parte dell’Associazione Italiana Giovani per l’Unesco – sezione Valle d’Aosta – con il ruolo di tesoriere.

    Collaboro con Il Caffè Geopolitico in quanto appassionato al tema della relazioni internazionali, al processo di integrazione europea e al rapporto tra gli Stati membri.

     

     

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite