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    Nel Donbass la tregua non c’è

    In breve

    • L’ennesimo cessate il fuoco nel Donbass, annunciato alla fine di luglio, non ha prodotto il risultato sperato.
    • Il comportamento ambiguo del Governo ucraino ha compromesso le basi della tregua.
    • In assenza di un accordo politico fra Kiev e Mosca, qualunque sospensione delle ostilità ha scarse chance di successo.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsiLo scontro armato fra l’Esercito ucraino e i separatisti del Donbass continua, nonostante l’entrata in vigore di una nuova tregua. Al di là delle défaillances del Presidente Zelensky, fra Kiev e Mosca continua il disaccordo sulle modalità di risoluzione del conflitto.

    1. QUALE CESSATE IL FUOCO?

    Il 22 luglio il Governo di Kiev e i rappresentanti delle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk hanno firmato nell’ambito del Gruppo di contatto trilaterale un documento chiamato “Measures to strenghten the ceasefire“: sostanzialmente, una rivitalizzazione del cessate il fuoco concordato un anno prima, ma mai implementato. Benché l’accordo, entrato in vigore alla mezzanotte del 27 luglio, sia stato accolto con entusiasmo da Kiev, Mosca e dalla comunità internazionale come un possibile primo passo verso una soluzione politica del conflitto, alla data del 17 agosto la Missione speciale di monitoraggio OSCE in Ucraina ha rilevato un totale di 477 casi di violazione lungo la linea di contatto. Né il Governo ucraino né i rappresentanti di Donetsk e Luhansk rinnegano l’accordo, ma ciascuno accusa l’altro di aver rotto per primo la tregua: secondo Kiev, i separatisti hanno fatto fuoco già nelle prime ventiquattr’ore, mentre secondo i combattenti di Donetsk e Luhansk è stato l’esercito ucraino dopo soli due giorni. A prescindere da chi abbia ragione, è evidente che il cessate il fuoco non è stato implementato e che il conflitto nel Donbass continua per inerzia.

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    Fig. 1 – Conseguenze della guerra su una casa a Kirovsk nella regione di Luhansk, 11 gennaio 2020

    2. I MOTIVI DEL FALLIMENTO

    L’atmosfera è dominata dal sospetto reciproco. La tregua è stata minata fin da subito dalla dichiarazione di Zelensky di volere che i leader del “formato Normandia” (ossia Merkel, Macron e Putin) fossero coinvolti in qualità di garanti per rafforzarla, ma ha avuto l’effetto opposto di dare l’impressione che non credesse fin dall’inizio nelle sue possibilità di riuscita. Il Presidente ucraino sperava di imbrigliare Mosca strappandole il consenso, in modo da avere una leva in caso di violazione, ma il Cremlino ha risposto che la Federazione russa non può far da garante non essendo ufficialmente parte del conflitto. Kiev, inoltre, è scivolata su un punto relativamente secondario dell’accordo. I firmatari avrebbero dovuto emanare una dichiarazione pubblica contenente l’elenco dettagliato delle misure concordate, ma il Presidente ucraino si è inizialmente limitato ad una dichiarazione di carattere generale. Il Ministero degli Esteri si è conformato solo il 27 luglio, a tregua iniziata, peraltro traducendo male il punto relativo all’autodifesa: non viene menzionato, infatti, l’obbligo di ricorrere al meccanismo di mediazione del Joint Centre for Control and Coordination (JCCC) prima di poter rispondere al fuoco nemico. Il JCCC, comprendente i rappresentanti di Ucraina, Russia e delle due repubbliche popolari, è stato istituito nel 2014 con lo scopo precipuo di monitorare il processo di implementazione degli accordi di Minsk e la situazione lungo la linea di contatto.

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    Fig. 2 – Rappresentanti dell’OSCE e del JCCC dietro la scritta “Non deviate dalla strada! L’area circostante è minata!”, ottobre 2019

    3. IL POMO DELLA DISCORDIA: GLI ACCORDI DI MINSK

    Il cessate il fuoco avrebbe dovuto essere la prima tappa del processo di implementazione del pacchetto di misure di Minsk, aprendo la strada a ulteriori negoziati. Ma fra Kiev e Mosca continua il dissenso sull’ordine corretto dei passi da seguire per mettere in pratica gli accordi, acuito dal recente progetto di legge della Verkhovna Rada sulle elezioni amministrative che si terranno il 25 ottobre. Kiev mantiene la posizione che le condizioni per lo svolgimento delle elezioni nei territori controllati dai separatisti e la concessione dello status speciale sono prima di tutto la tregua, poi il ritiro delle truppe russe e il disarmo delle formazioni irregolari, infine il ripristino della sovranità ucraina sui propri confini. Mosca interpreta il progetto di legge come il rinnegamento degli accordi di Minsk da parte dell’Ucraina e continua a sostenere che il primo passo deve essere la concessione dello status speciale alle regioni di Donetsk e Luhansk. L’incompatibilità delle due posizioni è il vero motivo per cui, allo stato attuale, le prospettive della tregua sono incerte e c’è la probabilità che esse fallisca come quelle precedenti. Tuttavia, un rinnovato dialogo fra Kiev e Mosca potrebbe aprirsi sotto il nuovo capo della delegazione ucraina presso il Gruppo di contatto trilaterale, il primo Presidente ucraino Leonid Kravchuk (colui che trent’anni fa firmò, insieme a Eltsin e Shushkevich, la dissoluzione dell’URSS), il quale ha dichiarato di essere disposto a scendere a compromessi e l’ha dimostrato dando la sua prima intervista nel nuovo incarico alla televisione di Stato russa Rossiya 1.

    Oksana Ivakhiv

    Чемодан не продается / Suitcase not for sale” by spoilt.exile is licensed under CC BY-SA

    Oksana Ivakhiv
    Oksana Ivakhiv

    Sono nata in una cittadina mineraria dell’Ucraina occidentale, ma l’Italia è la mia seconda casa.
    L’interazione, fin da piccola, con due culture diverse è alla base della mia passione per la geopolitica.
    Sono laureata in Scienze politiche e attualmente studio Relazioni internazionali e analisi di scenario. Dietro ai “fatti” che accadono nel mondo tendo a pensare alle persone e alle motivazioni che le guidano. Mi piace molto l’immagine del battito d’ali di una farfalla che scatena un uragano a Central Park.

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