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    ‘Li Beirut’. Il Libano si infiamma – Prima parte

    In breve

    • Ore 18.08 circa del 4 agosto 2020: una grande esplosione al porto di Beirut causa 200 morti e più di 7mila feriti. La città viene sventrata e l’onda d’urto viene percepita anche a Damasco.
    • I Libanesi si organizzano senza alcun supporto dello Stato per pulire e aiutare chi più ha bisogno.
    • Le pressioni della piazza, le sollecitazioni internazionali e lo stesso establishment portano alla caduta del Governo Diab. Le sorti de Libano restano incerte e legate a dinamiche che penalizzano inevitabilmente la società civile nel lungo periodo.

    Dove si trova

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    Analisi – L’esplosione che ha colpito Beirut ha devastato la capitale e messo in moto una serie di processi che inevitabilmente porteranno a delle conseguenze per il Libano e per i libanesi. Lo scenario nei primi giorni dalla deflagrazione ha contrapposto una volta per tutte la classe politica e la popolazione.

    1984-2020 STESSO SENSO DI SMARRIMENTO

    Nel 1984 usciva la canzone Li Beirut – Per Beirut – della cantante libanese Feirouz. Erano altri tempi. Ma a rileggere il testo e guardando le immagini della città che hanno riempito i social e i notiziari di tutto il mondo, in seguito allo scoppio dell’hangar n. 12 del porto della città, la stessa malinconia di allora è affiorata. Nel 1984 imperversava la guerra civile – che poi tanto civile non è mai stata da quando la sorella Siria è entrata in territorio libanese, – oggi i nodi che non sono stati sciolti all’indomani del conflitto sono arrivati al pettine. Sebbene molti libanesi abbiano giovato dei legami clientelari esistenti e fatto parte del sistema, le cose sono cambiate gradualmente, definendosi ormai da quasi un anno come un’opposizione sempre più netta e recentemente rimarcata dai manifestanti come Ya nahna, ya antu – o noi, o voi.

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    Fig. 1 – Una protesta per le strade di Beirut, fuori dal parlamento libanese. Beirut, 10 agosto 2020

    DALLA CRISI ALL’ESPLOSIONE

    Dall’ormai storico 17 ottobre, giorno dell’inizio della rivoluzione, le cose sono cambiate. L’ennesima tassazione percepita come un vero e proprio atto di tracotanza da parte dell’élite politica corrotta ha portato i libanesi in piazza. I confronti non sono stati sufficienti. A gennaio il Governo è stato rinnovato, ma l’Amministrazione di Hassan Diab si è rivelata un’operazione di facciata. Lo stesso leader, alla dichiarazione di default a marzo, ha affermato che il Governo non era più in grado di proteggere la popolazione in termini economici, di condizioni di vita e sanitari. In seguito all’esplosione l’ex ministro dell’Educazione, al momento delle sue dimissioni, asserirà che “la corruzione è più forte dello Stato”, proprio nel momento in cui il meccanismo dello “scaricabarile” stava imperversando in Libano.
    Ebbene, se la profonda crisi economica e sociale e il default non erano sufficienti, la pandemia è stata un ulteriore elemento di deterioramento di un Paese già allo sbando. Il sistema sanitario al collasso non era, e adesso men che meno, capace di far fronte a un aumento dei contagi da coronavirus. La crisi economica e il suo impatto nelle infrastrutture ospedaliere ha causato un depauperamento in termini di strumenti e macchinari sanitari, visto che questi erano importati dall’estero e quindi andavano pagati in dollari – ormai introvabili nel Paese.
    Evidentemente non era abbastanza. Se la crisi economica, sociale e sanitaria ha messo in ginocchio il Libano, ma non era riuscita a piegare gli animi della popolazione, l’esplosione lo ha fatto. La deflagrazione ha concretizzato ed esteso l’affermazione del Primo Ministro Diab circa l’incapacità della classe politica di proteggere i cittadini. Lo ha concretato nel modo più violento e catastrofico possibile, ferendo il cuore del Paese e gli animi della popolazione. La detonazione delle 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio è stata solo l’inizio di un processo che va analizzato su più fronti e attraverso varie lenti: la pressione della piazza, il trinceramento della classe politica sulle proprie posizioni e le ingerenze estere.

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    Fig. 2- Manifestanti libanesi in uno scontro con le forze di sicurezza a Piazza dei Martiri a Beirut, 10 agosto 2020

    L’AMPLIAMENTO DELLA FRATTURA SOCIALE

    La prima evoluzione fondamentale è l’aumento della frattura sociale in seguito all’ennesimo e più forte tradimento dell’establishment. La classe politica, già annaspante nel mare magnum di necessità e sfide del Paese, all’indomani della catastrofe è stata evidentemente troppo impegnata nel procedimento del “non sono stato io”. Questo atteggiamento, complice l’innalzamento di Diab a primo difensore dei cittadini con la dichiarazione di voler trovare il responsabile per una punizione esemplare, non si è poi tradotto in un’azione concreta di sostegno alla popolazione. Il Governo, infatti, non ha supportato i cittadini nel ricucire le ferite di un trauma profondo che ha sventrato la capitale, ucciso più di 200 persone e ferite altre 7mila, dimostrando l’ennesima disfunzione e incapacità di far fronte all’emergenza. I libanesi si sono autogestiti e organizzati per pulire le strade e costituire network solidali per sostenere le famiglie e le persone più vulnerabili. Iniziative locali e dall’estero sono state create per rispondere ai bisogni della popolazione – distribuzione di beni di prima necessità porta a porta, erogazione di farmaci e dalla Francia il progetto “Una valigia per il Libano“, una proposta per inviare nel Paese aiuti di qualsiasi genere. 
    A questi sforzi di natura civica e umana si sono contrapposti i tentativi di alcuni membri di affiliazioni politiche di quartiere, che si sono aggirati per le zone più colpite chiedendo ai residenti se volessero vendere o meno le proprietà al fine di realizzare nuovi progetti. Le testimonianze riportano il rifiuto degli abitanti determinati a ricostruire e mantenere uno stile che rispecchi la cultura architettonica. Non c’è da stupirsi della risposta negativa, visto il triste destino di Zeitouna Bay, antico centro e sede del Suq di Beirut, ricostruito all’indomani della guerra civile in stile occidentale, con grattacieli, negozi internazionali e abitazioni extralusso, perlopiù vuote.
    Non c’è da stupirsi dunque se la popolazione – letteralmente abbandonata a spazzare le macerie e trovare soluzioni per stare vicino alle famiglie colpite dalla tragedia , considerata la totale assenza dello Stato – ha cominciato a protestare incolpando l’intera classe politica di essere responsabile del massacro e di aver violato i diritti fondamentali della popolazione per decenni col solo scopo di arricchirsi. Questa volta, però, con la furia di una cittadinanza ferita nel profondo. Le manifestazioni iniziate l’8 agosto hanno mantenuto un’attitudine pacifica, sebbene abbiano scatenato una forte risposta da parte delle forze di polizia. Gruppi di manifestanti riportano l’uso di proiettili di gomma e munizioni, ma anche nuovi approcci creativi per colpire i dimostranti, tra i quali sparare alle vetrate o alle finestre degli edifici limitrofi per far cadere i vetri. Innumerevoli i feriti e gli arresti. I manifestanti sono riusciti ad entrare nelle sedi di vari ministeri: il grido oltre a contrapporre nettamente le due parti – Ya nahna, ya antu, o noi, o voi – ha preso di mira ogni membro dell’establishment, incanalando il disgusto e la rabbia nei confronti dell’intera classe politica. Un aspetto molto interessante di questa furiosa ondata di manifestazioni è stata la chiara richiesta dei dimostranti di de-militarizzare Beirut, evidentemente un aspetto fondamentale per la prosecuzione delle manifestazioni pacifiche. Infatti i manifestanti denunciano azioni del sistema di intelligence dell’esercito come rapimenti e minacce agli attivisti.
    La prima risposta di Diab a queste sollevazioni è stata la proposta di nuove elezioni. Una presa in giro di dimensioni colossali, poiché l’attuale legge elettorale andrebbe a riconfermare la medesima classe politica, che oliando i meccanismi già rodati potrebbe tranquillamente portare l’elettorato dalla propria parte nelle rispettive roccaforti di appartenenza. In questo frangente il Governo è collassato sotto i colpi della piazza che non accetta più compromessi, delle forze internazionali che costringono a delle riforme in cambio di aiuti economici e dell’establishment stesso che di vie di mezzo non ne vuole sapere. I ministri come tasselli del domino sono caduti uno dopo l’altro. Diab annuncia le dimissioni del Governo, concludendo il suo breve discorso dicendo per tre volte: “Che Iddio protegga il Libano”. Da qui le sorti del Paese sono passate in mano al Presidente Michel Aoun, il quale insieme a Nabih Berri, leader del partito sciita Amal, sarà responsabile della creazione di un nuovo Governo. La questione però porta sempre allo stesso problema, ovvero che qualsiasi strada si intraprenda, lo status quo porterà inevitabilmente le stesse persone al potere, alimentando lo stesso meccanismo politico responsabile del collasso del Paese.

    Antea Enna

    Immagine di copertina: Gemmayze, Beirut, 5 Agosto 2020 | © Simone Scotta

    Antea Enna
    Antea Enna

    Nata nel centro del Mediterraneo era quasi inevitabile la propensione verso il nord Africa e Medio Oriente. Se a questo si aggiunge una passione nata grazie alla danza orientale e lo studio dell’arabo, iniziato precocemente già al liceo, gli ingredienti per una vera e propria dipendenza da mondo arabo ci sono tutti. Dopo l’università prima a Gorizia e poi a Milano, ho lavorato in organizzazioni non governative per diverso tempo. Sono tornata nella metropoli lombarda per un dottorato che mi ha portata in Libano, dove ormai vivo da due anni. Nella terra dei Cedri ho svolto volontariato con i rifugiati siriani e ricerche su vari temi prevalentemente legati ai micro e macro conflitti e alla situazione socioeconomica mediorientale.

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