utenti ip tracking
giovedì 22 Ottobre 2020
More

    Speciale COVID-19

    Il futuro dell’Unione secondo Ursula Von der Leyen

    In 3 sorsi – Nel discorso sullo stato dell'Unione...

    Covid-19 e tensioni sociali in Cile

    Analisi - A qualche mese dalla diffusione del virus,...

    Storia ed evoluzione del JSOC statunitense (I)

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Miscela Strategica – JSOC, ovvero Joint Special Operations Command. Un acronimo tipico del linguaggio militare, che negli ultimi anni è uscito parzialmente dalla nebbia in cui era avvolto ed è divenuto simbolo della potenza bellica degli Stati Uniti. Vediamo come e perché.


    L’ORIGINE – La genesi del comando risale a uno dei più grandi fallimenti dei militari americani degli ultimi 40 anni, ovvero il tentato intervento volto alla liberazione dei connazionali prigionieri nell’ambasciata USA in Iran. L’operazione Desert One“, già particolarmente difficoltosa per sua natura, si rivelò un disastro principalmente a causa dell’impiego di forze provenienti dai quattro Servizi (Esercito, Marina, Aviazione e Corpo dei Marines) che erano scarsamente integrate tra loro, nonostante fossero presenti unità d’élite. Dopo la brutta figura e su impulso del comandante della Delta Force, il colonnello Charles Beckwith, il Dipartimento della Difesa creò nel dicembre 1980 il JSOC. Suo compito era studiare tecniche, tattiche e procedure standard per armonizzare e rendere fluido il coordinamento tra unità differenti, ma impiegabili nel campo della lotta al terrorismo, un ambito in quella fase storica incredibilmente in espansione.

    Nel suo primo decennio d’esistenza il comando è stato garante dell’impiego selezionato e “corretto” delle forze d’élite, che da metà anni Ottanta crebbero di numero grazie alla nascita del cosiddetto SEAL Team Six (ora conosciuto come DEVGRU), adatto alle operazioni in ambiente marittimo. Un esempio piuttosto rilevante (che coinvolse l’Italia) fu il prospettato impiego nel corso del sequestro della “Achille Lauro” e delle successive operazioni di negoziato con i terroristi palestinesi. Ciò che emerge chiaramente, però, è che in un mondo ancora bipolare e intriso esclusivamente delle due ideologie contrapposte, l’utilizzo del JSOC da parte del Dipartimento della Difesa si limitò a un livello piuttosto teorico.

    Nel frattempo, con la scomposizione del sistema internazionale della Guerra Fredda dovuto alla caduta del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’URSS, la libertà di manovra del Governo americano e le forze centrifughe in azione in diverse parti del globo (che spesso condussero a cadute di regimi, rivolte, nuove forme di terrorismo) condussero le unità “black” ad affrontare nuovi nemici sul campo di battaglia. Un esempio di un certo peso, secondo i resoconti degli stessi comandi militari, si registrò con l’intervento americano in Somalia, in particolar modo la fase che vide l’impiego della Task Force Ranger, un’unità creata ad hoc nell’estate del 1993 con il compito di catturare il principale signore della guerra locale, il generale Aidid. L’episodio, ben descritto prima nel famoso libro di Mark Bowden “Falco Nero” (“Black Hawk Down: A Story of Modern War”), poi nel film di Ridley Scott “Black Hawk Down”, mostrò agli uomini del JSOC come un mondo nuovo rispetto a quello dei decenni precedenti aveva generato un avversario pericoloso, profondamente ideologizzato e in grado di mettere in difficoltà anche le migliori forze sul campo. Insomma, la minaccia asimmetrica iniziò a fare capolino tra le pieghe della politica e dei campi di battaglia internazionali.

     

    LA MUTAZIONE – Tuttavia la maturità del comando venne raggiunta all’indomani degli eventi dell’11 settembre. Data la natura transnazionale e pesantemente elusiva del nemico impegnato, forze per operazioni speciali appositamente dedicate a individuare, raggiungere ed eliminare i capi di al-Qaida e delle altre organizzazioni terroristiche si erano rese necessarie. Il problema reale cui si trovarono di fronte i militari era dovuto al fatto che i suddetti gruppi nemici erano organizzati in modo tale da essere resilienti a operazioni di eliminazione della leadership o di alcuni uomini chiave. Fino a quel momento, invece, il JSOC era strutturato secondo uno schema tipico dell’organizzazione militare (ancorché più rilassato rispetto alla catena di comando delle unità convenzionali), inadatto ad affrontare la nuova situazione. Ciò fu manifesto sin dai primi mesi del conflitto iracheno, quando dopo la caduta di Saddam Hussein le frange di terroristi/insorti emersero con prepotenza, mettendo in difficoltà le forze di occupazione.

    Il rifondatore del JSOC, Stanley McChrystal

    La svolta radicale e fondamentale, che avrebbe decisamente trasformato il comando, si ebbe con l’assegnazione come comandante del tenente generale Stanley McChrystal, un veterano delle operazioni speciali, e fine studioso del nuovo corso sui campi di battaglia. Il suo obiettivo era di trasformare la forza a lui assegnata mentre questa si trovava immersa completamente in due guerre estremamente difficili, in particolar modo l’Iraq. L’intuizione del Generale fu che per le sue unità (e di conseguenza per gli USA) sarebbe stato impossibile sconfiggere la controparte se non avesse agito con le medesime modalità. Questo significava che se al-Qaida in Iraq avesse operato come una “rete di reti”, collegando debolmente più cellule terroristiche aventi un quadro di riferimento comune, anche il JSOC avrebbe dovuto far ciò, concedere ampio margine operativo ai comandanti delle sottostazioni presenti in tutto lo stato iracheno, rendendoli decisori a livello tattico e fornitori di situational awareness per il livello operativo (quello del comando), che a sua volta si sarebbe maggiormente integrato nel piano di campagna a livello strategico. Sostanzialmente si trattò di trasformare i suoi uomini da “consumatori” d’intelligence e armi finali contro il nemico, a “portatori d’informazioni” utili a tutti gli altri pari grado e ai superiori.

    McChrystal decise di dare il via a una forte collaborazione con qualsiasi agenzia appartenente al Governo federale che avrebbe potuto essere utile, ovvero FBI, CIA, DIA, NSA e perfino gli uomini del dipartimento del Tesoro incaricati di supervisionare i flussi finanziari che permettevano ai terroristi di prosperare. Creando le famose “cellule di fusione d’intelligence” tutti questi specialisti, presenti anche sul campo iracheno, potevano immediatamente analizzare e processare i dati utili che sarebbero serviti a fornire informazioni tempestive per operazioni sul campo, che a loro volta avrebbero condotto alla cattura di uomini e dati in grado di far ricominciare il ciclo in un vortice senza fine. Da ultimo, ma non meno importante, va ricordato come il JSOC fu un grande utilizzatore delle risorse UAV (Velivoli aerei senza pilota) in un periodo in cui il loro numero e impiego era molto limitato. La richiesta fu talmente alta che uomini appartenenti al comando vennero istruiti dall’Aviazione (tradizionale possessore di queste piattaforme) all’uso delle suddette, permettendo di godere di un’ampia flessibilità operativa.

    Most Wanted Man in Iraq
    Most Wanted Man in Iraq

    La nuova “metodologia di lavoro” venne immediatamente messa alla prova nella vera e propria caccia all’uomo che il comando scatenò nei confronti di Abu Musab al-Zarqawi, il leader di al-Qaida in Iraq e bersaglio numero uno degli Stati Uniti. A sottolineare il valore che veniva attribuito a tale missione per il buon esito della campagna mesopotamica va messo in risalto come McChrystal decise, a partire dal 2004, di spostare il proprio quartier generale a nord di Baghdad e d’impegnare due terzi dell’intera Delta Force sul campo di battaglia, fatto che da molti venne ritenuto estremamente rischioso a causa dei numeri ridotti degli appartenenti a tale unità, della possibile usura degli uomini e della necessità di dispiegamento della stessa in altre zone calde del globo. In ogni caso furono proprio queste tattiche aggressive e innovative (anche in un perdurante processo di aggiustamento e revisione) a condurre nel giugno 2006 al raggiungimento del bersaglio a lungo cercato e alla sua eliminazione.

    (Continua)

     

    Luca Bettinelli

     

    Operazioni Speciali: il piano originale dell’Operazione Anaconda (Afghanistan 2002) – Fonte: U.S. DoD

    Luca Bettinelli
    Luca Bettinelli

    Mi chiamo Luca, ho 28 anni e mi sono laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Statale di Milano con una tesi riguardante il Pakistan e la questione etnico-politica all’interno dei suoi confini.

    Sono appassionato di geopolitica, soprattutto se applicata al contesto del mondo islamico in generale, anche se, per la verità, ho un interesse piuttosto forte per tutto ciò che ruota attorno all’Iran ed alla parola Persia. Inoltre ho una notevole fascinazione nei confronti delle tematiche attinenti al mondo militare e della sicurezza in generale, sebbene da bambino non abbia mai giocato con i soldatini.

    Oltre a ciò mi ritengo un lettore accanito ed onnivoro, un’amante del cinema e un gran tifoso della squadra di basket della mia città,  l’Olimpia Milano.

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite

    2 Commenti

    1. Ciao, solo per segnalare che l’operazione era nominata “Eagle Claw”, Desert One il waypoint finale di arrivo, se non erro.  Ad ogni modo mi sembra che ultimamente si parli solo di DEVGRU (dopo l’eliminazione di Osama) ma credo che il CAG meriti altrettanta attenzione, sarebbe bello leggere un tuo articolo dedicato alla Delta. Grazie. Luca.

    LASCIA UN COMMENTO

    Inserisci qui il tuo commento
    Inserisci il tuo nome