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    Lo scorso 18 e 19 ottobre si è svolto a Panama il 23° vertice dei capi di Stato e di Governo dell’Organizzazione degli Stati iberoamericani. Dal 2014 i meeting si terranno solamente ogni due anni, un segnale chiaro del declino di questa Organizzazione e dell’influenza dei Paesi della Penisola iberica in America Latina.

     

    IL VERTICE DI QUEST’ANNO – Il summit iberoamericano, vertice che ha riunito a Panama il 18 e 19 ottobre i capi di Stato dei Paesi dell’America Latina e della Penisola iberica (Spagna, Portogallo, Andorra) si è concluso com’era iniziato. Ovvero con un appello al rinnovamento e, quindi, alla riforma. E ci sono ragioni in abbondanza che giustificano questo messaggio.

    Si è trattato del vertice con la maggiore astensione (12 capi di Stato su un totale di 22 membri) nella storia di questa giovane organizzazione creata nel 1991 per promuovere le relazioni tra i Paesi europei della Penisola iberica e le sue ex colonie americane. Però molte cose sono cambiate in questo ventennio. In primo luogo, la rilevanza economica della Spagna è declinata drasticamente e questo si riflette sulla decisione presa a Panama di ridurre dal 70% al 60% la responsabilità dei Paesi europei nel budget dell’Organizzazione. Inoltre, negli anni Novanta, la Spagna rappresentava un modello di transizione dalla dittatura alla democrazia per i Paesi latinoamericani, la maggior parte dei quali aveva vissuto un’esperienza autoritaria durante la Guerra Fredda. Oggi, gli attori della regione sono delle democrazie compiute (o quasi).

     

    PERDITA DI EFFICACIA – In questo senso la cooperazione iberoamericana, che si è inoltre dotata di organismi di gestione come l’Organizzazione degli Stati Iberoamericani (OEI in spagnolo), incentrata soprattutto sui temi della cooperazione linguistica, culturale ed educativa, ha perso molto della sua efficacia e della sua capacità d’attrazione. La cooperazione iberoamericana si era fondata innanzitutto su questi aspetti. Si trattava di ravvivare i legami profondi che, dal punto di vista culturale, vincolavano l’America Latina con Spagna e Portogallo. Madrid, in particolare, offriva aiuti economici per rafforzare questo vincolo e rappresentava per le sue ex colonie una porta d’accesso all’Europa. In questo senso, nel dialogo transoceanico, i vantaggi erano reciproci. Dal punto di vista economico, la Spagna ha convertito questa relazione privilegiata in un trampolino di lancio per le sue aziende, che oggi, per l’appunto, vantano grandi partecipazioni nel mercato latinoamericano, specialmente nei settori bancario, finanziario e delle telecomunicazioni.

    Tuttavia questa cooperazione ha perso parte dell’interesse per i Paesi latinoamericani. Gli aiuti spagnoli si sono ridotti al minimo, mentre i Paesi della regione, che da più di un decennio mostrano una crescita che genera invidia dalla sponda occidentale dell’Atlantico, sono alla ricerca di nuovi orizzonti. La Cina si è convertita nel secondo partner commerciale dell’America Latina (e sarà il primo nel 2017, scavalcando gli USA) ed è terza per numero d’investimenti (dopo Olanda e Stati Uniti). I Paesi sudamericani cercano mercati per le loro materie prime e per le loro importanti eccedenze agricole.

     

    Il presidente Rajoy è sembrato l'unico veramente interessato al vertice iberoamericano
    Il presidente Rajoy è sembrato l’unico veramente interessato al vertice iberoamericano

    GLI SFORZI DELLA SPAGNA – Al margine del vertice dei capi di Stato si è svolto un forum economico al quale hanno partecipato oltre 300 imprenditori. La Spagna cerca di mantenere le sue quote di mercato. In questo senso si capisce il perché della nutrita delegazione spagnola al vertice, con in testa il primo ministro Mariano Rajoy, che ha tessuto le lodi di un’economia, quella spagnola, in ripresa, e la presenza, seppur solo con un messaggio registrato, del re Juan Carlos, l’unico capo di Stato ad aver partecipato a tutte le riunioni di questo gruppo dalla sua creazione a oggi, seppur in quest’ultima opportunità ragioni di salute lo abbiamo costretto a restare a riposo.

    Gli sforzi dell’antica “madrepatria” per proteggere le sorti di questa Organizzazione in declino devono fronteggiare inoltre l’emergenza di nuove strutture di dialogo che, di fatto, contribuiscono a mettere in secondo piano i summit iberoamericani come spazio di dialogo privilegiato. L’America Latina, infatti, dispone già di uno spazio di questo genere nella Conferenza degli Stati Latinoamericani con l’Unione Europea (CELAC), che si svolge ogni due anni e, di fatto, presenta un ventaglio d’interlocutori ben più ampio del gruppo latinoamericano nel quale partecipano solo due membri dell’UE, la Spagna e il Portogallo. Il conflitto d’interessi, sommato ai dubbi che avvolgono il futuro delle conferenze latinoamericane, ha motivato la decisione di organizzare il vertice iberoamericano soltanto ogni due anni, alternandolo con quello organizzato dalla CELAC.

    In termini di risultati vanno comunque sottolineate due dichiarazioni promosse da questo vertice che sostengono la rivendicazione argentina della sovranità sulle isole Malvine e il processo di pace tra le FARC e il Governo colombiano attualmente in corso, nonostante i negoziati attraversino un periodo di stallo. Comunque poco per una Organizzazione che vanta pretese diplomatiche, oltre che economiche.

     

    ALTRE ORGANIZZAZIONI – Inoltre, la nascita negli ultimi anni di nuove Organizzazioni latinoamericane come l’UNASUR e l’ALBA ha fatto scricchiolare ancora di più il ruolo per il quale le conferenze iberoamericane erano state create. I Paesi latinoamericani non hanno più bisogno d’intermediari per dialogare e costruire meccanismi d’integrazione regionale. Il caso dell’ALBA è significativo, in quanto essa nasce come una alternativa all’ALCA (Area di Libero Scambio delle Americhe) promossa dagli Stati Uniti. Dopo il ricordato scontro fra Hugo Chávez e il re Juan Carlos al vertice svoltosi in Cile nel 2007, quando il sovrano esortò il Presidente venezuelano a zittirsi, nessuno dei membri di questa Organizzazione ha partecipato all’incontro di Panama. I Presidenti di Uruguay e Argentina hanno presentato ragioni di salute. Dilma Rousseff, ha inviato una delegazione in sua rappresentanza. Insomma, le due principali economie sudamericane, Argentina e Brasile per l’appunto, hanno disertato la conferenza. Lo stesso hanno fatto i principali Governi socialisti della regione, ossia Bolivia, Ecuador e Venezuela. Da ciò si deduce che esiste una frattura tra la dinamica conservatrice e di continuità che rappresenta la conferenza iberoamericana e la tendenza riformatrice che questi attori propongono.

    Ma i dissensi riguardo al progetto iberoamericano non si limitano a quelle nazioni che hanno assunto chiaramente una direzione socialista: vengono anche da quei Governi tradizionalmente vicini a Spagna e Portogallo, in primis il Cile e il Perù, che sono gli eredi della più ricca colonia della Corona spagnola nelle Americhe, il Virreinato del Perù, e che, pur essendo tutt’oggi i principali destinatari degli investimenti spagnoli in America Latina (dopo il Brasile), hanno disertato l’appuntamento. Questi due Paesi, infatti, da tempo guardano al Pacifico con maggiore interesse che all’Atlantico, e nel 2011 hanno conformato, insieme a Panama e Messico, l’Alleanza del Pacifico, una nuova organizzazione che promuove il commercio con l’Asia.

     

    IL VERTICE 2014 Il prossimo incontro iberoamericano si svolgerà in Messico nel 2014. Il compito di rilanciare la relazione “ispano-atlantica” poggia quindi sulle spalle del secondo più grande Paese della zona, nonostante, per ironia della sorte, esso venga considerato geograficamente come parte dell’America del Nord e guardi ormai più a est e a nord che verso i suoi vicini sudamericani.
    Il pilastro del dialogo latinoamericano è sempre stato la condivisione della stessa lingua, lo spagnolo, con l’eccezione del Brasile. Questo elemento però si è rivelato non essere sufficiente a garantire l’integrazione. Gli scambi commerciali e i flussi d’investimento assumono un carattere prioritario sui temi linguistici e culturali. Almeno per il momento, il futuro della relazione iberoamericana, per sopravvivere deve appoggiarsi su questo nuovo pilastro.

     

    Gilles Cavaletto

    Gilles Cavaletto
    Gilles Cavaletto

    Vivo a Santiago ma ho studiato temi europei. Ho lavorato in America Latina, in agenzie legate all’ONU attive nel tema della cooperazione internazionale. Per il “Caffè Geopolitico” seguo il Cile e Haiti, bellissima isola martoriata dal terremoto e dalla povertà nella quale ho lavorato.

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