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    Apocalisse o grande gioco?

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    L’atomica iraniana è un incubo che potrebbe davvero diventare realtà oppure si tratta di una questione spiegabile attraverso l’equilibrio di potenza nell’area mediorientale? Mossa per mossa, ecco quali sono le carte messe sul tavolo dai diversi attori interessati da questo scontro, da Tel Aviv a Teheran passando per il Bahrain.

     

    INCUBO O REALTA’? – Nell’interpretazione delle mosse iraniane sul programma nucleare l’ipotesi apocalittica (attacco a Israele e conseguente risposta israelo-americana) non sembra essere quella prevalente (o prescelta) nel governo o nell’ intellighenzia di Israele. La visione degli strateghi è più complessa e non meno inquietante, il suo focus intellettuale è sulla profonda destabilizzazione del quadro mediorientale e mondiale che l’ingresso di Teheran nel club nucleare di per sé comporterebbe, e anzi sta già producendo. In questa ricostruzione l’arma atomica sarebbe rivolta non tanto contro Israele, col quale si potrebbe inaugurare un solido equilibrio di deterrenza reciproca, quanto verso i paesi arabi e centroasiatici del Grande Medioriente, dalle repubbliche post-sovietiche all’Egitto, passando per Arabia Saudita, emirati del Golfo e Mesopotamia. Il disegno sarebbe estremamente ambizioso, condizionare politicamente gli stati, controllare di fatto la gestione di immense riserve di idrocarburi (fino a un 70% del totale mondiale). Può sembrare uno scenario da “dottor Stranamore”, eppure, mettendo assieme una struttura militare convenzionale tra le più potenti della regione, l’arsenale nucleare, la pesante sovraesposizione imperiale (militare e finanziaria) degli Usa, e la nuova forte presenza di Teheran negli equilibri dell’Iraq, si aprono prospettive tentatrici a una politica di egemonia non guerreggiata. Si affaccia di nuovo il fantasma di Saddam, quello del 2 Agosto 1990, dell’invasione del Kuwait (seguita, si ricorderà, da una drammatica sessione Opec, che vide i kuwaitiani opporsi alla mozione irachena per un aumento dei prezzi del greggio, e di censura alla inflazionaria politica estrattiva dell’emirato: ecco, con l’atomica Teheran punterebbe a prevenire simili spiacevoli esiti, a imporsi “pacificamente” come persuasore e regolatore dei flussi e dei prezzi).

     

    NON SOLO IRAN – Nel vuoto lasciato da Washington i paesi più ricchi del Golfo non rimarrebbero a guardare, e si preparebbero a sostenere l’impatto della nuova geopolitica iraniana costruendo i rispettivi “valli nucleari”. Israele fa dunque sapere, per bocca dei suoi analisti più raffinati, che il suo timore non è certo quello di un impensabile e suicida attacco nucleare su Tel Aviv, di paventare piuttosto un medio oriente impazzito e nuclearizzato, in cui tra cinque o sette potenze (poniamo Riad, il Cairo, Ankara, Tripoli, dopo Teheran..) che giocano al nucleare il litigio terminale sarebbe solo questione di tempo.Poi si deve pure considerare il fatto che in questo contesto i gruppi radicali e terroristici percepirebbero la presenza di un ombrello atomico islamico, al riparo del quale poter moltiplicare le operazioni contro Israele. L’interpretazione espansiva, o imperiale, del disegno nucleare persiano trova le sue conferme a monte. Si era profilata, ed era stata discussa, ad agosto, quando l’Arabia Saudita aveva annunciato il suo prossimo ingresso nel club nucleare (civile), grazie a una cooperazione nippo-americana. L’annuncio coronava una serie di analoghi accordi e programmi di sviluppo già in corso nella regione (Giordania, EAU, Kuwait). A distanza di due mesi muove l’altra grande potenza regionale, l’Egitto, che si impegna a realizzare quattro centrali atomiche entro il 2025.

     

    BAHRAIN – A valle di questa ricostruzione giunge il (presunto) tentativo di colpo di stato in Bahrain, rivelato nei primi giorni di settembre. Secondo la ricostruzione ufficiale, il piano mirava a una sollevazione della maggioranza sciita contro il governo dominato dai sunniti. Il Bahrain, minuscola isola-stato, ha in realtà un ruolo chiave per la sicurezza del Golfo Persico, per la sua posizione geografica e come quartier generale della marina militare statunitense nella regione.

     

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    LE CARTE IN TAVOLA – E’ ormai questa, prima ancora che lo stesso programma iraniano, la vera novità nella regione del Grande Medio Oriente, dall’Egitto al Pakistan, la nuova costellazione geopolitica con cui fare i conti. Perché, se era più che lecito nutrire sospetti sulla natura meramente civile dei progetti energetici di Teheran, non si vede perché analoghi programmi debbano esserne esenti. Una imponente conferma in questo senso viene dall’enorme programma di riarmo convenzionale commissionato in questi giorni dai sauditi e da altre monarchie del Golfo all’industria statunitense ed europea, per un totale di 123 miliardi $. Messa in altro modo, queste mosse legittimano a posteriori la scelta persiana su un piano formale (perché Riad sì e Teheran no?) e la motivano ulteriormente sul piano sostanziale, politico – tutte assieme dispiegano quel caos calmo che l’enorme vuoto geopolitico lasciato dalla caduta dell’Unione Sovietica ha seminato. E’ evidente che l’equilibrio della deterrenza nucleare è un gioco di pressioni, di fluidi, che non tollera il vuoto – quando questo si forma inesorabilmente si scatenano forze che tendono a riempirlo. Fino al 1989-91 il pieno era garantito dalle due superpotenze, una perfetta interdizione reciproca su scala globale, implosa già nel 1991 con la prima Guerra del Golfo. Con la svolta del 2001 e il massiccio impegno diretto degli Stati Uniti nella regione salta definitivamente anche l’ipotesi dell’America come iperpotenza unica, garante mondiale: l’aggressione aperta all’Iraq ne scardina  legittimazione e credibilità, l’insuccesso politico-militare, insieme al crack finanziario del 2008, ne mette drammaticamente a nudo i limiti strategici.

     

    L’esito che sembra profilarsi è il passaggio di livello dell’equilibrio nucleare, la caduta dalla diarchia globale a un caotico fai-da-te, dal nitido dilemma del prigioniero – emblema matematico della guerra fredda – a uno spaventoso stallo messicano di grandi, medie e piccole potenze. Decisamente non una geopolitica per vecchi.

     

    Andrea Caternolo

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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