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    Cina, tagliarne uno per riformarne cento

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    Miscela Strategica – Il budget cinese destinato al settore militare è da tempo in crescita, tanto da aver fatto guadagnare a Pechino il secondo posto nella classifica delle spese militari mondiali. Sebbene tale aumento sia la conseguenza di un processo di modernizzazione delle capacità militari avviato più di vent’anni fa, esso viene percepito come una minaccia sempre più reale dagli Stati limitrofi e dagli Stati Uniti. Vediamo in cosa consiste la riforma e perché è così temuta.

     

    RIVOLUZIONE CON CARATTERISTICHE CINESI – Lo scorso marzo Pechino ha reso pubblico il budget destinato alle spese militari per il 2013: 720 miliardi di yuan, ovvero 114 miliardi di dollari, un dato che supera del 10,7% l’anno precedente. Secondo il Libro Bianco sulla difesa nazionale pubblicato dal Governo cinese nel 2010, gli aumenti degli ultimi anni si sono resi necessari per migliorare le condizioni delle truppe, in linea con l’innalzamento degli standard di vita della popolazione, per portare a termini obiettivi militari diversificati, come le operazioni nel Golfo di Aden, ma soprattutto per spingere la rivoluzione negli affari militari “con caratteristiche cinesi”.

    Così come il socialismo e il modello di sviluppo economico, anche la riforma militare nell’Impero di Mezzo sta prendendo forma nella caratteristica variante cinese, attraverso un processo di modernizzazione che tocca ogni aspetto delle Forze Armate. Secondo il Libro Bianco del 2006, tale processo dovrà seguire tre fasi. Le prime due tappe, da realizzarsi entro il 2020, consistono nella creazione di solide basi e nell’ottenimento di un’ulteriore fase di progresso, mentre l’ultima tappa, da portare a termine entro il 2050, prevede lo sviluppo di capacità in grado di vincere le guerre informatizzate.

     

    QUANTITÀ vs QUALITÀ – Se in epoca maoista per l’educazione delle truppe era sufficiente «colpirne uno per educarne cento», come da monito ereditato dalla dinastia Han, per la nuova generazione al comando uno degli elementi chiave della modernizzazione delle Forze Armate cinesi è il cambiamento significativo nelle politiche relative al personale secondo la logica «meno quantità, più qualità». Tali politiche si stanno manifestando da un lato nel taglio del numero degli effettivi nelle Forze Armate, mentre dall’altro nella crescita degli investimenti nel capitale umano.

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    Uno dei manifesti di propaganda con cui venivano diffusi gli slogan in epoca maoista

    Il personale dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese è stato drasticamente ridotto negli ultimi trent’anni, passando da 4.090.000 uomini nel 1985 a 2.285.000 nel 2013. Attualmente, oltre ai 2.285.000 membri delle forze militari e di sicurezza attivi, si aggiungono i 660.000 delle forze di polizia, i 500.000 delle forze militari di riserva e i più di 8.000.000 della militia, ovvero forze sotto il comando dei distretti locali e dedicate al supporto tecnico-logistico e a ruoli di difesa aerea.

     

    ASSENZE INGIUSTIFICATE – Secondo il Libro Bianco pubblicato nel 2013 dal titolo L’impiego diversificato delle Forze Armate della Cina, la spesa militare ufficialmente dichiarata viene ripartita equamente tra personale, addestramento e manutenzione dei mezzi e dei materiali. Dal budget dichiarato restano quindi escluse le principali categorie relative alle spese di difesa, quali: importazioni di armi ed equipaggiamento; aiuti militari da Paesi stranieri; spese per forze paramilitari; spese per forze strategiche e nucleari; sussidi governativi per produzione militare; spese per ricerca e sviluppo militare affidate a contractor civili e istituti di ricerca; raccolta fondi e spese del Governo locale.

    Secondo le stime del Dipartimento della Difesa statunitense, la reale spesa militare della Cina relativa al 2012 dovrebbe in realtà essere compresa tra 135 e 215 miliardi di dollari, ben al di sopra dei 106,4 dichiarati. Queste assenze tra le righe del budget cinese, confermate anche dalle stime di altri Stati, come il Giappone, o istituti, come il SIPRI e l’IISS, hanno portato la Cina a essere attaccata da più fronti per la mancanza di trasparenza. La leadership cinese, però, non accetta tali accuse e presenta a sua difesa i fatti: l’accresciuta trasparenza e standardizzazione ottenuta negli ultimi anni, l’assenza di un accordo universale sulla trasparenza delle spese militari e l’importanza che il Paese attribuisce più alle intenzioni che alle stime.

     

    UN AMBIENTE OSTILE – Dati incerti, ma almeno le intenzioni sono chiare, secondo la dirigenza cinese, che da ormai dieci anni persegue la “ascesa pacifica” come caposaldo del proprio modello di sviluppo nello scenario internazionale. In realtà, la recente assertività geopolitica cinese, specialmente nella regione del Sudest asiatico, sta generando forti preoccupazioni tra gli Stati confinanti e, in particolar modo, negli Stati Uniti, che hanno recentemente deciso di ribilanciare le proprie forze militari dall’Europa all’Asia. Tale spostamento, percepito a sua volta dall’Impero di Mezzo come una politica offensiva indirizzata al contenimento della Cina quale potenza mondiale, viene annoverato dagli analisti cinesi tra le ragioni che hanno spinto la Repubblica Popolare a occupare il podio della classifica delle spese militari mondiali.

    Le altre motivazioni riportate da Pechino sono l’ambiente ostile e la crescita del budget della difesa degli Stati circostanti, andando a confluire in un circolo vizioso che si autoalimenta e ha come conseguenza la generale militarizzazione della regione. Senza considerare lo status irrisolto dei rapporti con Taiwan e l’espansione nell’area degli Stati Uniti, il Paese confina infatti con 14 Stati, incluse quattro potenze nucleari, ed è al centro di complesse dispute territoriali con India e Bhutan, oltre alle dispute marittime con buona parte dei vicini.

     

    CONCLUSIONI – Sebbene al momento non esista alcun segnale che le spese militari siano in calo, soprattutto data l’enfasi che i leader cinesi stanno ponendo sulla modernizzazione delle Forze Armate, è possibile ipotizzare che la crescita del budget della Difesa diminuirà di pari passo con la diminuzione della crescita del PIL, poiché fenomeni quali il malcontento sociale o altre problematiche interne potrebbero condurre a una diversa ripartizione dei fondi pubblici.

    Un’attenta analisi del processo in atto mostra come, mentre in alcune aree stia effettivamente avvenendo un’accelerazione del progresso, altre aree si dimostrano più resistenti al cambiamento. La modernizzazione militare procede quindi asimmetricamente e un’ampia fetta delle Forze Armate conserva tuttora armamenti datati e obsoleti e bassi livelli di addestramento.

    Inoltre, nonostante la Cina abbia significativamente ridotto l’importazione di armamenti sia in termini assoluti che relativi, resta il secondo importatore di armi al mondo. Il fornitore chiave si riconferma la Russia, in particolare per le acquisizioni tecnologiche di componenti fondamentali di utilizzo sia militare che civile, di ricerca e sviluppo e mirate all’avanzamento della modernizzazione militare. Data la difficoltà di sviluppare tecnologie così complesse, la Repubblica Popolare continuerà a dipendere da queste importazioni almeno per il prossimo decennio, in particolare nel settore navale e dell’aviazione, le cui acquisizioni sembrano essere orientate a rafforzare la proiezione delle proprie capacità militari in Asia.

     

    Martina Dominici

     

    La Cina è tra i primi cinque importatori di armi al Mondo. Questa mappa del SIPRI ne fornisce ulteriori dettagli.

    Martina Dominici
    Martina Dominici
    Instancabilmente idealista e curiosa per natura, il suo desiderio di scoprire il mondo l’ha spinta a studiare lingue straniere presso l’Università Cattolica di Milano e relazioni internazionali tra l’Università di Torino e la Zhejiang University di Hangzhou. Le esperienze lavorative presso l’Ambasciata d’Italia a Washington DC e Confindustria Romania a Bucarest hanno contribuito a forgiare il suo spirito girovago e ad affinare la sua arte nel preparare la valigia perfetta. Dopo quasi due anni di analisi strategica, si è occupata di ricerca per l’Asia Program dell’ISPI, prima di partire per la Thailandia come Casco Bianco per Caritas italiana in un programma di supporto ai migranti birmani. Continua ad essere impegnata nell’umanitario in campo di migrazioni.

     

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