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    Filippine, come uscire dall’occhio del ciclone?

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    Due settimane fa il tifone Hayan si è abbattuto sulle Filippine. Ma non si tratta di un fenomeno nuovo. L’arcipelago è regolarmente colpito da questo tipo di calamità. Nonostante gli sforzi del Governo per limitarne le conseguenze, le perdite umane e i danni materiali rimangono altissimi. Ci si domanda quale sia il modo migliore per affrontare tali emergenze.

     

    LA TRAGEDIA – Il tifone Hayan (anche conosciuto come Yolanda) ha investito le isole centrali delle Filippine, devastando inizialmente le Province orientali di Saman e Leyte, dove il tasso di povertà supera il 50%, quasi il doppio della media nazionale. Il tifone ha poi continuato la sua corsa attraverso l’Isola di Visayas, danneggiando i centri di Celu e Ioio, fino alle Isole Palawan, per poi smorzarsi in direzione di Vietnam e Laos. Yolanda ha raggiunto un record d’intensità storico, con venti sostenuti a più di 230 km/h e picchi a oltre 315 km/h.

    Nonostante il Governo filippino avesse evacuato circa 4 milioni e 300mila persone per prevenire la catastrofe, il bilancio è di oltre 5.200 morti, più di 23.000 feriti e almeno 1.600 dispersi.

    I danni a colture e infrastrutture nelle zone colpite sono stimati in 512 milioni di dollari e ci si aspetta che i costi della ricostruzione raggiungano i 5,8 miliardi di dollari. In particolare appare preoccupante la situazione delle colture di riso: circa 80mila ettari sono stati danneggiati, il 20% delle coltivazioni totali, con una perdita di circa 260mila tonnellate di riso, che provocherà un notevole incremento del suo prezzo di mercato.

     

    I DATI STORICI – Anche se questa volta la dimensione del disastro è stata eccezionale, le Filippine non sono nuove a questo tipo di calamità. Secondo le Nazioni Unite, dal 1980 al 2010 il Paese ha subito 363 catastrofi naturali. Il numero delle vittime è di 32.956, con una media di 1.063 all’anno. L’incidenza maggiore è quella della voce “storm”, cicloni tropicali. Dal 1980 i più violenti sono stati oltre 200, mentre negli ultimi cinque anni il Paese ne ha registrati oltre 60. Tra questi, nel 2008, il tifone Fengshen (Frank), che ha attraversato il Paese per tutta la sua lunghezza; nel 2009 i tifoni Ketsana e Pepeng; nel 2011 il tifone Sendong (o Washi), che ha colpito l’isola meridionale di Mindanao, uccidendo circa 1.200 persone e provocando danni per 48 milioni di dollari. L’anno scorso le isole meridionali sono state nuovamente travolte dalla furia devastatrice del tifone Bopha (o Pablo), che ha causato 1.300 vittime, con danni per 1,4 miliardi di dollari. In soli cinque anni, più di 10mila morti e danni per 3,5 miliardi di dollari.

    Questa volta i danni sono stati inferiori rispetto ad altri disastri naturali, perché Yolanda ha toccato solo marginalmente Manila, capitale e fulcro industriale del Paese. Purtroppo, l’altra faccia della medaglia è l’impressionante numero di vittime, dovuto alla precarietà delle abitazioni e delle infrastrutture nelle Province colpite.

     

    La devastazione provocata dal ciclone Hayan: quanto ci vorrà per la ricostruzione?
    La devastazione provocata dal ciclone Hayan: quanto ci vorrà per la ricostruzione?

    COME GESTIRE I DISASTRI NATURALI? – Quest’ennesima tragedia ha reso Manila consapevole della necessità non solo di potenziare le infrastrutture, ma anche di migliorare la gestione delle emergenze da calamità naturale. Recenti studi indicano che calamità come Hayan aumenteranno in numero e intensità, in particolare nelle Filippine, dove l’innalzamento del livello del mare e l’aumento della temperatura tendono a favorire la formazione di cicloni. Non solo è necessario un coordinamento tra i Paesi della regione (in parte è già fornito dai centri metereologici giapponesi) sulle previsioni atmosferiche in modo da anticipare i disastri, ma soprattutto è necessaria la presenza di strutture e pratiche consolidate per l’evacuazione dei cittadini, la mobilitazione immediata dei soccorsi alle vittime e la distribuzione di aiuti umanitari, nonché la predisposizione di piani di ricostruzione rapida, in particolare per quanto riguarda il riallacciamento della rete idrica ed elettrica. Sin dal 2010 il Governo ha affidato la gestione delle calamità naturali a una commissione ad hoc, il National Disaster Risk Reduction and Management Council (NDRRMC), che tuttavia è stato molto criticato proprio in occasione dell’impatto di Hayan per le inefficienze nelle comunicazioni e il ritardo nello smistamento degli aiuti.

    L’economia delle Filippine è cresciuta a una media del 4,5% a partire dalla crisi del 1997. Il Paese ha basato il proprio modello di sviluppo da un lato sull’apertura ai capitali esteri, dall’altro sull’export di prodotti elettronici a basso valore aggiunto e di prodotti agricoli verso Cina, Stati Uniti e Giappone. Fino a oggi, gli investimenti stranieri si sono concentrati soprattutto nel settore manifatturiero e dei servizi, ma c’è un crescente interesse per il settore delle costruzioni, ora che il premier Benigno Aquino sembra determinato a migliorare le infrastrutture mediante un pacchetto di stimolo, già avviato nel 2012.

    Il Paese riuscirà a trasformare un tallone d’Achille in un’opportunità per crescere? Se da una parte è vero che le catastrofi naturali possono incrementare il “rischio Paese” e scoraggiare gli investimenti esteri, specialmente nei settori “capital intensive”, dall’altra parte un’incidenza così forte e ripetuta di tali eventi può spingere aziende specializzate nella ricostruzione e nella gestione di emergenze a fare affari con Manila e a far sì che in futuro il numero delle vittime sia notevolmente ridotto.

    Valeria Giacomin

    Valeria Giacomin
    Valeria Giacomin

    Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
    Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
    Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

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