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    Venti di guerra?

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    Continua ad essere procrastinata la sentenza definitiva che si attende da parte del TSL (Tribunale Speciale per il Libano), l’organo di giustizia istituito dalle Nazioni Unite nel 2005 per identificare i responsabili dell’assassinio dell’ex primo ministro Rafic Hariri. Se la sentenza dovesse ricadere su Hezbollah, come si prevede, la reazione del partito di Dio sarebbe un ricorso alle armi che farebbe ripiombare il paese nel baratro di una annunciata nuova guerra civile. Mentre si intensificano gli sforzi della Siria e dell’Arabia Saudita per trovare una soluzione di compromesso tra le forze politiche del paese dei Cedri, i libanesi sembrano aver rinunciato alla pretesa della verità.

    Da Beirut

    LA LEGITTIMITÀ DEL TSL – All’indomani dello scoppio della bomba che il 14 febbraio 2005, di fronte al prestigioso Hotel Saint George di Beirut, tolse la vita all’ex primo ministro Rafiq Hariri e ad altre 21 persone, il popolo libanese aveva già emesso il suo verdetto. Nelle strade della capitale tutti dicevano che erano stati i siriani. Fu forse una legittima e nobile ostinazione invocare allora, a tutti i costi, un organo di giustizia penale internazionale, tradottosi presto nell’istituzione del Tribunale Speciale per il Libano da parte dell’ONU, ma è purtroppo chiaro a tutti come quella scelta unanime si sia adesso tramutata in una vera e propria maledizione per il paese.

    La discussione sulla legittimità del TSL – di fatto un organo speciale, inedito nel panorama del diritto internazionale e ben differente dagli altri tribunali delle Nazioni Unite – rappresenta la cifra della paralisi parlamentare tra la coalizione del 14 marzo, guidata da Saad Hariri, e quella dell’8 marzo, composta dagli sciiti di Hezbollah e di Amal e dai cristiani del generale Aoun. Mercoledì 24 novembre 2010 il parlamento libanese dovrebbe riunirsi di nuovo dopo la lunga pausa delle feste musulmane di Eid-el-Adha e la celebrazione dell’indipendenza dal mandato francese e tutti si aspettano che in questa occasione venga formalizzata la proroga per la conclusione dei lavori del tribunale da dicembre 2010 a marzo 2011. Dietro questo imbarazzante balletto si comprende bene quanto in realtà questa sentenza non la desideri più nessuno. Aoun, nella sua recente visita in Francia, ha affermato che “Hezbollah avrà una reazione devastante se verranno imputati alcuni dei suoi esponenti”. E d’altra parte i dubbi sulle competenze del TSL sono stati avanzati anche da alcuni esponenti del 14 marzo, coloro che più di tutti avevano invocato la giustizia dopo l’omicidio dell’ex premier e durante il lungo periodo di instabilità che seguì l’evento. Lo stesso Hariri si è trovato costretto più di una volta nelle ultime settimane a stringere la mano di colui che è con buona probabilità il vero mandante dell’assassinio di suo padre, il presidente siriano Bashar al-Assad.

    La costituzione di un ombrello siro-saudita per evitare uno scoppio delle tensioni nella terra dei Cedri è inoltre un segno di quanta potenziale eco una nuova opposizione tra sunniti e sciiti possa propagare nella regione.

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    LE DEBOLEZZE DELL’ESERCITO LIBANESE – Il surriscaldamento delle tensioni libanesi non ha comunque preoccupato solamente gli attori regionali. La comunità internazionale sta guardando con timore a quello che succede nel piccolo paese dei Cedri. Gli Stati Uniti, all’indomani della pubblicazione del rapporto ONU sulla risoluzione 1559 che mostrava il permanere di un’indefinitezza delle frontiere e di gruppi armati indipendenti dallo stato (Hezbollah in primis), hanno sbloccato i 100 milioni di dollari in finanziamenti militari che erano stati congelati all’inizio di agosto 2010. E il premier libanese nella sua recente visita a Mosca ha ottenuto un generoso sostegno militare da parte della Russia. La preoccupazione principale, infatti, risiede proprio nel fatto che l’esercito di Stato possa trovarsi impreparato di fronte alle milizie di Hezbollah. E’ indicativo, se non ridicolo, che il ministro della Difesa nazionale abbia provato a aprire un account presso la Banca Centrale su cui i cittadini potessero versare delle donazioni per finanziare l’acquisto di armi per l’esercito. La proposta del ministro è caduta per mancanza di parametri costituzionali ma la domanda che urge è un’altra: come può un esercito affidarsi allo spirito caritatevole dei cittadini che dovrebbe difendere? Ma quello che preoccupa ancora di più sul piano militare è la maggioranza di soldati sciiti in seno all’arma stessa. Gli sciiti sono ormai circa il 43 % della popolazione locale e lo sbilanciamento a loro favore anche all’interno dell’esercito libanese fa seriamente temere che, in caso di guerra civile, si crei una opposizione tra militari cristiani e sunniti da una parte e militari sciiti dall’altra.

    Si capisce bene, dunque, perché la verità su chi abbia ucciso Hariri non convenga più ai libanesi che, pur essendosi affidati a lungo all’istituzione del TSL, preferirebbero adesso una sortita silenziosa dei giudici e degli ispettori dell’ONU dagli affari del paese. I libanesi sono sempre più convinti che la mediazione siro-saudita sia l’unica possibile strada per una distensione delle discordie interconfessionali, mentre temono che le interferenze diplomatiche occidentali, finalizzate a fare in modo che il Tribunale porti a compimento i suoi lavori e Hezbollah venga definitivamente disarmato, possano essere controproducenti. Il Segretario di Stato USA Hillary Clinton pensa che questa sia l’unica strada “per un Libano prospero, democratico e stabile”. Chissà se si è mai chiesta perché le 13.000 unità dell’UNIFIL 2, nel paese dal 2006, non solo non sono riuscite a reperire le armi di Hezbollah ma non hanno nemmeno potuto evitare che gli arsenali del partito di Dio aumentassero.

    Nel Dipartimento di Stato americano dovrebbero forse riflettere maggiormente su quanto potere la componente sciita stia assumendo nel paese e su quanto questo renda difficile la gestione degli equilibri interconfessionali all’interno del paese dei Cedri. Ecco perché i sunniti e cristiani – oltre agli altri attori regionali – cercano di evitare a tutti i costi un nuovo conflitto civile. E se la Clinton riflettesse un po’ di più sul fatto che un nuovo scontro interconfessionale potrebbe portare alla costituzione di un nuovo stato arabo e sciita, come quello iracheno e al soldo degli Ayatollah di Teheran, cercherebbe di evitarlo a tutti i costi pure lei.

    Marina Calculli (da Beirut)

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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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