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    Focus Egitto – Mentre in queste ore la situazione in Egitto si fa sempre più incerta (dapprima l'annuncio di dimissioni di Mubarak, poi mutato in un conferimento delle deleghe al vicepresidente Suleiman), ecco un'analisi in due puntate per capire che cosa potrà accadere nel mondo mediorientale. Dal Cairo si potrebbe scatenare un “effetto domino” in grado di spazzare via gli altri regimi autoritari della regione? E quale ruolo per i protagonisti esterni, a cominciare dagli Stati Uniti?

    L’EGITTO E IL SUO MODELLO – Una prima considerazione spiega quali potrebbero essere le preoccupazioni di carattere geopolitico che stanno attraversando il mondo occidentale: l’Egitto, lui sì, ha le potenzialità per produrre un effetto domino sulla regione, come già successo altre volte nella storia. Per gli Stati Uniti in particolar modo, l’alleanza con il regime del Cairo ha sempre voluto dire, almeno da 30 anni a questa parte, un maggiore controllo su una porzione di Medio Oriente e un minimo di stabilità assicurata nella regione. Se è vero, infatti, che l’Egitto è in qualche modo il Paese più importante del mondo arabo e sunnita, per ragioni di carattere storico, politico e culturale, avere un governo alleato in quel Paese è un interesse vitale di Washington. Si pensi che gli Stati Uniti danno ogni anno circa un miliardo e mezzo di dollari in aiuti -militari e non- al Cairo e che, di contro l’Egitto ripaga con un controllo abbastanza serrato sul movimento della Fratellanza Musulmana all’interno dei propri confini e, al di fuori, con un rapporto privilegiato con lo Stato di Israele. Il Cairo è insieme alla Giordania l’unico Paese arabo ad aver riconosciuto Israele e a intrattenere rapporti diplomatici con Tel Aviv. Di più: Il Cairo fu l’apripista dell’apertura di un certo mondo arabo “moderato” (o ritenuto tale in Occidente, secondo una caratterizzazione che si basa sulla vicinanza o meno con Israele e sull’importanza geopolitica del Paese in questione, vedi l’Arabia Saudita) nel fare delle aperture ad Israele. Così, nel 1979, il Paese fu il primo attore arabo a firmare un accordo di pace con Tel Aviv. L’allora Presidente Sadat pagò con la vita tale scelta, ma l’Egitto, da quel momento in poi, è stato sotto l’ala protettrice di Washington, diventando un punto di riferimento della politica mediorientale degli Stati Uniti.

    FRATELLI D'EGITTO – Inoltre, come appena accennato, si tratta del Paese in cui ha preso vita il movimento della Fratellanza Musulmana ormai più di 80 anni fa (ironia della sorte: era il 1928, anno di nascita di Mubarak). Un movimento che oggi, in tutto il panorama mediorientale, è l’unico nel suo genere a mantenere una vera presa sociale, pur senza imbracciare le armi (come è stato a volte il caso di Hamas nei Territori Palestinesi o di Hezbollah in Libano). Un movimento, dunque, che non può essere ignorato e che da anni lavora dal basso per guadagnare consensi aspettando il momento in cui il panorama politico cambierà e la popolazione potrà scegliere i leader che davvero vuole. Adesso quel momento potrebbe essere alle porte e gli Stati Uniti devono scegliere in fretta come comportarsi. L’Egitto è stato funzionale all’interesse geopolitico, strategico e politico in senso stretto, di non permettere che movimenti ispirati all’Islam politico potessero prendere il sopravvento all’interno del Paese simbolo del mondo arabo e sunnita. Gli Stati Uniti, direttamente o meno, hanno per anni tollerato un regime non propriamente democratico, in nome di un’apparente laicità dello Stato e dell’estromissione delle forze politiche islamiche dalla scena egiziana. E questo perché un Egitto in cui la Fratellanza Musulmana avesse influenza e potere decisionale, equivarrebbe a un Medio Oriente che potrebbe prendere la stessa piega, vista la capacità attrattiva delle politiche egiziane su tutta l’area (si veda l’epoca del pan-arabismo nasseriano, su tutte). E gli Stati Uniti hanno bene in mente quanto accaduto in Algeria negli anni ’90 e a Gaza nel 2006, quando elezioni libere e democratiche portarono al potere forse islamiste, provocando il non riconoscimento di tali risultati da parte della comunità internazionale e dell’Occidente stesso, provocando vere e proprie guerre civili, il cui unico effetto è stato quello di far perdere credibilità all’Occidente stesso.

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    COME SCARICARLO – Se l’Arabia Saudita rappresenta il baluardo degli interessi strategici e economici di Washington in Medio Oriente, l’Egitto ne rappresenta dunque quelli politici. E forse ciò rende Il Cairo ancora più importante anche di Riyadh. Gli Stati Uniti hanno scommesso sull’Egitto per mantenere un certo ordine nella regione mediorientale e non è un caso che Obama abbia scelto proprio la capitale egiziana per il suo famoso discorso a tutto l mondo musulmano. Come dire: per noi, il mondo musulmano è rappresentato dall’Egitto. Una scommessa che, adesso, potrebbe essere persa o che, al contrario, potrebbe essere vinta, a seconda di come Washington sceglierà di comportarsi nel medio-lungo periodo e di quanto la Fratellanza Musulmana (è inutile nascondersi dietro falsità: tanto è vero che in Tunisia un movimento islamico sembra essere lontano dal popolo e quindi è difficile che acquisti influenza, tanto lo è che in un Egitto democratico i Fratelli Musulmani avrebbero eccome il loro peso) voglia spingersi oltre il limite. Vi è da dire, comunque, che la Fratellanza non è al-Qaeda, e neanche Hamas. Si tratta di un movimento che fa sicuramente parte della galassia dell’Islam politico, ma non ha le caratteristiche radicali di altri movimenti ispirati all’islamismo. D’altro canto, gli Stati Uniti potrebbero cogliere l’occasione per appoggiare una transizione democratica nel Paese e migliorare la propria immagine agli occhi delle popolazioni mediorientali. Ma è qui che arriva il dilemma statunitense: come scaricare Mubarak, alleato di ferro trentennale, all’improvviso e senza ritorsioni? Se Mubarak rimanesse al potere, come potrebbe agire nel caso in cui avesse avuto l’impressione che Washington voleva disfarsene? Sarebbe sicuramente uno scenario da non sperimentare.

    IL DILEMMA DI WASHINGTON – Allo stesso tempo, che esempio danno gli USA nell’abbandonare un alleato di così lunga data? Cosa penserebbero gli altri regimi “amici” in tutto il mondo e in quell’area, dallo Yemen, alla Giordania, all’Arabia Saudita? La preoccupazione è che una mossa tropo azzardata verso l’abbandono politico di Mubarak possa creare turbamenti anche in altre capitali arabe e, di conseguenza, possibili nuovi giochi di alleanze. Gli Stati Uniti potrebbero però avere una buona notizia dalla cacciata di Mubarak: se è il popolo a mandarlo via, e non un colpo di Stato o un complotto internazionale, né tantomeno le pressioni dovute all’ingerenza di mani terroristiche (si veda l’attentato contro i copti ad Alessandria la notte di Capodanno), ciò potrebbe togliere terreno alla propaganda dell’islamismo radicale. Quell’islamismo che ha in Mubarak un acerrimo nemico, ma che ha sempre puntato l’indice anche contro l’Occidente per sostenerlo, come dire: se gli egiziani sono vittime di un regime autoritario è anche colpa del mondo occidentale. Un Mubarak che uscisse di scena grazie alla spinta popolare, sarebbe un argomento in meno per la nebulosa di al-Qaeda, che non potrebbe più fare propaganda anti-occidentale chiamando in causa la collusione con il regime egiziano. E questo per gli Stati Uniti, insieme all’eventuale appoggio di una soluzione di transizione democratica guidata dalla società civile egiziana (semmai ciò dovesse accadere), sarebbe un gran colpo di immagine agli occhi di tutto il Medio Oriente. Il vero problema, che non è nuovo a dir la verità, è che l’Egitto ha perso l’influenza che aveva nella regione fino agli anni Novanta. Per gli Usa, dunque, il dilemma sarebbe dovuto essere arrivato già prima, nel momento in cui ci si rendeva conto che Mubarak stava diventato ormai inattivo e che qualcosa si stava muovendo. Per esempio a favore della Turchia. Per esempio verso Damasco. Per gli Stati Uniti, dunque, l’Egitto rappresenta un lato della medaglia degli equilibri mediorientali che si è deciso di forgiare e mantenere. Per tutte queste ragioni, Il Cairo non è esattamente Tunisi ma molto, molto di più.

    (1. continua)

    Stefano Torelli redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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