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    Hot spot – Ucraina vs. Russia

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    Miscela StrategicaEccezionalmente il nostro speciale vi fa compagnia anche oggi. La situazione in Ucraina peggiora e le opzioni militari cominciano purtroppo ad affiorare. Abbiamo trattato il tema dal punto di vista politico, diamo uno sguardo anche alla situazione strategico-militare e agli scenari possibili.

    Alcuni analisti del nostro team si sono cimentati nel fornirci in poche righe scorci diversi della grande crisi che si prospetta alle porte dell’Unione Europea.

     

     

    Nelle ultime 48 ore la crisi ucraina si è drammaticamente aggravata. Il presidente deposto Viktor Yanukovich, riparato in Russia, durante la conferenza stampa di ieri a Rostov ha mostrato la propria determinazione a riprendere la leadership nel Paese ricevendo poi il pieno appoggio del presidente Vladimir Putin. Destano preoccupazione proprio le mosse di Mosca, che nella giornata di ieri ha inviato circa 2000 paracadutisti in Crimea, la  Repubblica autonoma parte integrante dell’Ucraina in cui è presente una fondamentale base navale russa. I segnali del coinvolgimento russo hanno avuto inizio due gironi fa, quando con un blitz persone incappucciate e armate hanno occupato la sede del Parlamento di Sinferopoli issando il tricolore russo. Bisogna tener presente che nel Paese è presente una fortissima componete russofona. Il Parlamento della Crimea ha poi formato un nuovo governo filorusso, che ha già espresso il proprio appoggio a Yanukovich.
    Preludio all’arrivo dei paracadutisti – che secondo il ministro della Difesa russo sono stati rischierati nel rispetto degli accordi bilaterali sottoscritti – è stata la comparsa di soldati o paramilitari privi di distintivi nazionali e insegne che hanno occupato ieri mattina due aeroporti della penisola.
    Le forti pressioni russe in favore di  Yanukovich sono evidenti anche per la decisione, da parte del ministero degli Affari esteri, di agevolare il rilascio di cittadinanza e passaporto in favore delle truppe del ministero degli interni ucraino, i “Berkut”, che nei giorni scorsi hanno represso nel sangue il dissenso a Kiev. Inoltre, è stata annunciata al Parlamento russo una proposta di legge che facilita l’annessione territoriale. Tutte queste pressioni stanno mettendo a dura prova il presidente a interim dell’Ucraina Oleksandr Turchynov, consapevole che un “incidente” con le truppe russe potrebbe portare a un conflitto aperto.
    L’Unione europea e gli Stati Uniti stanno monitorando la preoccupante situazione, e il presidente Barack Obama ha dichiarato che un intervento militare di Mosca “avrebbe un costo”.
    In realtà, bisogna tener presente la grave debolezza dell’Unione europea nella definizione unitaria della politica estera, soprattutto in reazione alle crisi internazionali, e la perdita di mordente degli USA, che in molte occasioni (si veda il caso di Libia e Siria) hanno dimostrato una limitata proiezione delle proprie forze, legata a un nuovo assetto strategico e agli alti costi di mantenimento fuori area delle truppe.
    La vicenda è molto delicata e riguarda non solo lo spostamento politico dell’Ucraina dall’orbita russa a quella europea contrastato da Yanukovich, ma anche il gasdotto che attraversando il Paese dalla Russia e giunge in Europa.
    Quest’intreccio di interessi politici ed economici costituisce un cocktail molto pericoloso che effettivamente potrà portare a un rapido conflitto con la Russia così come avvenne con la Georgia nel 2008.
    Putin, infatti, ufficialmente intende intervenire a favore di un presidente democraticamente eletto e successivamente deposto, disponendo tutte le pedine necessarie: in questo modo potrà puntare sia su di una “soft suasion” armata, una vera e propria minaccia all’integrità dello Stato ucraino, che ricorrere all’opzione militare mai disdegnata per tutelare gli interessi russi.

    Francesco Tucci

    Nella sua recente intervista a Rostov, l’ex presidente ucraino Yanukovich ha espresso delusione per il fatto che Putin non lo abbia contattato. La cosa non deve sorprendere perché per lo “zar” russo Yanukovich è solo una pedina ma non uno degli interessi primari russi nel paese. Questi sono fondamentalmente due: la base navale di Sebastopoli per la flotta del Mar Nero (che i Russi stanno mettendo in sicurezza come fecero con Abkhazia e Ossezia del Sud nel conflitto con la Georgia) e il trasporto di gas naturale verso l’UE. Per quanto riguarda quest’ultimo, il problema russo è che l’Ucraina è un passaggio quasi obbligato – Mosca non vuole perdere i clienti europei, ma gradirebbe molto poter scavalcare l’Ucraina (come ha fatto, a nord, con la Bielorussia con il gasdotto North Stream). Il progetto South Stream che attraversa il Mar Nero è però ancora molto indietro e quasi in stallo. Strategicamente, per la Russia potrebbe convenire accelerare il progetto, in modo che, una volta ultimato, possa bypassare il territorio ucraino e permettere a Putin anche di “punire” l’Ucraina tagliando i rifornimenti di gas. Ma ci vorranno ancora anni (anche accelerando è improbabile si arrivi a prima del 2017) e nel frattempo Putin dovrà decidere se tutelare i suoi clienti europei (e quindi le sue entrate) continuando le forniture oppure “punirli” per l’appoggio alla rivoluzione creando qualche shortage ad-hoc giustificato dall’ostilità di Kiev – e così facendo favorendo l’appoggio proprio al progetto South Stream. A tal proposito va ricordato infatti come il progetto TAP, che dovrebbe portare gas naturale dall’Azerbaijan all’Europa del Sud, non solo non arriverà a fruizione prima del 2019, ma non può nemmeno sostituire le forniture russe, molto più consistenti.

    Lorenzo Nannetti

    La Russia è una potenza o almeno si considera tale e non cessa di dimostrarlo. Facendo leva sul suo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e sulla sua ancora considerevole forza militare (basata soprattutto sul deterrente nucleare), Mosca ha mostrato i muscoli in diverse crisi internazionali. Iniziando dalla Georgia nel 2008 per poi continuare con la Siria e ora l’Ucraina. Le ragioni principali di questo “interventismo” diplomatico-militare sono di carattere strategico. Innanzitutto evitare che NATO e Unione Europea continuino ad espandersi nello spazio ex-sovietico (ovvero il cortile di casa della Russia). Secondo, ma non meno importante, l’atavica necessità (o ossessione) russa di avere uno sbocco nel mar Mediterraneo per la sua Flotta. Gli eventi di questi giorni in Crimea si rifanno principalmente a questo fattore. Anche se le notizie di movimenti di truppe russe nella regione sono state smentite, niente impedisce che nel giro di pochi giorni possano divenire realtà.

    Emiliano Battisti

    Le notizie sugli sviluppi in Crimea riguardo le azioni di militari russi nella regione sono state confuse per qualche tempo. Le azioni di occupazione di due aeroporti, siano esse ad opera di gruppi paramilitari o meno, hanno però lasciato intendere quella che sarebbe stata la possibile (ma ancora da confermare al momento della scrittura) evoluzione della situazione: l’arrivo, il più silenzioso e fuori dai riflettori possibile, di una forza di truppe scelte, che sembrerebbe ora contare 2000 effettivi. Seguirà l’occupazione dei punti strategici nel territorio, così da assicurarne il controllo da parte di autorità locali che si contrappongano alla linea del governo di Kiev. La legittimazione sarà, ed è già stata paventata dall’amministrazione russa, umanitaria: la tutela dell’etnia russa. Verosimilmente, la situazione de facto che si creerà imporrà uno stallo; a seguito di ciò, obiettivo del Cremlino potrebbe essere di portare ad un intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il cui eventuale intervento sarà condizionato all’approvazione russa oppure ad una soluzione al di fuori di una cornice come le Nazioni Unite, ma nella quale la situazione creata dai russi possa esser fatta valere.

    Matteo Zerini

    Le danze politiche sono ancora aperte ma strategicamente Mosca ha già vinto. Sul piano strettamente militare le pur limitate azioni intraprese hanno messo sotto scacco eventuali azioni di forza ucraine, ammesso che il debole governo di Kiev possieda davvero l’autorità necessaria a disporre una campagna militare adeguata. La visione strategica russa è chiara, l’esito della vicenda incerto. Mosca ha però diverse opzioni già sul tavolo. Le modalità di svolgimento delle operazioni militari e paramilitari fanno supporre che le Forze Armate russe – con lungimiranza –  avessero già dei piani predisposti per l’Ucraina del sud e mostrano ora padronanza tattica e strategica della situazione.
    Al contrario l’Unione Europea, a parte la tiepida offerta di fondi, non può che soprassedere di fronte ai presidi militari in Ucraina. Putin, sebbene preferirebbe non arrivare all’opzione militare, che andrebbe a suo svantaggio, ha già colpito l’Europa nel suo punto più debole, evidenziando ancora una volta l’incapacità di Bruxelles ad alimentare le sue azioni politiche con adeguata copertura strategica. Si continua a negoziare quindi, ma con Mosca in posizione molto forte.
    Gli Stati Uniti, considerando anche le lacune europee, faranno voce grossa ma cercheranno di ricondurre strenuamente la vicenda alla sede diplomatica. Mossa tutto sommato gradita ai russi, non sappiamo ancora quanto ai rivoluzionari ucraini, pochi dei quali hanno davvero sventolato la bandiera europea abbracciando i valori occidentali senza secondi fini (nazionalistici).

    Marco Giulio Barone

    Basi militari e posizionamento delle forze armate ucraine e russe.
    Basi militari e posizionamento delle forze armate ucraine e russe

     

    In aggiunta alle numerose implicazioni geopolitiche dal punto di vista energetico e strategico-militare, i disordini sorti negli ultimi mesi a Kiev mostrano un altro importante elemento di instabilita’: le implicazioni per i rapporti tra Ucraina e Unione Europea. La proteste pro-Occidente rappresentano infatti una grande opportunità per Brussels. Anche se non prettamente di carattere militare, la crisi in Ucraina potrebbe però avere numerose ripercussioni per l’UE, in particulare per la propria reputazione e prestigio a livello globale (ed europeo). Già attiva nelle discussioni con Georgia e Moldova, nei prossimi mesi l’UE si troverà a dover scegliere come agire nei confronti di uno stato che ha ripetutamente rifiutato gli accordi di scambio commerciale proposti (v. Summit di Vilnius nel novembre 2013). Due sono le possibili strade per Brussels: sfruttare il proprio soft-power con campagne di public diplomacy, proponendo nuovi fondi e progetti Europei, e iniziare a considerare l’allargamento verso l’Est Europa, o soccombere e lasciar il palcoscenico alla controparte russa. Inaugurando territori inesplorati, i prossimi mesi saranno sicuramente cruciali per gli equilibri globali. L’UE sarà in grado di affrontarli?

    Patrizia Rizzini Cancarini

     

     

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