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venerdì 10 Luglio 2020
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    Si vis pacem para bellum?

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    A nord e a sud di Israele sono avvenuti grandi rivolgimenti. Il governo di Mubarak è stato rovesciato da una pacifica rivolta della popolazione appoggiata dall’esercito, mentre in Libano Hezbollah ha ottenuto un governo a sé favorevole tramite la nomina di Miqati. Per Israele si intravedono nuovi conflitti all’orizzonte? Non ora, non necessariamente…

     

    INTERESSI CONDIVISI – Abbiamo già parlato ampiamente delle paure israeliane riguardo agli eventi egiziani. Nonostante ciò, sarebbe prematuro prevedere seri contrasti tra Gerusalemme e il Cairo, almeno nell’immediato futuro. Il trattato di pace stipulato nel 1979 ha effettivamente portato benefici a entrambe le nazioni, garantendo il confine sud dello stato ebraico e contemporaneamente consentendo all’Egitto di rientrare nelle buone grazie dell’Occidente, inclusi importanti investimenti economici e le forniture militari. L’Alto Comando dell’esercito Egiziano ne è ben consapevole e non punterà a mettere a repentaglio i propri stessi interessi – l’esercito controlla tra il 30 e il 40% dell’economia egiziana, basata soprattutto sui buoni rapporti con l’estero – per seguire sentimenti anti-israeliani che di fatto gli sono alieni da circa 30 anni.

     

    E’ troppo presto per valutare quale tipo di governo vi sarà in Egitto, se i Fratelli Musulmani saranno così influenti da stravolgere gli accordi o se trionferanno i democratici moderati, o ancora se l’esercito manterrà il potere più o meno dietro le quinte. Attualmente lo status quo dovrebbe rimanere inalterato e l’unico vero problema a sud per Gerusalemme rimane Hamas a Gaza e la possibilità che la confusione delle ultime settimane abbia allentato le maglie della linea di difesa egiziana tanto da permettere a gruppi di miliziani di uscire dalla Striscia per penetrare nel Sinai e cercare di attaccare Israele da altre direzioni. Non a caso il governo Netanyahu ha permesso all’esercito egiziano di introdurre due battaglioni (circa 800 uomini) nel Sinai come deroga al trattato di pace del 1981, proprio per dare la caccia a eventuali cellule estremiste.

     

    QUALI RISCHI? – Nessun rischio di conflitto tra Israele ed Egitto dunque, e anzi è prevedibile una sorta di maggiore cooperazione proprio per un migliore controllo del Sinai. Anche per l’esercito Egiziano è importante evitare che elementi destabilizzanti provenienti dalla Striscia di Gaza passino il confine. Allo stesso modo però è sconsigliabile per Israele aumentare eccessivamente il livello di allerta a sud, in quanto potrebbe essere valutato come intenzione ostile e di fatto spaventare l’opinione pubblica egiziana o addirittura convincere la leadership egiziana di non avere intenzione di rispettare per primi il trattato. Un basso profilo e una continua collaborazione saranno probabilmente la chiave per mantenere ottimi rapporti.

     

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    IL FRONTE NORD – Parzialmente diversa la questione per quanto riguarda il fronte nord, al confine con il Libano. Il riarmo di Hezbollah negli ultimi anni e gli usuali stretti legami con l’Iran si accoppiano ora a un’elevata influenza sul governo filo-sciita appena insediato. Anche in questo caso però i rischi di conflitto a breve termine risultano ridotti. Attualmente l’obiettivo principale del movimento islamico è quello di delegittimare ogni risultato avverso del Tribunale Speciale per il Libano, incaricato di determinare le responsabilità dietro l’omicidio dell’ex-premier Rafiq Hariri; tale scopo risulta maggiormente raggiungibile quanto più l’attenzione internazionale viene rivolta lontano dal Paese dei Cedri, dunque il mantenimento di un basso profilo e il rumore mediatico degli eventi in Egitto giocano a loro favore. Allo stesso tempo i leader di Hezbollah sono coscienti che ogni seria provocazione militare contro Israele provocherà una risposta molto più decisa di quella di estate 2006, e il rischio di un conflitto prematuro può essere solo quello di dilapidare i propri arsenali in un momento non adatto. Si ritiene infatti che Hezbollah si tenga pronto all’azione solo in risposta a un attacco Israeliano o USA all’Iran.

     

    Allo stesso modo da parte israeliana la Kyria (il “Pentagono” israeliano) ha posto in stato di allerta le truppe ma senza richiamare i riservisti – segno di come non si preveda un conflitto a breve. Per Gerusalemme una guerra ora porterebbe solo una maggiore condanna internazionale in un momento diplomaticamente difficile data la scarsa popolarità del governo Netanyahu all’estero, oltre a porre sotto rischio non necessario la popolazione civile, che Hezbollah cercherebbe di colpire con il suo arsenale di missili e razzi.

     

    Finché nessuno dei suoi vicini (in particolare Hezbollah) intraprenderà azioni dirette ostili, per Israele la necessità rimane solo preparare l’apparato di difesa e approntare contromosse e piani operativi per eventuali contrattacchi; non esiste alcuna esigenza di prendere l’iniziativa in maniera diretta. Al momento un elevato stato di preparazione combinato a un’attenta ma quieta osservazione degli eventi può funzionare da migliore garanzia rispetto a una condotta troppo aggressiva.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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