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martedì 27 Ottobre 2020
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    In breve

    • Sebbene la curva dei contagi sia in risalita in tutto il Vecchio continente, le scuole riaprono.
    • Ogni Paese ha adottato differenti strategie per minimizzare le possibilità di contagio negli istituti scolastici.
    • Svezia e Danimarca si distinguono per la scelta della non obbligatorietà delle mascherine all’interno delle aule.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsiIl lockdown adottato dalla maggior parte dei Paesi Europei ha colpito duramente il sistema scolastico. Ma i Governi si sono mostrati determinati nel riaprire le scuole, mettendo in atto un vero e proprio esperimento di convivenza col virus.

    1. UNA RIAPERTURA COMPLICATA

    Nonostante i contagi legati al coronavirus siano in rapido aumento in tutta Europa, le scuole hanno riaperto i battenti. Secondo alcune stime dello Human Rights Watch e dell’ONU, il lockdown ha avuto un forte impatto sul sistema scolastico europeo e il livello di istruzione di bambini e ragazzi, contribuendo in particolare ad acuire le disuguaglianze in termini di accesso a tale diritto fondamentale. Nei fatti, ben 1,6 miliardi di studenti in 190 Paesi sono stati colpiti dagli effetti negativi della necessaria chiusura totale. La riapertura delle scuole viene vista da molti come un gesto simbolico e di cruciale importanza, ma è stata accompagnata da molte difficoltà e polemiche, legate ai timori per il sorgere di possibili nuovi focolai e alle evidenti difficoltà organizzative dovute alla necessità di garantire le minime misure di sicurezza. 

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    Fig. 1 – Una bambina segue una lezione in didattica a distanza

    2. IL NUOVO ANNO SCOLASTICO IN FRANCIA, SPAGNA, GERMANIA

    Uno dei primi Paesi a tentare di avviare la didattica in presenza è stata la Francia, dove bambini e ragazzi sono tornati in aula già da metà maggio, con rigide misure a garanzia del distanziamento sociale. Ciononostante, già una settimana dopo il riavvio delle lezioni, il Governo francese si è visto costretto a chiudere una settantina di plessi in cui si erano registrati casi di Ccovid-19. Ma la nazione non si è arresa, avviando il nuovo anno scolastico in presenza e riservandosi l’opzione di attivare modalità di didattica a distanza qualora necessario. Il ritorno in classe, per gli studenti francesi, prevede l’obbligatorietà delle mascherine al di sopra degli undici anni, l’aerazione e sanificazione degli ambienti e ingressi a scaglioni. Misure simili sono state adottate in Spagna, dove la scuola riapre dopo più di sei mesi. Nella penisola iberica, in particolare, vi è grande attenzione per l’igiene delle mani, che andranno lavate almeno cinque volte nell’arco di una giornata scolastica, e per la creazione di classi più piccole, con un massimo di quindici alunni. La necessità di procedere con gruppi classe più esigui si è manifestata anche in Germania, dove si è deciso di creare piccole unità di studenti, in modo da limitarne i contatti e le possibilità di contagio. In caso di focolai sarà così possibile isolare le singole unità senza dover necessariamente chiudere interi istituti scolastici. Sempre in Germania, la mascherina non è obbligatoria e la decisione di imporla è demandata ai singoli Länder. 

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    Fig. 2 – Una lezione in presenza in Germania e le misure di sicurezza da mantenere in classe messe per iscritto dagli alunni

    3. LA RIPRESA DELLE SCUOLE NEI PAESI SCANDINAVI

    Gli approcci dei Paesi scandinavi si discostano da quelli dell’Europa continentale e mediterranea, seppur non in modo omogeneo. In Svezia le scuole non hanno sono state mai interrotte, e ciò all’interno di un approccio più soft alla pandemia, in cui si è preferito non optare per una chiusura generalizzata. All’interno delle scuole svedesi le mascherine non sono obbligatorie e le misure di sicurezza sono a carico dei singoli istituti, che quindi hanno maggiore libertà decisionale. In Danimarca, invece, si sono scelte misure leggermente più rigide, con la creazione di micro-classi, l’adozione di orari scaglionati per l’ingresso e l’uscita degli studenti e l’imposizione di una distanza di sicurezza di ben due metri, che rende superfluo l’uso delle mascherine. Nonostante le differenze, dunque, emerge in Europa la volontà di garantire la didattica in presenza il più a lungo possibile, con nuovi investimenti in un campo spesso dimenticato dalle politiche economiche dei vari Stati.

    Federica Barsoum

    Photo by Free-Photos is licensed under CC BY-NC-SA

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    Federica Barsoum

    Sono una ragazza di 23 anni, da sempre appassionata di politica internazionale e dinamiche socio-economiche. Dopo il diploma al liceo economico-sociale, ho proseguito i miei studi all’Università Statale di Milano, dove mi sono da poco laureata in Mediazione Linguistica e culturale. Ora, invece, sto frequentando il corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali, curriculum commercio e integrazione europea. Sono nata e cresciuta nell’internazionale Milano in una famiglia mista, e il mio ambiente mi ha resa una persona aperta e curiosa nei confronti del mondo.

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