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martedì 27 Ottobre 2020
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    “Pace al nostro tempo”

    In breve

    • Uno storico accordo tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain è stato firmato pochi giorni fa alla Casa Bianca.
    • Almeno altri 5 Paesi, secondo il Presidente Trump, potrebbero allinearsi.
    • La posizione dei palestinesi è ormai fortemente compromessa anche presso i tradizionali alleati arabi.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi Qualche giorno fa è stata firmata a Washington un’intesa, patrocinata dagli Stati Uniti, tra Israele, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti (EAU). Rivendicato da Trump, al solito ansioso di poter vantare i propri successi in politica estera con l’opinione pubblica, come “l’alba di un nuovo Medio Oriente”, l’accordo è effettivamente di grande portata.

    1. UN PASSO AVANTI

    La politica mediorientale dell’Amministrazione Trump si è sempre basata su due principi, che hanno ispirato tutte le mosse intraprese a partire dal 2017: l’incondizionato sostegno a Israele e la necessità di contenere l’influenza dell’Iran. Lo spostamento dell’Ambasciata statunitense a Gerusalemme, avvenuto nel 2017, e le numerose azioni intraprese contro Teheran – la marcia indietro sull’Iran Deal, il raid che aveva portato alla morte del popolare nonché insidioso Generale iraniano Qasem Suleimani – ne costituiscono alcuni aspetti tangibili. Inoltre, Jared Kushner, genero del Presidente Trump, aveva alacremente lavorato per raggiungere un accordo definitivo tra l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele, senza tuttavia riscuotere particolari risultati. Per quanto la politica mediorientale del Presidente non sia stata affatto fallimentare, come invece in molti altri ambiti, occorreva comunque una vittoria che potesse suggellarne il successo e soprattutto rafforzare la posizione di Trump in vista delle elezioni venture.

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    Fig. 1 – Trump firma gli accordi di pace: con lui Benjamin Netanyahu, Primo Ministro d’Israele, e i due ministri degli Esteri di Bahrain ed Emirati Arabi Uniti

    2. “GLI ACCORDI DI ABRAMO”

    Il 13 agosto Donald Trump annunciava con enfasi dallo Studio Ovale l’intesa raggiunta tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, che avrebbero finalmente normalizzato le reciproche relazioni diplomatiche dopo 49 anni. Circa un mese dopo, in corrispondenza della simbolica data dell’11 settembre, veniva rivelata l’esistenza di un accordo analogo tra Israele e Bahrain e fissata una data per la firma: il 15 settembre, a Washington DC, durante la cerimonia di sottoscrizione degli “Accordi di Abramo”, così chiamati in nome del patriarca delle tre grandi religioni monoteiste, è stato possibile assistere ad alcuni gesti simbolici, come il dono della Torah da parte di Jared Kushner ai Ministri degli Esteri di Bahrain ed Emirati Arabi. Trump ha stavolta potuto a ragione pubblicare un tweet dove rivendicava il proprio successo affermando che “in 72 anni sono stati firmati solo due accordi di pace con Israele. Questo [con il Bahrain] è il secondo trattato di pace che firmiamo in un mese” (sebbene l’accordo sia un memorandum dove viene esplicitata l’intenzione di avviare trattative per un finalizzare un accordo e non un trattato di pace stricto sensu). Oltretutto il Presidente ha promesso che a breve altri Paesi potrebbero seguire le due nazioni arabe “apripista” – almeno cinque tra cui l’Arabia Saudita, sebbene gli analisti ritengano più probabile, almeno nel breve termine, Oman e Sudan.   

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    Fig. 2 –  Un’altra foto dell’evento

    3. LE CONSEGUENZE

    La normalizzazione dei rapporti si concretizzerà prima di tutto con l’apertura di rappresentanze diplomatiche, nonché il rafforzamento dei legami economici e d’intelligence tra i tre Paesi. Inoltre saranno inaugurati collegamenti aerei diretti. La firma dei trattati, oltre a porre fine a tutta quella serie di contraddizioni che possono sussistere tra nazioni che avevano già infittito gli scambi commerciali e la cooperazione economica pur mancando di relazioni diplomatiche scoperte (dialoghi dietro le quinte, soprattutto con gli EAU, esistevano invece da anni), rappresenta finora l’apice della politica mediorientale di Donald Trump e il raggiungimento di un obiettivo prioritario, ovvero cercare di costituire un entente cordiale tra quelle nazioni più ostili all’Iran. Non meno importante è il nulla osta che gli Stati Uniti avrebbero “ricevuto” da Israele per poter vendere armamenti di ultima generazione (tra cui forse anche l’F-35) agli Emirati del Golfo, sempre in funzione anti-iraniana, per quanto i dettagli siano ancora in discussione. Infine la ragione prima per la quale Israele non era riconosciuto dagli EAU e dal Bahrain, ovvero la mancanza di un accordo definitivo riguardante la sorte dei palestinesi a Gaza e nella West Bank, è tuttavia stata rapidamente liquidata con una frase di circostanza che auspica una “durevole, giusta ed esaustiva risoluzione del conflitto israelo-palestinese” (sebbene una condizione per la firma degli accordi sia stata la promessa di un congelamento delle annessioni nella West Bank da parte di Netanyahu). Dichiarazione altamente evocativa, che conferma quanto poco rilevante sia diventata la posizione della Autorità Nazionale Palestinese nello scacchiere mediorientale: una situazione ben conosciuta da anni dagli analisti, ma che solo ora viene così chiaramente esplicitata.

    Vincenzo G. Romeo

    Immagine di copertina: Photo by DEZALB is licensed under CC BY-NC-SA

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    Vins G. Romeo

    Nato nel 1997, studio Economia a Bologna. La politica americana si somma ai miei già numerosi interessi in politica internazionale, storia ed economia, in particolare dopo un fruttuoso scambio accademico alla University of California, Los Angeles.

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