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martedì 27 Ottobre 2020
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    In breve

    • Un tempo uno dei Paesi più poveri dell’Africa subsahariana, il Ruanda oggi sta vivendo un periodo di prosperità e di confronto con la globalizzazione.
    • Nonostante i traguardi raggiunti e l’apprezzamento di cui gode, la presidenza Kagame rimane a tutti gli effetti un regime autoritario.
    • Il Covid-19 ha rappresentato una nuova sfida per il Ruanda, che ha saputo sviluppare tecniche innovative anche in campo sanitario. http://gty.im/1188709121 http://gty.im/1227930985

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    In 3 SorsiOggi il Ruanda di Kagame rappresenta un modello di sviluppo economico e sociale per l’intero continente e la risposta alla pandemia da coronavirus pare confermare questo trend positivo. Tuttavia i traguardi raggiunti dal Presidente hanno un retrogusto autoritario che mette in dubbio il potenziale democratico del Paese.

    1. UN PASSATO DOLOROSO

    È possibile che la maggior parte delle persone abbia sentito parlare del Ruanda per i tragici eventi che sconvolsero la storia del Paese nel 1994. In seguito all’attentato aereo in cui rimase ucciso il Presidente ruandese di entnia hutu Juvenal Habyarimana, gli stessi Hutu, che rappresentano circa l’85% della popolazione, incolparono dell’omicidio il restante 15% della popolazione di etnia tutsi senza alcuna prova. Ebbe così inizio un periodo di fortissime tensioni sociali e spirali di violenza che culminò con il genocidio perpetrato dagli Hutu e che, secondo alcune fonti, causò la morte di circa 800mila ruandesi in 100 giorni. Questo evento, al quale seguirono un fallimentare intervento delle Nazioni Unite e la creazione dell’International Criminal Tribunal for Rwanda, peggiorò ulteriormente le condizioni già precarie del Paese, che nel 1994 ha registrato un PIL di soli 754 milioni di dollari con un’aspettativa di vita inferiore ai 28 anni.

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    Fig. 1 – Paul Kagame, Presidente del Ruanda dal 2000

    2. KAGAME: PRESIDENTE ILLUMINATO?

    Paul Kagame è stato eletto nel 2000 ed è tuttora il Presidente del Ruanda dopo due mandati settennali. Durante la sua presidenza, il Paese ha sperimentato una notevole impennata: il PIL del Ruanda ha continuato a crescere fino a raggiungere i 10 miliardi di dollari nel 2019. In questi anni il reddito pro capite è passato dai 219 dollari del 2000 ai 772 dollari del 2018 e, nello stesso periodo, l’aspettativa di vita ha raggiunto i 68,7 anni. A questo si aggiungono straordinari traguardi sociali e infrastrutturali: politiche plastic free, assistenza al parto, un Parlamento composto al 60% da donne, il One Cow per Poor Family Program per combattere la povertà, IT hub regionali e il Kigali Master Plan 2040, un piano di urbanistica sostenibile per sviluppare il centro urbano mantenendo intatte e ampie le zone verdi. Insomma, pare che l’innovazione e il progresso in Ruanda portino il volto di Kagame.
    Tuttavia i ranking internazionali raccontano una storia differente, l’altra faccia del Ruanda. Freedom House cataloga il Paese africano come “non libero” con un punteggio di 22 su 100. Accusato di incarcerare gli avversari politici e di non rispettare diritti politici e libertà civili, Kagame non starebbe garantendo un sistema democratico, trasformando, di fatto, la Repubblica presidenziale in un regime autoritario.
    Giudicare l’operato del Presidente risulta quindi un terreno molto scivoloso: nonostante siano frutto dell’autoritarismo, gli straordinari successi economici e sociali del Ruanda sembrano coprire i limiti del regime.

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    Fig. 2 – I cittadini ruandesi che non rispettano le norme anti-Covid sono costretti a seguire per alcune ore dei corsi sulla prevenzione del contagio, in questo caso in uno stadio nella capitale Kigali

    3. COVID-19: LA NUOVA SFIDA

    Stando ai dati ufficiali, il Paese conta al 6 ottobre circa 5mila casi di Covid-19 e poco meno di 30 decessi per una popolazione di 12 milioni di persone. Ottime cifre se si considerano le condizioni in cui mediamente vertono le strutture sanitarie africane e la difficoltà insita nel far rispettare le più basilari norme igieniche, soprattutto nelle zone rurali. Ancora una volta, però, il Ruanda sorprende. Oltre a essere stato il primo Paese del continente a dichiarare il lockdown nazionale, grazie al suo sistema ospedaliero decentralizzato tutte le comunità ruandesi sono state tenuto sotto controllo. Memori della lotta contro l’ebola e l’HIV, i ruandesi hanno sviluppato un test multiplo che permetterebbe di effettuare più test diagnostici allo stesso tempo (fino a 25) per cercare di sopperire alle carenze tecniche, arrivando verso metà agosto con più di 300mila tamponi analizzati. Cinque robot anti-pandemici a misura d’uomo si sono, poi, occupati di monitorare alcuni pazienti al posto dei medici per ridurre le loro possibilità di essere infettati. L’atteggiamento del regime nei confronti della pandemia rimane comunque molto duro, obbligando a lezioni di ripasso sulla Covid-19 in arene locali o centri di detenzione, anche durante la notte, coloro che non rispettano le regole del coprifuoco e del corretto utilizzo della mascherina.
    La sfida più grande per il Ruanda rimarrà comunque cercare di mantenere solida l’economia e non ricadere negli errori (e orrori) del passato.

    Francesca Carlotta Brusa

    President Paul Kagame of Rwanda, speaking at the London Summit on Family Planning” by DFID – UK Department for International Development is licensed under CC BY-SA

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    Francesca Carlotta Brusa
    Francesca Carlotta Brusa

    Francesca Carlotta Brusa, 24 anni, da Imola, Emilia-Romagna. Giovane laureanda in Relazioni Internazionali, curiosa lettrice di geopolitica e amante dell’Africa, dove, per altro, ho malauguratamente lasciato un pezzo di me. Avendo avuto la fortuna di viaggiare molto, sono cresciuta  convinta di essere una cittadina del mondo oltre che del mio Paese ed è proprio del mondo che voglio parlare. Ecco perché sono qui. Amante di cibo, cani e volontariato, ho individuato il mio spirito guida nell’unica vera rockstar del nostro tempo: Mario Draghi.

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