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lunedì 10 Maggio 2021

Molto da perdere, nulla da guadagnare: la Georgia e il conflitto del Nagorno-Karabakh

In breve

  • La riapertura del conflitto in Nagorno-Karabakh ha lasciato la Georgia in una situazione di incertezza. Il Governo di Tbilisi ha da subito ribadito la sua neutralità e chiamato alla pace tra Armenia e Azerbaijan.
  • La guerra nella de facto Repubblica di Artsakh rischia di acuire le tensioni tra le minoranze armene ed azere residenti in Georgia, e tra esse e il Governo di Tbilisi, intaccando un equilibro molto precario.
  • Il timore della Georgia è che la Russia possa prendere parte attiva al conflitto e aumentare così la sua presenza militare nella regione. Mosca, inoltre, potrebbe utilizzare il conflitto del Karabakh per intaccare l’integrità territoriale georgiana anche a sud.

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In 3 sorsiLa riapertura delle ostilità tra Armenia e Azerbaijan per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh e delle sette province adiacenti rappresenta una minaccia alla stabilità della Transcaucasia, la quale va a minare un equilibrio da sempre precario che rischia di travolgere anche la Georgia. Non c’è solo la paura, da parte di Tbilisi, di avere la guerra a un passo da casa: i fattori in gioco sono molteplici.

1. LA DIFFICILE NEUTRALITÀ DELLA GEORGIA

Dall’escalation del conflitto tra Armenia e Azerbaijan i maggiori esponenti politici georgiani hanno lanciato un appello congiunto per il cessate il fuoco, sottolineando la necessità di cercare una pacifica risoluzione del conflitto. Il Governo georgiano si è da subito proposto come mediatore tra le parti, offrendo Tbilisi come sede per possibili incontri, invito non ancora raccolto da Baku e Yerevan. La mossa principale per riaffermare questa neutralità è stata imporre il divieto di transito per tutti gli armamenti diretti verso Stepanakert, sperando, in questo modo, di non scalfire gli amichevoli rapporti mantenuti da sempre con i due Stati nemici. Prendendo in considerazione lo status della Georgia, lo Stato caucasico avrebbe tutto l’interesse a schienarsi dalla parte dell’Azerbaijan, sia per la forte dipendenza dalle forniture di gas azero, sia per la presenza, su territorio georgiano, di due regioni irredentiste, Abkhazia e Ossezia del Sudde facto fuori dal controllo di Tbilisi. Questa posizione, però, non è condivisa da molti georgiani: c’è infatti la percezione generale che il conflitto nel Nagorno-Karabakh non abbia molto in comune con quelli in Abkhazia e Ossezia del Sud, considerati piuttosto come rivendicazioni eterodirette da Mosca. La Georgia non si sente in una posizione del tutto affine a quella dell’Azerbaijan e sin dalla sua indipendenza ha sempre cercato di privilegiare una condotta equidistante e neutrale riguardo al conflitto del Nagorno-Karabakh. 

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Fig. 1 – Manifestazione della comunità azera in Georgia per commemorare il massacro di Khojali, avvenuto durante la guerra armeno-azera dei primi anni Novanta

2. LE MINORANZE ARMENE E AZERE IN GEORGIA

La posizione neutrale della Georgia deriva anche dalla massiccia presenza di minoranze armene e azere entro i propri confini, le quali rappresentano più del 10% della popolazione. Sebbene le due comunità abbiano sempre coabitato pacificamente, è alto il rischio che gli eventi circostanti possano questa volta intaccare l’equilibrio tra le due etnie. Schierarsi apertamente con uno dei due Paesi porterebbe a un acuirsi delle tensioni tra le due comunità e, addizionalmente, significherebbe innescare la destabilizzazione del proprio territorio dall’interno, preparando il campo per nuove rivendicazioni territoriali. Dalla riapertura del conflitto i social media, però, sono stati invasi da una campagna di fake news volta a mostrare l’appoggio di Tbilisi nei confronti di Baku. Queste sono state capaci di causare tensioni tra il Governo e la popolazione di Javakheti, a maggioranza armena, le quali si sono sommate alla rabbia degli armeni di fronte al rifiuto delle Autorità di spedire camion con cibo e pneumatici verso Stepanakert. Il sospetto di Tbilisi è che questa campagna di notizie tendenziose sia orchestrata dalla Russia, in preparazione per eventuali mosse future nella regione. 

Fig. 2 – Mappa della Georgia con la regione a maggioranza armena di Javakheti / Fonte: Gov.ge

3. SCONGIURARE L’INGRESSO DELLA RUSSIA NEL CONFLITTO

L’ingresso della Russia al fianco dell’Armenia trasformerebbe la regione nell’ennesimo teatro di scontro tra Russia e Turchia: un’eventuale replica di questo scenario non sembra essere ancora nei piani di Mosca. Nel lungo periodo, tuttavia, la Russia non potrà permettersi di abbandonare il suo alleato armeno, unico Stato della Transcaucasia a essere membro del CSTO, sebbene dall’elezione di Pashinyan i rapporti tra i due Stati non siano più idilliaci come un tempo. Lo scenario maggiormente temuto da Tbilisi è quello di vedere aumentare drasticamente la presenza militare russa nella regione. La principale base militare di Mosca nella Transcaucasia, inoltre, si trova proprio in Ossezia del Sud e la Russia non sarebbe molto propensa a rispettare il divieto di transito imposto da Tbilisi per muovere i suoi armamenti, sfidando così la volontà del Governo. Infine, un’altra concreta paura è rappresentata dall’evenienza, non troppo remota, che Mosca possa usare il conflitto del Karabakh per destabilizzare maggiormente il territorio georgiano, appoggiando le istanze separatiste degli armeni di Javakheti e minando così la sovranità territoriale della Georgia anche a sud.

Irene Sciurpa 

Photo by mostafa_meraji is licensed under CC BY-NC-SA

Irene Sciurpa
Irene Sciurpa
Nata nel 1993. Dopo la laurea triennale in filosofia presso l’università degli studi di Perugia ho maturato diverse esperienze internazionali nell’ambito della protezione dei diritti umani.  Durante la laurea magistrale in Cooperazione internazionale e tutela del diritti umani (unibo), ho speso circa due anni a Tbilisi, in Georgia, dove ho studiato e fatto ricerca presso la Tbilisi State University. In questi anni ho approfondito le politiche e i conflitti del Caucaso del Sud, con un focus sull’integrazione delle minoranze etniche in Georgia, oggetto principale del mio lavoro di tesi.
Da settembre 2020 lavoro presso Civil Forum -una ONG georgiana – che si occupa di costruzione della pace e ricostruzione post conflitto. Ho un forte interesse per le tematiche legate alle politiche post-sovietiche, che cerco di arricchire il più possibile. Seguo, in particolare, gli sviluppi della Transcaucasia, una regione che ormai da tre anni è diventata la mia base.

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