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    I perchè del Maghreb in rivolta – III

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    Terza puntata del documento del Gen. Cascone, che in esclusiva illustra le dinamiche che hanno portato agli eventi nel Maghreb delle ultime settimane. Dopo Egitto e Tunisia, come tutti sappiamo è toccato alla Libia. Come si è arrivati alla cronaca degli ultimi giorni? Ripercorriamo come tutto ha avuto inizio in Libia, allargando il cerchio anche ad altre situazioni meno note: Algeria, Gibuti, Giordania, Bahrein

    3. LA RIVOLTA IN ALTRI PAESI DEL MAGHREB

    CONTESTO – L’incendio provocato dalla rivolta in Tunisia ed Egitto e la sua propagazione negli altri Paesi del mondo arabo, senza escludere manifestazioni significative in altre aree contigue che, seppure non “arabe” (vedasi Iran e la sua “onda verde”), hanno, per forza di cose, sviluppi e tempi differenti nell’attuazione delle fasi della possibile schematizzazione più volte indicata, ovvero: le manifestazioni di piazza (sinteticamente, la “piazza”), l’allontanamento dal potere del “regime” e la transizione. Allo stato attuale, i Paesi presi in considerazione,tranne Tunisia ed Egitto (già alla fase “transizione” dopo l’allontanamento dal potere rispettivamente di Ben Ali e Mubarak), sono tuttora alla “piazza” con vicissitudini di scontri più o meno determinati; in questo contesto si distingue per violenza e numero di morti la Libia dagli sviluppi di situazione incerti che sfuggono ad ogni possibile previsione.

    L’esame partirà proprio dalla Libia per l’incidenza degli avvenimenti sulla situazione del nostro Paese e per la durezza degli scontri e della repressione da parte del regime.

    Per gli altri Paesi si farà riferimento soprattutto agli interessi (nel settore della sicurezza e della cooperazione nell’area maghrebina) del nostro Paese, dell’Unione Europea e della Comunità Internazionale; interessi minacciati dalla rivolta in questione; in particolare, ci si riferisce ai Paesi del “mondo arabo”, vincolati da accordi di cooperazione ed economici nei settori dell’immigrazione clandestina, del narcotraffico, e della criminalità organizzata (Libia, Algeria), delle concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti di risorse energetiche da parte di ditte straniere e multinazionali, Italia compresa, come i già citati Paesi (Libia, Algeria), e delle concessioni per l’utilizzazione di basi militari (Bahrein e Gibuti).

    LIBIA: E' INIZIATA COSI' – In Libia, la fase più significativa della rivolta di piazza si è registrata inizialmente in Cirenaica, nelle città di Bengasi, Al Beida, Derna e Tobruch, fino al confine con l’Egitto; la violenza della repressione, nell’intenzione del leader libico Gheddafi, tendeva ad evitare l’estensione della rivolta in Tripolitania, a Tripoli in particolare dove in una installazione fortificata permane tuttora Gheddafi.

    Bengasi, centro del potere alternativo a Tripoli, negli anni precedenti è stata intenzionalmente trascurata dal regime, ai fini della modernizzazione e dello sviluppo economico e sociale.Nel corso dei tre giorni di duri scontri seguiti al 17 febbraio “giorno della collera” (anniversario della feroce repressione del 1996, operata dal regime contro centinaia di oppositori ristretti nel carcere di Abu Salem), la violenza ha toccato la punta massima attraverso l’impiego, in aggiunta alle Forze dell’Ordine libiche, dei ”mercenari” provenienti dai Paesi limitrofi (Ciad, Uganda e Benin) e trasportati in Libia da aerei di linea partiti dal Benin: si parla di alcune centinaia, ben pagati (da 10.000 a 30.000 dollari per l’ingaggio, oltre a paghe giornaliere rilevanti e premi per ciascun manifestante ucciso). All’impiego di mercenari si aggiunge l’intervento di elicotteri armati contro la folla che ha fatto crescere il numero delle vittime: da duecento a cinquecento, e poi fino a mille morti, nella sola Cirenaica.

    GHEDDAFI JUNIOR – Il giorno 20 febbraio, quando Bengasi evidenziava i segni di un’imminente sua caduta nelle mani dell’opposizione (occupazione di piazze, seguita dall’incendio di strutture governative – comandi e caserme) è stato trasmesso un comunicato TV del secondogenito di Gheddafi, Saif al Islam, il quale:

      • attribuiva la violenza a mercenari assoldati da uomini di affari, allo scopo di trarre vantaggi personali dalla frantumazione del Paese: dividere la Cirenaica dal resto del Paese, istituendo un governo a Bengasi ed un emirato ad Al Beida;

      • invitava a porre fine all’inutile spargimento di sangue che sicuramente avrebbe dato corso a una guerra civile;

      • annunciava la riunione del “Congresso del Popolo Libico” per il giorno dopo allo scopo di varare nuove leggi a favore della libera informazione e dei diritti civili.

      Il tono era quello di un aut aut, prima di ulteriori azioni di violenza, da parte del regime.

      Sul piano internazionale:

        • alla preoccupazione degli Stati Uniti per gli sviluppi di situazione in Libia, si aggiunge l’invito del Presidente Obama a fermare il massacro dei civili e la condanna di Hillary Clinton (Dipartimento di Stato) della repressione definita “inaccettabile”;

        • nei confronti dell’Unione Europea, il regime di Tripoli annullava la propria collaborazione sul controllo dei flussi migratori; peraltro avrebbe liberato dalle carceri alcuni criminali comuni, impiegandoli armati per la propria difesa.

        Dopo i fatti di Bengasi e di altre città della Cirenaica, la violenza della repressione si è concentrata sulla Tripolitania:

          • a Tripoli, aerei da combattimento hanno bombardato alcuni quartieri nei dintorni del Q.G. di Gheddafi (il bunker di Bab al Azizya), già bombardato nel 1986 dagli aerei americani ;

          • a Zania, sono stati incendiati i palazzi del governo;

          • a Nalut, sarebbe stato interrotto il flusso di gas verso l’Italia.

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          GHEDDAFI SENIOR – Dopo il secondogenito Saif al Islam, anche il padre Muammar Gheddafi si è rivolto al popolo libico con toni ancora più infuocati, sostenendo:

          – di essere il capo della rivoluzione, sinonimo di sacrificio fino alla fine;

          – la Libia guiderà l’Africa e l’America del sud;

          – finora non è stata usata la forza; se costretti, “lo faremo”;

          – gli americani e gli italiani hanno fornito le armi (razzi) ai manifestanti di Bengasi.

          Mentre dal suo Q.G. Gheddafi pronunciava la sua invettiva delirante, gli incitamenti della folla lo invitavano ad abbandonare il potere; aerei ed elicotteri governativi continuavano la carneficina, bombardando indiscriminatamente; si parla ora di più di 10mila morti in tutto il Paese, secondo l’emittente al-Arabya. I soldati disertori vengono mutilati.

          Due navi militari i cui comandanti si sono rifiutati di bombardare Bengasi dal mare, fanno rotta verso Malta con gli equipaggi costituiti da disertori; analoga destinazione per due piloti dell’Aeronautica libica che hanno scelto” la rivolta” contro il regime, piuttosto che bombardare le proprie città. Il Ministro degli Interni Abdel Fatah Yunis, braccio destro di Gheddafi, si è unito alla popolazione e alla rivolta contro il regime; come pure gli ambasciatori libici di molti Paesi si sono dimessi dichiarandosi a favore della “rivoluzione”.In sintesi, il controllo sul territorio da parte del regime libico sarebbe limitato alla città di Tripoli e a pochi altri centri.

          Il personale straniero appartenente alle multinazionali del settore petrolifero, ENI compreso, è rientrato in patria.

          ALGERIA – In Algeria, il 20 gennaio lo stato di precarietà in cui vive la popolazione e le conseguenti risposte del regime, hanno portato la folla in piazza e a scontri con le Forze dell’Ordine, quando il movimento di protesta ha cercato di raggiungere il Parlamento.

          Le manifestazioni di protesta sono proseguite nei giorni successivi; il 19 febbraio scorso, si sono registrati scontri nella Piazza “Primo Maggio”: una decina di feriti, tra i quali il deputato dell’opposizione Tahar Besbes. La risposta del regime del Presidente Bonteflika, per calmare le acque, ha riguardato promesse di riforme politiche, economiche e sociali (tuttora allo studio) e alcuni provvedimenti già in vigore:

            • rimozione dello stato di emergenza in vigore nel Paese dal 1992;

            • avvio del rimpasto di governo, con la “promozione” a premier del Ministro Youcef Yousfi. Quest’ultimo aveva assunto la carica di Ministro per l’Energia, dopo un’inchiesta, per i fatti di corruzione del 2010, che avevano colpito i vertici della Compagnia petrolifera di Stato (Sonatrach).

            Da rilevare che i rifornimenti di gas attraverso il gasdotto GALSI (Algeria – Sardegna – Italia, con la partecipazione di Sonatrach 41,6%, Edison 20,8%, Enel 15,6% ecc.,) stanno subendo rallentamenti a causa della crisi del mercato, non disgiunta dalle già citate vicende di corruzione che hanno coinvolto i vertici della Compagnia Sonatrach.

            GIBUTI – Le agitazioni e gli scontri a Gibuti tra l’ opposizione al Presidente Guelleh e le Forze dell’Ordine sono all’attenzione oltre che per le proteste della popolazione per il carovita, anche per le possibili incidenze sulla situazione di sicurezza delle “task force” navali che vi fanno base sia per il controllo del traffico via mare del canale di Suez sia contro la pirateria. Il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione ha comportato ulteriori manifestazioni e scontri.

            GIORDANIA – Anche in Giordania, l’ondata delle rivolte del Maghreb ha avuto ripercussioni sulla popolazione, con manifestazioni contro il governo. A seguito delle proteste della popolazione per l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità e del carovita più in generale, il Primo Ministro Rifai ha rassegnato le dimissioni, e la formazione di un nuovo esecutivo incontra difficoltà.

            BAHREIN – Il il risultato elettorale dell’ottobre scorso ha fatto registrare una significativa affermazione del partito al-Wefaq (“sciita”) che si oppone alla Monarchia degli al-Khalifa, di confessione “sunnita”; il leader del partito di al-Wefaq, Ali Salmon, rivendica il diritto di condividere il potere, in quanto il suo partito non è rappresentato nell’esecutivo.

            L’opposizione è scesa in piazza, in questi ultimi giorni per chiedere riforme costituzionali; anche il regime ha fatto i suoi passi, schierando mezzi blindati e carri armati nella “Piazza della Perla” che i manifestanti intendono denominare Piazza Tahir, in analogia a quella del Cairo.

            I reparti militari successivamente sono rientrati nelle caserme, a seguito di specifico ordine di re Hamad il quale ha offerto all’opposizione possibilità di incontro e di dialogo, e questo anche su suggerimento del Presidente USA Obama, preoccupato per il deteriorarsi della situazione di sicurezza in relazione alla presenza della 5^ flotta USA in Bahrein.

            Il dialogo con l’opposizione che chiede le dimissioni del Primo Ministro Salmun, non ha sortito gli effetti sperati; le dimissioni di Salmun che governa il Paese da 40 anni non possono essere accettate dalla Monarchia.

            Permane pertanto nel Paese lo stato di tensione che ha comportato tra l’altro l’annullamento del primo Gran Premio automobilistico 2011 di “Formula Uno”, programmato in Bahrein.La situazione preoccupa non poco anche il regime saudita per il possibile contagio degli sciiti del Bahrein con la minoranza sciita dell’Arabia Saudita.

            (3. continua. Leggi qui le prime due puntate: I perchè del Maghreb in rivolta – I; I perchè del Maghreb in rivolta – II)

            Gen. Saverio Cascone (testo raccolto da Chiara Maria Leveque) redazione@ilcaffegeopolitico.net

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            Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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